Europa451, laboratorio di giornalismo transnazionale e europeo


 
Picture
Secondo un sondaggio della German Marshall Fund, “Transatlantic Trends” più della metà degli americani e quasi la metà dei turchi stimano che siano più importanti le relazioni strategiche con l'Asia piuttosto che con l'Unione europea. Aumentano però i turchi che approvano l'idea di aderire all'Ue. 

Secondo un sondaggio della German Marshall Fund, “Transatlantic Trends” più della metà degli americani pensano che le loro relazioni con i paesi dell'Asia siano più interessanti, dal punto di vista strategico, di quelle con l'Unione europea. E la proporzione cresce più si abbassa l'età degli intervistati: il 70% dei giovani, contro il 51% della popolazione in generale. 

Il sondaggio evidenzia come la situazione sia cambiata rispetto al 2004, quando le relazioni con l'Asia era “più” importanti solo per il 29% dei cittadini americani. Dall'altra parte dell'oceano troviamo, invece, tre Paesi per i quali le relazioni con l'Asia sono più vantaggiose di quelle con i Paesi Ue: Spagna, Francia e Svezia. 



E, d'altronde, anche i Turchi la vedono uguale: per il 43% dei cittadini infatti le relazioni strategico con l'Asia sono più rilevanti. In direzione opposta invece i turchi che vogliono entrare in Europa: oggi sono il 48% della popolazione, mentre dieci anni fa erano il 38%. Sono ancora pochi, invece, gli europei che approvano un'entrata della Turchia nell'Ue: solo il 26% dei cittadini. 

Europa451
 
 
Picture
A dicembre verranno firmati i documenti per l'adesione della Croazia all'Unione europea. Il paese, dopo otto anni di negoziati, ha ottenuto tutti i requisiti per entrare nell'Ue: lotta alla corruzione, difesa dei diritti umani e un sistema giudiziario forte e indipendente

Dopo otto anni di negoziati, la Croazia ha completato il suo percorso e riempito tutti i requisiti per entrare nell'Unione europea: lotta alla corruzione, difesa dei diritti umani e un sistema giudiziario forte e indipendente. Per questo verso la Croazia la Ue non si comporterà come con la Romania e la Bulgaria, due paesi per i quali aveva imposto una clausola di “sicurezza” che permetteva di ritirare l'adesione qualora i la lotta contro la corruzione non fosse stata sufficientemente efficace. «Confidiamo al 100% nelle capacità della Croazia», ha detto il portavoce della presidenza polacca Ue. 

Ciononostante il fantasma della corruzione “quasi istituzionalizzata” resta una macchia per i Paesi che sono sorti dallo smembramento del blocco sovietico e della (ex) Jugoslavia. A questo proposito pesa ancora la storia di Ivo Sanader, ex Primo Ministro del partito Unione Democratica Croata  (Hdz) che è stato arrestato per corruzione e riciclaggio di denaro per somme che arrivano a 15 milioni di euro. 

Il processo di adesione del Paese verrà finalizzato in dicembre, con la firma dei trattati. A questo seguiranno 18 mesi di “stand by” durante i quali tutti i ventisette Paesi membri dell'Ue dovranno ratificare l'adesione del nuovo Paese. Al momento non si sono manifestati Paesi contrari all'adesione della Croazia, ma un anno e mezzo è un periodo lungo, se pensiamo ai conflitti recenti tra Grecia e Germania o tra Francia e Repubblica Ceca a proposito del Trattato di Lisbona. Nello stesso periodo sono anche previste le elezioni in Croazia. 

Fernando Navarro Sordo
Europa451
 
 
Picture
La Commissione europea ha proposto la creazione di un partenariato energetico tra  tra l'Ue e i paesi del Mediterraneo del Sud, centrato sulle energie rinnovabili e, in particolare, sulle centrali solari. L'Ue importa, oggi il 60% del suo gas e del petrolio che consuma da paesi “non Ue”. 

