Europa451, laboratorio di giornalismo transnazionale e europeo


 
O l'ucraino Yanukovich alla testa del Parlamento europeo? L'Europa è un po' complicata, per i non addetti ai lavori, ma anche per gli addetti... E il settimanale l'Express si è confuso le foto. 

Molti si lamentano della mancanza di entusiasmo dai media nazionali rispetto alla politica europea. Una sorta di sentimento tra incomprensione e  negazione. 
Alcuni ogni tanto si sforzano di mettere le notizie sull'Ue in primo piano. Di recente il settimanale belga Vif - L'Express ha pubblicato un numero supplementare con il titolo "L'Europa nel tempo belga”. Nelle circa cinquanta pagine di questo dossier i giornalisti cercando di tracciare il ruolo del Belgio nel processo di integrazione europea e, allo stesso tempo, di analizzare l'attualità del momento: la Presidenza spagnola.Piuttosto ben fatto. 

Fino a qui tutto bene. Poi si arriva pagina 17, dove ritroviamo un bell'organigramma con la struttura organizzativa dell'Ue (vedi allegato in fondo all'articolo). E, in fondo, una bellissima foto del Presidente del Parlamento. 
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Per essere più espliciti – perché, ammettiamolo, non è che poi sia proprio così immediato – questo è il vero Jerzy Buzek, Presidente del Parlamento:
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©European Parliament/Pietro Naj-Oleari
Non molto somigliante? Bhé, la fotografia pubblicata da Vif è quella di Viktor Yanukovich, durante una visita ufficiale a Bruxelles dopo la sua (ri) elezione alla testa dell'Ucraina (che era stato costretto a dimettersi nel 2005, durante la Rivoluzione arancione). 
Jerzy Buzek, più di sei mesi dopo la sua elezione, sembra essere ancora uno sconosciuto agli occhi di giornalisti e opinione pubblica in Europa quando, invece, è alla testa dell'organodemocratico per eccellenza dell'Ue. 

E questa, diciamo “sciocchezza”, ci fa vedere almeno una cosa: che un giornalista specializzato in questioni europee non è per forza un'offesa. 

Jean-Sébastien Lefebvre

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©European Parliament/Pietro Naj-Oleari

Sono numerose le proposte di riforma elettorale che sono morte prima di vedere la luce. Soprattutto la molto discussa eliminazione delle circoscrizioni uniche nazionali. L’idea era basta Sulla possibilità di copiare il modello di Francia, Italia o Inghilterra, con un territorio elettorale diviso in una dozzina di circoscrizioni per gli europei. Sarebbe servito ad avvicinare l’eletto ai suoi elettori in modo da assicurare, anche, più pluralismo, dando maggiori possibilità ai partiti regionalisti. 

A questa idea si sono opposte la Germania, la Spagna e la Romania, paesi che hanno una circoscrizione unica nazionale alle elezioni europee e che, in questo modo, vedrebbero i loro grandi partiti perdere potere. “Inoltre i partiti nazionalisti hanno già abbastanza rappresentatività nel sistema elettorale spagnolo”, aggiunge Sergio Pascual, militante terzomondista che si lamenta del fatto che nel suo Paese i partiti di sinistra siano vittime si un sistema elettorale che dà quattro deputati ai nazionalisti catalani e solamente uno alla Isquierda Unita, anche se sull’intero Paese quest’ultima raccoglie più voti. 

I rumeni, dal lato loro, non vogliono sentir parlare di una suddivisione della loro circoscrizione unica, perché con una riforma di questo tipo si darebbe potere alle numerose comunità nazionali “non rumene” nel Paese, come gli ungheresi o i moldavi.  Si può osservare, inoltre, un moto contrario anche nei paesi che hanno uno spazio elettore diviso a livello nazionale. In Belgio, un paese federale che ha tre circoscrizioni, una lobby chiamata Gruppo di Pavia spinge per creare una circoscrizione federale. Herman van Rompuy, Presidente del Consiglio europeo, sarebbe d’accordo. Ma la cosa non sarebbe mai portata a livello europeo. 

Fernando Navarro
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Uno dei punti sui cui la Presidenza spagnola dell’Ue deve investire maggiormente è la riforma elettorale. Tra le piste esplorate, quella di una circoscrizione europea comune, la riduzione da 4 a due i giorni di scrutinio e l'abbassamento dell'età elettorale. Ne parliamo con Andrew Duff. 
 
