E sì, il Belgio è ancor in crisi. Il Governo di Leterme è caduto il 22 aprile scorso, la campagna elettorale è iniziata (elezioni previste per il 13 giugno) e il caos continua. E questa volta in campagna elettorale, perché i sindaci della provincia Bruxelles-Hal-Vilvorde hanno annunciato che boicotteranno le elezioni. Un'iniziativa per calmare gli animi è stata lanciata da un gruppo di amici francofoni e fiamminghi: adottarsi tra comunità linguistiche.
Le elezioni anticipate sono fissate al 13 giugno. Il sei maggio scorso la Camera e il Senato, dopo aver liquidato i dossier più urgenti (misure anti-crisi per impiego e disoccupazione, aiuti per la Grecia) sono state sciolte. Se sulle misure economiche tutto è filato liscio, meno per quanto riguarda la lista di articoli costituzionali da sottomettere a revisione per la prossima legislatura: tra questi ancora la questione di Bruxelles-Hal-Vilvorde (Bhv), che molti vorrebbero veder separato. Si tratta ancora dei separatisti fiamminghi del Vlaams Belang (estrema destra nazionalista) e della Nuova Alleanza Fiamminga (Nieuw-Vlaamse Alliantie), partito fiammingo che sostiene l'indipendenza delle Fiandre. Il suo presidente, Bart De Wewer è dato, nei sondaggi, come l'uomo politico più popolare delle Fiandre. Si parla, per il momento, del 22,9%, contro il 18,9% del Partito Sociale Cristiano (CD&v) di Leterme, che era sempre stato in testa. Stessi risultati a Bhv, del quale esigono la scissione.
Dei ventinove sindaci della circoscrizione elettorale di Bhv, più precisamente di Hal-Vilvorde, 16 (o 17, secondo il quotidiano De Morgen) fiamminghi hanno annunciato che boicotteranno le prossime elezioni, che ritengono “illegali”. Si tratta di una posizione simbolica perché lo scrutinio sarà organizzato dal governatore del Brabante fiammingo, Lodewijk De Witte, che se ne incaricherà a posto dei comuni, come previsto dalla legge. Il giudizio dei sindaci “anti-elezioni”, così come quello dei partiti secessionisti, riposa su una sentenza della Corte Costituzionale del 2003 sosteneva che Bhv è un'anomalia nel sistema elettorale belga. Perché?
Oh my God: un tentativo di spiegazione
«Oh, my God!» è la risposta che il corrispondente a Bruxelles del Times ha dato ad un giornalista dell'olandese Volkskrant che gli ha chiesto come spiegava ai lettori americani la questione di Bhv. Era il 2005. Cinque anni dopo la situazione non è troppo diversa. La protesta dei sindaci – così come le richieste dei partiti fiamminghi – riposa su una riforma elettorale che il Governo belga ha fatto nel 2002, secondo la quale le vecchie circoscrizioni elettorali sono diventate province (tranne Bruxelles e Lovanio). Questo proprio per dare la possibilità ai francofoni che vivono a Bhv di votare per dei rappresentanti francofoni. La Corte Costituzionale, chiamata a deliberare, ha dato il suo giudizio nel 2003: il mantenimento della circoscrizione Bhv è “incompatibile” con la divisione elettorale in province per le elezioni amministrative. Perché? Perché viola il principio dell'equità: in questo modo alcuni belgi votano per province, e altri (BHV e Lovanio), per “mezze province”. Questo perché la divisione di Bhv non è fatta secondo le provincie, ma secondo criteri linguistici. In altre parole: come se al Nord Italia si votasse su circoscrizioni elettorali basate sulle regioni e al Sud, per esempio, sulla base delle province. Il principio di equità rivendicato dalla Corte Costituzionale si basa sul fatto che il sistema elettorale in un Paese deve essere omogeneo. Ora il problema è: come interpretare questa sentenza? Per i partiti fiamminghi è un via libera alla scissione, che infatti rivendicano già per le prossime elezioni. Per i francofoni è un motivo di riforma ulteriore, che può significare un ritorno al sistema precedente, ad esempio.
Adotta un fiammingo, un francofono o un germanofo
In questo caos, il 16 maggio scorso è stato lanciato il sito “Adotta un fiammingo” (www.adopteunflamand.be/www.adopteereenfranstalige.be ), dalla società belga Eyes Editing, diretta da Laurent Ingels. Il principio è semplice: «Un francofono può adottare solamente un fiammingo, e viceversa. Solo i germanofoni possono scegliere. Ma la persona “adottata” è affidata in maniera automatica dal sistema». Il sito, che non ha scopo commerciale, è nato dall'iniziativa di un gruppo di amici che lavorano nel cinema, nella musica e nella arti in generale. Dallo scherzo «il giorno che le cose si metteranno veramente male puoi venire a stare da noi» è nato il sito. Lo scopo di Ingels, nelle sue parole, «è solo quello di mostrare che siamo un Belgio unito. Siamo una sorta di piccolo sondaggio sociale». Al momento ci sono 380 francofoni iscritti e un centinaio di fiamminghi e un centinaio, quindi, di adozioni finalizzate. E tra venti giorni il Paese va alle urne.