La Commissione europea ha proposto la creazione di un partenariato energetico tra l'Ue e i paesi del Mediterraneo del Sud, centrato sulle energie rinnovabili e, in particolare, sulle centrali solari. Il progetto coinvolgerà anche i Paesi a Est dell'Ue. 

In un comunicato stampa pubblicato il 7 settembre scorso, Gunther Oettinger et Stéfan Fule, rispettivamente il Commissario per l'Energia e quella per la politica di vicinato, hanno spiegato che l'obbiettivo dell'operazione sarebbe quello di creare un mercato integrato dell'energia che comprenda “il vicinato allargato” dell'Ue. 


La strategia, nelle parole dei promotori, intende rispettare i bisogni e le priorità dei paesi coinvolti, allargare e diversificare i legami tra le infrastrutture energetiche tra i due soggetti. 

Nello specifico si pensa già a progetti che coinvolgano la Libia post-Gheddafi, per ristabilire le importazioni di gas e petrolio, l'Algeria e presumibilmente la Tunisia. 

Il Comunicato aggiunge che l'Ue ha molto da offrire ai suoi vicini «un mercato interno di circa 500 milioni di consumatori, un settore tecnologico ed energetico d'avanguardia, ricerche avanzate nei settori coinvolti e un quadro giuridico stabile e trasparente». 

A questo si aggiunge il fatto che L'Unione europea intende difendere l'adozione delle norme internazionali per quanto riguarda l'energia nucleare nelle discussioni multilaterali, soprattutto a livello dell'Aiea, l'agenzia atomica internazionale, e di diffondere questo tipo di valutazioni anche ai paesi vicini. 

L'Ue importa, oggi il 60% del suo gas e del petrolio che consuma da paesi “non Ue”: in futuro le previsioni sono quelle di aumentare le importazioni ma, allo stesso tempo, pensare di incrementare la produzione di energie verdi.  

fb
Europa451



 
 
Picture
leg0fenris/Flickr
Cinque paesi Ue hanno scritto a Catherine Ashton,  Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell'Ue, per sollecitare la formazione di una forza comune militare europea. L'Inghilterra frena ma nello scorso marzo ha firmato un accordo di cooperazione con la Francia. 

Nello scorso marzo Francia e Regno Unito sono arrivati ad un accordo storico: mettere insieme le risorse militari per diminuire i costi e cooperare, sul piano internazionale, nella partecipazioni a interventi o missioni di pace. Gli accordi firmati da Cameron e Sarkozy prevedono, tra le altre cose, la condivisione nell’uso delle portaerei, la formazione di una brigata comune con diecimila soldati e un grosso sostegno navale e aereo.

Prima dell'estate, Catherine Ashton, Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell'Ue, aveva annunciato che avrebbe nominato un responsabile che avrebbe dovuto occuparsi della formazione di un ipotetico esercito europeo, così come previsto dal Trattato di Lisbona. 

Il 2 settembre scorso cinque paese europei (Francia, Italia, Germania, Polonia e Spagna) hanno inviato una lettera alla baronessa Ashton per chiedere di valutare le «opzioni legali e istituzionali per sviluppare una politica comune di sicurezza e difesa, compresa la possibilità di creare una struttura di cooperazione permanente», possibilmente prima dell'autunno. 

«Le rivolte nel mondo arabo, la crisi economica e l'instabilità globale chiedono che la risposta dell'Unione europea sia credibile», dicono i firmatari dell'accordo. Per ora la proposta della Ashton di inviare in Libia una missione umanitaria “europea” non ha avuto risposta. 
Gli Stati Uniti sperano che l'Europa aumenti la sua implicazione nei conflitti internazionali ma un'iniziativa come quella di cui sopra vede il blocco dell'Inghilterra. Il ministro degli Esteri inglese, William Hague, afferma che non accetterà la creazione di un esercito europeo perché non serve a nulla duplicare strutture come quelle della Nato. 

 
Europa451
 


Create a free website with Weebly