Il Trattato di Lisbona è in rotta. Il Parlamento europeo ha appena triplicato le sue competenze di co-decisione e controllo sulla Commissione europea. Ma questo non sarà sufficiente per mettere in relazione il popolo europeo con la sua assemblea. Questa, almeno, l’opinione di Andrew Duff, deputato europeo inglese, responsabile del Rapporto per la riforma elettorale europea che "dovrebbe permettere di avere, nel 2014, delle elezioni completamente diverse". 

Più soldi ai partiti politici europei

"Se diventiamo più responsabili, dobbiamo anche essere più rispettabili. Non credo che il Parlamento europeo possa essere più popolare. Bisogna, invece, fare in modo che che sia più apprezzato. Per fare questo bisogna dare più mezzi ai partiti politici europei, che sono il vero legame tra il popolo e il Parlamento", ci spiega Duff, al suo terzo mandato a Bruxelles. Queste riforme potrebbero inoltre permettere ai media – altro attore chiave per stimolare l’interesse nella politica europea – di essere in grado di coprire questi avvenimenti. Un’elezione che dura due giorni invece di quattro costa molto meno caro ed è più efficace in termini di attenzione dello spettatore. In ogni caso l’assenza di media strettamente europei resta preoccupante. "Se creiamo, oltre alle circoscrizioni già esistenti, altre superiori, europee, con dei candidati comuni per i 27 paesi, obbligheremo i partiti europei a fare campagna elettorale oltre le frontiere nazionali, con un discorso specifico in vista delle elezioni europee", aggiunge Duff. Tutto questo, precisando che i partiti federali europei, come il Popolare, i Socialisti o i Verdi, non sono ancora «delle serie organizzazioni di competizione elettorale». In effetti questi partiti sono ancora, oggi, in uno stato embrionale. Un esempio: mentre i dieci partiti europei più importanti hanno ricevuto, nel 2009, dieci milioni di euro per far campagna, due anni prima il solo partito di Sarkozy, l’Ump, ha speso 20 milioni di euro per le presidenziali francesi. Inoltre, i soldi spesi per i partiti europei sono a volte utilizzati per le campagne nazionali", ci dice un impiegato dell’ufficio comunicazione del Partito Popolare spagnolo. Un piccolo dettaglio vietato dalle norme comunitarie. Come fare allora? Con la creazione di un’autorità elettorale europea a Bruxelles che controlli le spese elettorali. E, ovviamente, ci vorranno più liquidi. 

Al di là dei partiti, si tratta di arrivare agli europei che, dal 2004, decidono di andare in vacanza durante il week-end elettorale. Per questo pare che siano state prese più misure. Da un lato anticipare le elezioni di un mese: basta votare in giugno, quando molti paesi sono già in vacanza. La data perfetta sarebbe maggio. In secondo luogo, si potrebbe estendere il voto elettronico in tutti i paesi, in modo da facilitare la partecipazione. Ultima misura: abbassare il voto ai 16 anni. Che c’è di meglio che far perdere la verginità politica in un dibattito transnazionale e europeo? 

Fernando Navarro Sordo
Europa451
 
 
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© European Parliament / Pietro Naj-Oleari
Diritto di replica. Dopo la pubblicazione della lettera indirizzata al Presidente francese Nicolas Sarkozy da parte della deputata liberale Jeanine Hennis-Plasschaert per chiedere la chiusura della sede parlamentare di Strasburgo, Europa451 pubblica una replica. Quella di Bernd Posselt, eurodeputato tedesco (conservatore), per il quale la vera sede del Parlamento europeo è Strasburgo. 




Veterano della politica europea, Bernd Posselt, non fa parte dei 171 deputati che hanno co-firmato la lettera indirizzata a Nicolas Sarkozy. Al contrario, il rappresentante della Baviera sostiene che il posto dei parlamentari europei è la capitale alsaziana. In ben nove punti, che Posselt ha inviato a Europa451, spiega le ragioni per la sua posizione. La conclusione? Eliminazione della sede di Bruxelles. Troverete questo testo (in inglese) alla fine di questo articolo. 



