Europa451, laboratorio di giornalismo transnazionale e europeo


 
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Foto: Jumanji Solar/Flickr
La crisi e le rivolte nel mondo arabo stanno mettendo l'Europa in ginocchio per quanto riguarda le energie. Mentre la benzina al distributore aumenta, in Spagna si sta lavorando sulla diminuzione della dipendenza energetica. Cosa aspetta l'Europa ad invertire la tendenza?

17 ottobre 1973. La Guerra dello Yom Kippur ha visto Israele contro Siria e Egitto. I Paesi arabi decisero di chiudere i rubinetti del petrolio per chi aveva sostenuto lo Stato ebraico, cosa che fece quadruplicare il prezzo dei carburanti e precipitare l'Occidente nella più grande crisi economica mai conosciuta. Da lì poi si sono moltiplicate, dall'Ucraina alla Russia, dall'Iraq alla Libia… E la fragilità europea è sempre più evidente.

Primi mesi del 2011. Il mondo arabo è in rivolta. E, in particolare, la crisi in Libia - tra i principali esportatori in Ue - fa tremare l'Europa e porta alle stelle il prezzo della benzina. Alcuni governi europei si stanno muovendo. La Spagna, ad esempio, sta pensando di ridurre del 5% il consumo di petrolio con alcune misure pratiche: riduzione della velocità massima in autostrada a 110 km/h, sostenere il rinnovo dei pneumatici, sostegno alla risparmio energetico nelle case e diminuzione del costo dei trasporti pubblici. Va detto che la Spagna è dipendente al 77% dal carburante straniero e che questa cifra è la stessa di 30 anni fa. Sembra quindi normale iniziare una politica in questo senso.

Perché allora l'Ue non si muove? La crisi è il motore del cambiamento e questo è il momento per invertire le tendenze. Un esempio? Vitoria, capitale dei Paesi Baschi, neo-eletta "Capitale verde europea per il 2012. L'obiettivo della città è quello di ridurre del 12% i consumi energetici del 2004. Come fare? Tra le altre cose sono in programma lezioni e conferenze pubbliche per sensibilizzare il pubblico.

Pedro Picon
Europa451

 
 
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Foto: Reuters
Mark Rutte, Primo Ministro olandese, ha incontrato a Parigi, lo scorso 29 novembre, il Presidente francese Nicolas Sarkozy. L'immagine dell'incontro è di un simbolismo sconvolgente. 

Mark Rutte, Primo Ministro olandese, ha incontrato a Parigi, lo scorso 29 novembre, il Presidente francese Nicolas Sarkozy e il suo Primo Ministro, François Fillon. Il motivo della riunione era quello di discutere le decisioni prese durante la riunione del G20, alla quale i Paesi Bassi non hanno partecipato. I due leader hanno anche discusso di immigrazione e del comune impegno alla “selezione”. 

Come da protocollo all'arrivo del leader olandese all'Eliseo, è il momento della foto di protocollo. L'immagine, fornita Reuters, è di un simbolismo sconvolgente. Non sappiamo se per entrambi è stata casuale, ma le facce dei due leader dicono molto su come si sono sentiti. 

Fernando Navarro Sordo
Europa451

 
 
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Emanuele Rosso/Flickr
Ieri sono stati aperti i negoziati per l'adesione dell'Islanda all'Unione europea. La domanda di Reykjavik è stata depositata nel luglio del 2009, qualche tempo dopo la crisi finanziaria che ha devastato il Paese. Da allora la Commissione sembra piuttosto interessata a far avanzare il dossier, anche se i problemi che allontanano l'isola dall'Ue persistono e che i sondaggi non danno gli islandesi come euro-entusiasti.

Uscendo dalla riunione di Bruxelles tra i Ministri agli Affari  europei, il francese Pierre Lelouche, ha dichiarato: «Bisogna aver voglia di entrare in Europa e, a giudicare dai sondaggi, non mi pare che sia il caso degli islandesi. Il problema è tutto qui». Dopo la crisi finanziaria della fine del 2008 e il crollo della moneta, il Governo islandese vede nell'euro un mezzo per stabilizzare la sua economia. Cristallina, da questo punto di vista, la dichiarazione di Össur Skarphéðinsson, Ministro degli esteri islandese, all'inizio di luglio: «Se l'Islanda avesse fatto parte dell'Ue, per non dire della zona euro, la crisi e il crollo delle banche non avrebbero mai avuto luogo». 

La pesca e le banche

Le negoziazioni, che affronteranno una trentina di capitoli, si annunciano problematiche sui temi che già da un po' sono “caldi”: la pesca e l'agricoltura. L'Islanda, infatti, ha cercato in tutti i modi di mantenere indipendente la sua attività peschiera, sopratutto per quanto riguarda la pesca al merluzzo e alla balena, quest'ultima vietata in Ue. Altro problema, quello della banca Icesave, che ha costato all'Islanda degli screzi con la Gran Bretagna e l'Olanda: i clienti britannici e olandesi di questo istituto sono stati seriamente danneggiati durante la crisi finanziaria, ma i danni sono stati coperti dai rispettivi Paesi, che stanno ancora aspettando un rimborso. 