Fátima Mohamed Kaddur, 45 anni e originaria di Melilla, è una consigliera comunale della provincia spagnola di Siviglia. Il cinque maggio scorso ha lasciato il Partito Popolare spagnolo: «Mi hanno detto “basta parlare del velo"». Intervista.
Fátima Mohamed Kaddur è originaria di Melilla, enclave spagnola in Marocco a grande maggioranza mussulmana. Vive, ed è consigliere comunale (fino a due giorni fa del Partito Popolare spagnolo, ora nel gruppo misto) di Gines, un comune in provincia di Siviglia con poco più di 12mila abitanti. Già due anni fa è stata al centro dell'attenzione mediatica in seguito a una polemica nata con Mariano Rajoy, segretario nazionale del Partito Popolare spagnolo. Quest'ultimo aveva lanciato l'idea di “regolamentare” il velo in Spagna sul modello francese dove, come tutti gli altri segni religiosi, è vietato a scuola così come nelle funzioni statali. In quell'occasione Mohamed Kaddur si era esposta contro Rajoy al grido di «il velo è integrazione». All'epoca era sicura che il Pp l'avesse capita: «Nel mio partito mi sento integrata, rispettata e voluta. Quando si sente dire che il Pp è razzista è semplicemente una menzogna». Mercoledì 5 maggio Mohamed Kaddur ha abbandonato il Pp: «Due anni fa dicevo che non c'era nessun problema nel mio Partito riguardo al velo. Bhé, era una menzogna. Mi chiamarono dal Partito, dopo un'intervista al quotidiano spagnolo Publico.es, dicendomi “basta interviste sul velo”. Da quel momento mi sono sentita messa sotto veto e discriminata. Non venivo avvisata, non mi tenevano in considerazione per nulla. I dirigenti del Partito non volevano parlare con me. Dopo la storia di Najwa e le dichiarazioni dei dirigenti della Provincia di Madrid (del Pp) mi sono detta: “Me ne vado, non posso più dividere degli ideali con questa gente”».
Mohamed Kaddur si riferisce al caso di Najwa Malha, 16 anni, espulsa un mese fa dall'istituto Camilo José Cela, a Pozuelo de Alarcón, provincia di Madrid, perché porta il velo islamico. La decisione è stata presa sulla base del regolamento dell'Istituto, che vieta di portare in classe qualsiasi “gorras”, “berretta”, che copra la testa. A Najwa è stata poi trovata un'altra scuola disposta ad accoglierla, ma la polemica sta facendo discutere la Spagna, soprattutto in un momento in cui il Belgio vieta il burqa e laFrancia ha una legge quasi pronta. In seguito a questo episodio, che definisce «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», si è dimessa.
Foto: B. Salzes
Perché per due anni ha agito come se non ci fosse nessun problema, anzi come se fosse un punto d'onore per il Pp? «Dopo l'intervista a Pubblico.es ho aspettato che qualcuno facesse un passo verso di me. Mi hanno usato, si sono fatti fare delle foto con me per vendere l'integrazione. E ora mi gettano via. E ora lo dico pubblicamente. Per ora continuerò a fare politica, integrando il gruppo misto, ma sono aperta ad ogni tipo di proposta, anche se per ora non ho incontrato e non ha discusso con nessun altro partito».
Cosa pensa della polemica europea su velo e sul burqa? «Io parlo a partire dalla Spagna, dove la Costituzione non menziona il divieto del velo e dove, anzi, tutela la libertà religiosa. Non sono d'accordo con il burqa, ma preferisco non entrare nella polemica perché è una cosa che non conosco e che non fa parte della mia cultura. Quello che sto dicendo, semplicemente, è che quello che porto (hijab, ndr) è un simbolo delle mie radici, della mia identificazione, della mia cultura. Per questo lo difendo e per questo appoggio Najwa».
Pensa che all'interno del Pp ci siano tendenze islamofobe o razziste? «No, quello che c'è è dell'ignoranza riguardo all'hijab: non si tratta di un simbolo di sottomissione all'uomo. Una volta solo schiavi e prostitute mostravano il loro corpo, e quest'uso è stato raccolto dalle scritture religiose mussulmane. L'hijab oggi significa solo sottomissione a Dio, non ha niente a che fare con gli uomini».