Nei primi due punti, si suggerisce che Strasburgo è lontano dall'essere solo una città francese o il simbolo della riconciliazione franco-tedesca. "È stato lì che il Parlamento europeo ha tenuto quasi tutte le sue sessioni plenarie e dove quasi tutte le decisioni importanti sono state prese. Strasburgo, capitale parlamentare d'Europa non ha nulla a che fare con l'espressione del prestigio di un determinato Stato membro. Inoltre, è ancora a Strasburgo che sono stati accolti tutti gli oppositori dei regimi comunisti dell'Europa centrale e orientale. "Il 2 maggio 2004, il giorno successivo al più grande allargamento nella storia dell'Unione europea, Lech Walesa – primo Presidente polacco non comunista, leader di Solidarnosc – ha dichiarato che Strasburgo incarna l'idea della pace e della libertà per l'intero continente". Da un punto di vista giuridico Posselt  inoltre sottolinea che i Trattati sono molto vaghi quanto alla sede reale del Parlamento europeo. Ma partire dagli anni Novanta è ufficialmente e solo Strasburgo. Il fatto che Bruxelles esista è solo il frutto dei negoziati e delle concessioni fatte ai belgi.


Trasloco illegale



A coloro che si lamentano della spola tra le due sedi, Posselt ricorda una cosa: "La transumanza mensile non esiste. La stragrande maggioranza dei deputati va ogni settimana nel suo distretto, a Strasburgo e/o a Bruxelles. In altre parole, qual è la differenza tra Vilnius-Bruxelles o Bruxelles- Strasburgo? D'altronde, continua Possel, arrivare a Strasburgo tra Tgv, aereo e mezzi sul posto, è estremamente facile. Posselt ammette che sarebbe soprattutto la “parte amministrativa” a doversi muovere e aggiunge: "Già dovrebbe essere a Strasburgo, invece di Bruxelles. Ricordo che ai sensi del Trattato, il Segretariato Generale avrebbe sede in Lussemburgo, non a Bruxelles. Quindi anche questo è illegale". Un altro vantaggio è che la localizzazione completa a  Strasburgo darebbe al Pe una maggiore visibilità: invece di essere sempre confuso con la Commissione quando i media parlano di Bruxelles, permetterebbe più chiarezza e maggiore indipendenza nei suoi lavori. 



Ma quanto mi costi? 



L'argomento di punta della neerlandese Jeanine Hennis-Plasschaert è il costo di avere una doppia sede. Questo argomento, Bernt Possert lo prende in parola. "I costi potrebbero essere ridotti drasticamente e parlamentari potrebbe anche passare più tempo nella loro circoscrizione se avessimo reali sessioni di 5 giorni – attualmente i deputati arrivano il lunedì pomeriggio e partono il giovedì pomeriggio – e se si eliminassero le sei mini plenarie di Bruxelles. Potremmo anche concentrarsi commissioni e riunioni di gruppo, una o due settimane prima di ogni sessione. 
Altra questione legata ai soldi: l'esigenza di mantenere due edifici. Le cifre reali, tuttavia, sembrano concordare con Strasburgo: "Questa sede è costata 446.5 milioni di euro, che data la posizione e le dimensioni dell'edificio - che comprende 185 331 metri quadrati, 1.138 uffici , 38 sale riunioni, la sala più grande in Europa e un garage con 1.200 posti - è certamente un buon investimento. In confronto, Bruxelles, con solo 80 499 metri quadrati, 573 uffici, 22 sale riunioni e una camera molto più piccola costò 600.2 milioni di euro. Il prezzo a metro quadro a Strasburgo è del 60% in meno rispetto a Bruxelles.
 


Se questi argomenti non sono stati portati avanti per Posselt il motivo è semplice: “Non hanno mai avuto la maggioranza in Parlamento. (…) Molti tedeschi, ma anche parlamentari provenienti dalla Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Lussemburgo, Austria e altri Paesi sostengono molti di più Strasburgo che Bruxelles. Ma non lo fanno apertamente". Ma allora chi è veramente contrario? “Molti olandesi, i liberali tedeschi, gli euroscettici del nord Europa”. 




Jean-Sébastien Lefebvre 

Europa451 
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© Bernard Rouffignac /European Parlament

Il dibattito non è nuovo. Bruxelles deve diventare la sede unica del Parlamento europeo, in modo da evitare la spola mensile verso Strasburgo? Una lettera aperta che formula questa richiesta è stata inviata lo scorso 16 marzo, dalla deputata europea liberale nederlandese Jeanine Hennis-Plasschaert, al Presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy.