Ciononostante pare che la Commissione abbia particolarmente a cuore il dossier islandese, che potrebbe diventare il 29simo Paese dell'Ue, dopo la Croazia, la cui entrata è prevista per fine 2011 o inizio 2012. I dossier aperti al momento sono parecchi, soprattutto sul versante balcanico. La Turchia è sempre in attesa, così come la Repubblica di Macedonia. Altri cinque sono in stand by, anche se si tratterà di attese più lunghe: l'Albania, la Bosnia Erzegovina, il Montenegro, la Serbia e il Kosovo.

Solo il 25% degli islandesi è favorevole

Sicuramente per l'Islanda è tutto molto più facile: Reykjavik fa parte del mercato comune da quindici anni, è all'interno dei Schengen e l'isola già applica tre quarti delle leggi europee necessarie per l'adesione. Il problema pare che sia, al momento, il consenso dei suoi cittadini, che non sembrano entusiasti all'idea. Si potrebbero ripetere i casi di Svizzera e Norvegia, i cui cittadini non hanno accettato l'entrata nell'Ue che i Governi hanno più volte loro proposto. Per questo Pier Lelouche ha ieri più volte insistito: «Siamo molto favorevoli all'entrata dell'Islanda. Ma deve essere come per tutti gli altri, senza scorciatoia. E a condizione che gli islandesi siano interessati. Non obbligheremo nessuno». Secondo un sondaggio realizzato in giugno da Market and Media Research quasi il 60% degli islandesi vorrebbero che il Governo ritiri la sua domanda di adesione, mentre solo il 25% sarebbe favorevole. 

Interessante la testimonianza di Michel Sallé, specialista dell'Islanda contemporanea e Presidente dell'associazione France-Islande: intervistato dal quotidiano Le Monde nel maggio del 2009. Già oltre un anno fa l'uomo spiegava che quello che gli islandesi vorrebbero è “un'euro senza Ue” - un po' il contrario della Gran Bretagna, ndr – e che il Governo di Reykjavik ha già tentato questa strada: «Hanno più volte depositato la domanda alla Banca Centrale europea, ottenendo un rifiuto. L'ultima volta nell'ottobre (2008) il partito dell'Indipendenza (conservatore), al potere al momento della crisi economica, ha lanciato l'idea. Un altro rifiuto». 

Francesca Barca
Europa451
 
 
Per quelli che ancora non lo conoscono il Premio  Sakharov è reso ogni anno dal Parlamento europeo a delle personalità o a delle associazioni che difendono la libertà di pensiero e di espressione. Creato nel 1988 è stato assegnato, per esempio, a Nelson Mandela, al leader dell'opposizione russa Alexander Milinkevitch o al dissidente cinese Hu Jia. Per il 2010 qualcuno ha proposto il leader olandese xenofobo Geert Wilders. 

Nell'ottica dell'edizione del 2010, i deputati europei stanno iniziando a riflettere sule possibili nomine. Un deputato olandese del Partito della Libertà (Pvv, il terzo del Paese dopo le ultime elezioni del 9 giugno),Barry Madlener, ha proposto un nome che ha fatto subito polemica: Geert Wilders.  Il leader del Pvv è conosciuto per le sue posizioni anti-islam, che assurge ad ideologia totalitaria come il nazismo o il comunismo. Barry Madlene, nella lettera che ha inviato a giustificazione della sua proposta, ha così elencato i motivi per cui il suo leader meriterebbe il premio: «La lotta per la libertà di espressione, contro l'islamizzazione, l'immigrazione di massa. E ciononostante subisce gli attacchi dei sinistroidi dell'Ovest umanista contro i valori giudeo-cristiani». Madlene ne approfitta anche per denunciare la censura di cui Wilders è vittima attraverso gli attacchi ingiustificati dello Stato olandese (da notare che il leader del Pvv è sotto scorta). 


Questa iniziativa va relativizzata: non ci sono possibilità che Wilders possa vincere il premio Sakharov, visto che la Commissione che lo assegna è composta dai rappresentati di tutti i partiti europei (e Madlener ha bisogno di trovare delle firme a sostegno). In ogni caso la volontà del suo leader di presentarsi come alfiere della libertà d'espressione è significativa dell'emergenza di una nuova destra europea, più sottile di quella che emerse negli anni Trenta. Non è più questione oggi di attaccarsi alla democrazia, ai regimi parlamentari o alle persone. Gli attacchi sono indiretti: si tratta di farsi difensore di valori europei, sotto minaccia di ideologie (presunte) totalitarie. 



Jean-Sébastien Lefebvre

Europa451

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