Appelli, raccolta firme, raccolta foto. Di fronte alla politica, e alla sfida del web, il giornalismo italiano non si rinnova e, peggio, prende una piega populista fatta di click e voti. È di ieri l'articolo di Roberto Saviano su La Repubblica per sostenere la necessità di osservatori Onu per le elezioni italiane. La proposta, che può essere più o meno condivisibile, suona comunque un po' ridicola. Questo non per attaccare gli argomenti di Saviano: la collusione tra potere e politica, a destra come a sinistra, è reale, problematica e gravissima. Ma il chiedere osservatori Onu – ottimo per fare un titolo – non è una proposta realizzabile. L'Italia resta una democrazia (malata? Sicuro) e i suoi problemi interni andrebbero (sarebbe bello?) regolati dal suo Governo e dal suo Parlamento. Ma al di là delle opinioni di Roberto Saviano, il cui lavoro resta comunque prezioso, quello su cui bisognerebbe cominciare a riflette è il modello di giornalismo-partecipazione web che il quotidiano La Repubblica sta scegliendo da un po' di tempo a questa parte: quello della raccolta firme, degli appelli, della raccolta foto.
Sì è cominciato con l'appello per la libertà di stampa dopo la denuncia del Premier in seguito alla pubblicazione delle dieci domande di La Repubblica. Poi quello (giugno 2009) sulla incostituzionalità delle intercettazioni telefoniche, poi contro il processo breve (novembre 2009, sempre da un articolo di Roberto Saviano), infine la raccolta foto “Donne offese dal Premier” contro l'infelice frase di Berlusconi alla Bindi “Lei è più bella che intelligente” durante una puntata di Porta a Porta nell'ottobre scorso. Ora La Repubblica ci invita ad aderire alla causa Facebook “Siamo tutti osservatori”.
Che succede? Dopo uno scandalo che vede il Premier protagonista un quotidiano tra i maggiori del Paese decide di pubblicare dieci domande a lui rivolte. E invoca per questo la libertà di stampa, giustamente, quando Berlusconi agita la censura. Ma il problema sta a monte: il lavoro di un quotidiano (che, soprattutto, ha ancora i mezzi finanziari per farlo) non è quello di di rispondere alle domande? E quindi fare inchieste? Se Saviano sostiene la necessità di osservatori Onu e un quotidiano del calibro de La Repubblica decide di sostenere la raccolta firme, il suo lavoro non è anche metterci di fianco una bella inchiesta, un'intervista, un reportage? Certamente non si darebbe LA risposta definitiva alla questione: ma si avrebbero dati, altri opinioni.. informazione insomma. Quello che non si ha da un click su Facebook o da una firma sul sito di La Repubblica.
Mi pare che la tendenza non sia quasi neanche più il click, ma il moto di “opinione”: questo non è giornalismo ma sensazionalismo, una forma di populismo applicata alla stampa sul web che ha molto più il sapore del tabloid che quello del quotidiano, almeno nella tradizione nella quale siamo abituati a conoscerlo. Si tratta di una forma ibrida - e degenerata – di partecipazione: al lettore viene chiesto un gesto, un contributo, ma che non lo impegna e non lo informa. Fa solo tabloid. E questo, se mi pare un problema direi “concettuale” - un quotidiano con questa storia, questo prestigio, questi mezzi dovrebbe sapersi rinnovare in un altro modo, tra i mille possibili che la rete già conosce e che dovrebbe ancora conoscere – è anche un problema di forma, cioè di qualità giornalistica.
Per concludere, anche se ci si allontana dal modello del click, segnalo un articolo della RepubblicaMilano del 28 gennaio scorso che è uscito sulla homepage del sito: Io, con il burka, nelle strade di Milano. In questo pezzo, sull'onda della proposta francese per vietare il v in tutti i luoghi pubblici, la giornalista si “traveste” con un burka e va in giro per la città, registrando gli sguardi della gente. Un bassissimo esempio di giornalismo: non ci sono i soldi o i mezzi per fare un'inchiesta? Verificare quante persone veramente portano il burka? Parlare con le comunità islamiche? Sono solo piccoli segni, ma che si vedono apparire sempre più spesso, non su Libero o il Giornale, ma su un quotidiano la cui serietà e le cui capacità non erano messe in discussione.
La democrazia italiana è salva. È stato ridato, come ha affermato Silvio Berlusconi, il voto a milioni di elettori. Con decreto interpretativo, che sembra che funzioni come l'inchiostro magico, le liste di Formigoni in Lombardia e quella del Pdl in Lazio verranno accettate.
Con quale meccanismo? Basta dimostrare “con qualsiasi mezzo” - va bene Google Earth? - che i responsabili di lista erano presenti nel luogo di consegna nei termini stabiliti dalla legge. Ma come lo stabiliamo il perimetro? Il giardino conta? E se fosse il gradino? Basta che il responsabili di lista gridino “tana” quando passano il traguardo.
Abbiamo applicato le regole del calcetto saponato alla democrazia: il Capo dello Stato a giocato a “sì, no, non lo so, ci dovrei pensare” per qualche giorno, assicurando che non avrebbe firmato un provvedimento d'urgenza per modificare la legislazione in materia. O che lo avrebbe fatto solo se ci fosse stata la “più larga intesa possibile”. Ebbene, il decreto interpretativo – che, specifichiamo, non modifica la legge – ha sicuramente una larga intesa, quella che va Formigoni a Sandro Bondi.
Si tratta dell'ennesima soluzione all'italiana: la legge non la si fa – anche perché è davvero difficile da giustificare – e si raffazzona una soluzione dallo spirito democristiano e un po' paternalista che salva capre, cavoli e Formigoni: il decreto interpretativo. Come funziona? Il Governo spiega al Tar come vanno interpretate le leggi: "Le norme vigenti non sono modificate”, ha spiegato Maroni, “ma si è data una interpretazione autentica”. Un'interpretazione a metà tra il Concilio di Trento e Hegel.
Lasciando stare l'idea di Stato Etico, ci si chiede come verrà giustificata di fronte agli italiani che, spesso, hanno problemi a esercitare il loro diritto di voto: quelli che non ricevono la scheda elettorale, quelli che sono all'estero e l'Ambasciata non risponde e quelli, che in Italia sono tanti, che la domenica vanno in spiaggia a Rimini e poi restano bloccati nel traffico rientrando. Ma avrebbero voluto votare. Il prossimo decreto interpretativo ci dirà che se abbiamo acceso la macchina all'ora in cui chiudeva il seggio vale il voto a distanza?
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