È un vecchio rituale: i deputati europei devono andare una volta al mese a Strasburgo. Se la maggior parte del lavoro di redazione e preparazione delle leggi si fa a Bruxelles, il voto avviene nella capitale alsaziana. Da anni, ormai, alcuni deputati europei chiedono la fine di questa transumanza mensile. L'ultima iniziativa? L'invio di una lettera a Nicolas Sarkozy da parte della nederlandese Jeanine Hennis-Plasschaert . Europa451 ha trovato i testi che si trovano alla fine di questo articolo. 

Si chiede (in inglese) al Presidente francese di prendere coscienza dello spreco di denaro che questa cosa rappresenta. Inoltre, da un punto di vista simbolico: 


-Sicuramente Strasburgo è stato un simbolo positivo di riconciliazione tra Francia e Germania. Oggi però è solo l'esempio di spreco di denaro e burocrazia (The fact is however that the Strasbourg seat was once a very positive symbol, reuniting France and Germany, but has now become a negative symbol of wasting money and bureaucracy);

-Sono convinta che questo momento di crisi (finanziaria) sia l'occasione per portare avanti le nostre richieste e quelle dei contribuenti europei. Il doppio seggio non può essere giustificato un giorno di più. Gli occhi di troppi europei sono puntati su di noi (I am convinced that this moment of (financial) crisis is actually a time for expanding aspirations and thus meeting the expectations of the European taxpayers. The two seats cannot be justified another day. The eyes of many Europeans are upon us waiting for us to lead).

Questa iniziativa è sostenuta da altri 171 deputati che hanno co-firmato la lettera, il che corrisponde a un po' meno di un quarto dei parlamentari europei (la lista è in allegato). Una copia della lettera è stata anche inviata a Herman Van Rompuy, Presidente del Consiglio europeo. Gli argomenti sollevati sono gli stessi: Strasburgo costa, e costa caro (circa 200 milioni di euro all'anno solo per le spese di manutenzione e spostamento), non è una buona scelta dal punto di vista ecologico (per le emissioni prodotte con gli spostamenti), i parlamentari perdono tempo e, comunque, la maggior parte delle cose sono fatte a Bruxelles. Inoltre, il simbolo della riconciliazione franco-tedesca non giustifica più questo lusso, soprattutto in un'Europa a 27 che dovrebbe, invece, lottare contro gli sprechi e la burocrazia. 




Ma è solo la Francia?




Ma perché rivolgersi a Nicolas Sarkozy? Perché la Francia è percepita come l'unico Paese che fa ancora ostruzionismo rispetto al Parlamento unico a Bruxelles, soggetto che chiede la modifica del Trattato e, quindi, l'unanimità. Se è vero che Parigi si è sempre mostrata recalcitrante all'idea di perdere il Parlamento europeo (per ragioni sì simboliche, ma anche economiche), c'è un altro Paese che non vedrebbe di buon occhio la sede unica a Bruxelles. Chi? Il Lussemburgo. Il Gran Ducato approfitta, infatti, in due modi di questa decentralizzazione delle istituzioni: prima di tutto dal passaggio sul suo territorio di numerosi funzionari europei che acquistano sigarette, profumi e alcol (meno cari che a Bruxelles). Ma, soprattutto, in Lussemburgo, ci sono ancora numerose amministrazioni minori europee (come l'ufficio stage, ad esempio), residui della Ceca, che rischierebbero di essere travolte dalla centralizzazione amministrativa. 

L'argomento resta quindi sensibile e viene risollevato regolarmente. Durante la Presidenza svedese la questione era stata posta da un giornalista a Cecilia Malmström, all'epoca Ministro svedese degli Affari europei (oggi Commissario agli Interni). La risposta: questo dossier non si tocca.  


Ancora se ne era parlato durante l'estate 2008, quando il tetto del Parlamento è crollato: 
Cosa dicono gli altri deputati? 

Alcuni deputati promuovono quindi la sede unica, come questo inglese. 
O chi è addirittura arrivato a lanciare dei volantini nel in un Parlamento (di Strasburgo) vuoto. 
Ma che ne è del 75% dei deputati che non hanno firmato la petizione? L'iniziativa della Hennis-Plasschaert non raccoglie l'unanimità... 

Jean-Sébastien Lefevbre
Europa451
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Sala stampa al Parlamento. Foto: @European Parliament/Pietro Naj-Oleari

La notizia si sta diffondendo velocemente: il numero di giornalisti a Bruxelles sta diminuendo vorticosamente. Da 1300 a 752 tra il 2005 e il 2010. Avere un corrispondente a Bruxelles? Che idea assurda!

Le cifre arrivano dalla Commissione europea: nel 2005 i giornalisti accreditati presso l'Ue erano 1300, cinque anni più tardi sono 752. La cosa è ancora più triste se si pensa che con il Trattato di Lisbona l'Unione europea non ha mai avuto tanti poteri, e soprattutto il suo Parlamento. 


Una normalizzazione centro-europea 



Pare quindi che i media disertino Bruxelles. Ma vediamo nel dettaglio che succede: riprendendo le cifre del 2004 possiamo contare 131 tedeschi, 56 francesi, 97 britannici, 64 spagnoli e 65 italiani. Nel 2010 siamo invece messi così: 132 tedeschi, 56 francesi, 98 inglesi, 63 spagnoli e 63 italiani. Tutto stabile quindi: da dove arriva il crollo allora? Dai “nuovi” Paesi e da quelli extra Ue. Le cifre del 2005 sono quindi da contestualizzare nel post-allargamento verso Est. Si tratta quindi di una normalizzazione della situazione.  L'euroforia e l'eurofilia dell'epoca ha spinto numerosi paesi e, di conseguenza, le loro redazioni, a mandare giornalisti a Bruxelles. Cinque anni dopo, il tutto si è sgonfiato, e molti giornalisti sono tornati a casa. Perché? Perché anche la stampa di questi Paesi si comporta ora come quella dei vecchi Stati membri: “Bruxelles? Ah, sì, è vero...”. 



Effetto perverso



In ogni caso questa notizia non è di buon augurio: dimostra che, al di là delle motivazioni dei giornali, l'informazione europea viene messa da parte. Le ragioni sono tante: i problemi finanziari che stanno affrontando i giornali sono sicuramente importanti, ma esiste, non di meno, una tendenza che porta sempre di più ad interessarsi al locale, lasciando di lato il globale; a puntare sull'emozionale, piuttosto che sull'istituzionale. E visto che le notizie in provenienza da Bruxelles sono poco locali e poco emozionali... A cosa serve avere un giornalista a Bruxelles? Le istituzioni europee con la loro strategia di comunicazione del “tutto in Internet” e del “comunicato stampa perfetto” sono in gran parte responsabile di questo problema. Se questi strumenti sono stati lanciati per fare in modo che i giornali parlino dell'Ue, hanno invece prodotto l'effetto opposto: hanno favorito lo sviluppo del desk-journalism. Il giornalista specializzato negli affari europei può lavorare seduto alla sua scrivania. E questo lasciando di lato l'importanza del lavoro sul campo, delle relazioni umane e dei contatti. Così, malgrado tutti gli sforzi dell'Ue, l'informazione europea non arriva che al 3% delle notizie dello spazio mediatico di ogni paese, considerando che l'internazionale si aggira intorno al 20%, e la politica interna va, invece, dal 60 al 75%. Una sconfitta. 



Troppo consenso, poca notizia


Ultima osservazione: il famoso leitmotiv “L'Ue è noiosa”. Questa cosa non può certo essere smentita scientificamente. Esistono però dei sondaggi che dicono che i cittadini sarebbero interessati a capire meglio cosa succede in Europa... a questo va aggiunto che l'atmosfera che regna a Bruxelles non aiuta certo i giornalisti a produrre contenuti “pepati”. Il famoso “consenso europeo” non lascia troppo spazio ai dibattiti e alle discussioni a cui appassionarsi. Gli ultimi esempi? La rielezione di Barroso e le nomine di  Van Rompuy e Ashton. Solamente le grandi gesta del Parlamento fanno rumore, come è successo con la società Swift, la settimana di 65 ore e il download da Internet. Ma la sua importanza simbolica è ancora troppo debole e il consenso sinistra-destra troppo forte. Al momento dello scandalo che ha travolto la bulgara Jeleva, anche se  articoli sono stati pubblicati (tra cui il primo a Europa451), si trovavano in fondo alle pagine, perché in primo piano c'era il terremoto di Haiti. Un affare del genere a livello nazionale non avrebbe subito la stessa sorte. 

Ma senza un vero dibattito che fare? Cosa scrivere? A Bruxelles niente di nuovo.  



Jean-Sébastien Lefebvre

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Per molti analisti la nomina del portoghese Vito Constancio al posto di vice-presidente della Banca Centrale Europea (Bce) apre una via maestra al tedesco Alex Weber come successore del francese Jean-Claude Trichet. Solo che un altro Jean-Claude, Juncker in questo caso, non sembra della stessa opinione.  


In nome di un “equilibrio delle provenienze” (una sorta di quota all'europea che, alla fine, è poco europeista) le nomina dei responsabili delle istituzioni europee sono più o meno prevedibili. Per esempio, se un portoghese presiede la Commissione, ci sono poche possibilità che i suoi compatrioti abbiano alti incarichi nell'Ue. E per quanto riguarda la Bce, nonostante la sua indipendenza, è la stessa cosa. 
 
Junker rompe la luna di miele
 
Nel 2011, il francese Jean-Claude Trichet lascerà le sue funzioni. Il candidato alla successione è il tedesco Alex Weber, attuale Presidente della Banca Centrale Tedesca. La sua specialità? La lotta contro l'inflazione, come da tradizione economica tedesca. Quando, a metà febbraio, il portoghese Vito Constancio è stato designato al posto di vice-presidente dell'istituzione monetaria europea, sembrava che non ci fosse più bisogno di pronostici: un uomo del sud alla vice-presidenza, uno del nord alla testa. Ma una dichiarazione inattesa ha rotto l'armonia del momento. Il Primo Ministro del Lussemburgo, Jean-Claude Juncker, che è anche Presidente dell'Eurogruppo, ha dichiarato alla radio Deutschlandfunk che  "La Germania si dovrà battere” per ottenere il posto da Presidente, aggiungendo: “non mi batterò perché la Germania ottenga il posto da Presidente della Bce”. Resta da capire perché Juncker se ne sia uscito con un'affermazione del genere, quando nemmeno la Merkel ha fatto dichiarazioni in proposito, non volendo, con ogni probabilità, precipitare le cose. Se qualcuno ci vede solo un tentativo di mantenere la suspense fino in fondo, le ragioni devono invece essere altre. Da oltre un anno, infatti, il Lussemburgo è un alleato fedele della Germania in tutto quello che riguarda le questioni europee. 


Nell'autunno 2009, in piena crisi finanziaria, la Francia ha proposto un piano economico europeo: in quest'occasione Junker ha sostenuto la posizione tedesca del “ognun per sé”. Un anno dopo, al momento delle contrattazioni sul futuro Presidente dell'Ue è sempre il Lussemburgo che ha bocciato la candidatura di Tony Blair in nome di Berlino. E le posizioni dei due Paesi sono sempre comuni all'interno dell'Europa. In cambio di questo sostegno Junker (al Governo del suo Paese dal 1995) sperava ottenere un posto nelle istituzioni europee, in particolare quello di Presidente del Consiglio europeo. La prova? Nel periodo precedente la riunione dei capi di Stato e di Governo europei del novembre 2009 – che ha poi eletto Herman Van Rompuy – Junker ha delegato la funzione di Ministro delle finanze al suo delfino, Luc Frieden. In modo da essere velocemente libero di partire per Bruxelles. Ma alla fine, la contrarietà di Sarkozy alla candidatura di Junker e la poca passione messa dalla Merkel per sostenere la sua candidatura, hanno infranto il sogno del Presidente lussemburghese. E per la Banca Centrale europea la stessa cosa: il candidato lussemburghese Yves Mersch è stato scartato per lasciare la possibilità alla Germania di avere la presidenza da qui a un anno. La seconda delusione in meno di sei mesi.  
 
Le conseguenze
 
Vero è che Junker presiede l'Eurogruppo da cinque anni, ma ora era anche chiaro che avesse altre aspirazioni: ha solo 55 anni e può ancora iniziare una nuova carriera a Bruxelles. Ma anche per il suo paese, che non ha più bisogno di provare il suo impegno pro-europeo e la sua serietà: il Gran Ducato era, prima della crisi, uno degli ultimi paesi a rispettare i criteri di Maastricht. L'uomo che i giornali satirici lussemburghesi chiamano “Bokassa” lascia nel dubbio circa i motivi della sua dichiarazione. Forse per fare pressioni per poter ottenere qualcosa (ma cosa?) o per far capire chiaramente che il sostegno senza contropartita è finito. 
 
Che fare quindi? Guardare alla Francia? La poca simpatia tra Junker e Sarkozy rischia di non far funzionare le cose, senza parlare delle pratica economiche estremamente diverse dei due paesi.  Quanto al Benelux, tra i Paesi Bassi senza governo e il Belgio da anni in crisi politica e linguistica, è piuttosto debole. Non ci quindi molte alternative per il Lussemburgo. 


Jean-Sébastien Lefebvre
Europa451
 


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