Pensa che la fede mussulmana sia realmente compatibile con l'adesione a un partito di radici cattoliche come il Partito Popolare? «Aborro confondere la politica con la religione. E ho sempre evitato di definirmi policamente in maniera religiosa. Ho sempre rispettato le altre religioni e non chiedo nient'altro che lo stesso nei miei confronti».
Bisognerebbe creare anche in Spagna un partito islamico che rappresenti gli interessi dei mussulmani? «Esiste già (Renacimiento y Unión, ndr) e si presenteranno alle elezioni municipali del 2011 e alle nazionali del 2012. Per ora non ho considerato la possibilità di militare in questo partito. Ho bisogno di tempo per riflettere al mio futuro politico, sapendo che è questo quello che voglio: restare in politica».
Fernando Navarro Sordo e Francesca Barca Europa451
Qui l'intervista fatta a Mohamed Kaddur nel 2008. Le foto sono di Bénédicte Salzes.
Da ieri la Piazza telematica di Scampia (Napoli) è salita agli onori delle cronache per un'altra storia di fondi europei (360mila per l'esattezza) da rendere alla Commissione. In questo caso è entrato nella polemica chi, i fondi, li voleva spendere.
La Corte di giustizia europea (Lussemburgo) ha respinto il ricorso del Comune di Napoli contro la decisione della Commissione europea di abbassare le sue contribuzioni finanziarie per realizzare delle “piazze telematiche” nel capoluogo campano. Questi fondi vanno indietro di parecchi anni: la Commissione inizialmente voleva vedere come i soldi fossero stati investiti già nel giugno 2000, riporta il Corriere del Mezzogiorno. Ma il Comune è riuscito ad ottenere due proroghe, al 2001 e al 2002. Visto che nulla si muoveva la Commissione ha chiesto al Comune di Napoli un saldo (da rendere) di 362.789,02 euro. Napoli ha fatto ricorso, ma il tribunale europeo ha dato ragione alla Commissione.
Fino a qui solo una storia di quasi ordinaria amministrazione. Quello di Napoli e della Campania non è un caso isolato purtroppo: la Sicilia, a gennaio di quest'anno, si è vista “disimpegnare” 55 milioni di euro di fondi strutturali non utilizzati; la regione Lazio ha dovuto restituire 198 milioni di euro per il periodo 2007-2009. E l'Itala non è sola: la Francia, che di solito è molto più efficiente de noaltri tra il 2000 e il 2006 pare che abbia speso solo l'86% dei fondi che le erano stati affidati. La Spagna, dal canto suo, dovrà rendere, nel 2010, ben 17 milioni di euro per fondi europei che non ha ut In generale poi, in Europa, i fondi persi ammontano, in media, a 227 milioni di euro. In quest'ottica i 360mila euro di Napoli sono bruscolini che, quasi, non si notano.
Ma la questione di Napoli e dei sui 360mila euro è salita agli onori delle cronache perché qualcuno che voleva usare quei soldi (solo un terzo in realtà) c'era: Agoravox Italia. Il sito partecipativo, infatti, aveva chiesto alla regione Campania, ad agosto 2009, dei fondi per potersi trasferire, da Parigi (dove si trovano ora) proprio a Scampia. E proprio alla Piazza Telematica. Per questo ieri il direttore di Agoravox Italia, Francesco Piccinini, ha pubblicato una lettera sul Corriere del Mezzogiorno, per lamentarsi della situazione. Vero è, e sicuramente presto gli sarà fatto notare, che visti i tempi biblici del Bel Paese, che a volte si moltiplicano abbassando la latitudine, otto mesi non sono nulla. E che i 360mila euro in questione risalivano ad un bilancio di quasi 10 anni prima.
Ma cos' è la Piazza Telematica? “Non solo dai centri di ricerca e sviluppo delle nuove tecnologie, ma anche da luoghi pubblici di Napoli potrà svilupparsi la new economy e soprattutto la capacità dei napoletani di competere nelle professioni e nelle attività che fino a poco tempo fa avremmo definito del futuro, ma che ormai fanno parte del nostro presente quotidiano”, ci dice il sito del progetto. Questo nel 2000. La sfida per la Napoli di Bassolino, partiva da Scampia, quartiere a nord di Napoli, che ha come primati il più alto tasso di disoccupazione italiani (circa il 60% della popolazione attiva) e una fortissima presenza delle attività legate alla Camorra. E, in ultimo, l'ambientazione di Gomorra.
Francesca Barca Europa451
Qui un'altra spiegazione di Agoravox Italia su Scene Digitali.
La decisione spetta a un gruppo di meno di venti persone, tra professori, genitori, alunni e rappresentati dell'amministrazione. Ecco chi decide se è lecito o meno il velo islamico nelle scuole spagnole: il consiglio scolastico di ogni istituto. Ovviamente dopo l'ultimo caso di cronaca (Najwa Malha, 16 anni, espulsa dall'istituto Camilo José Cela, a Pozuelo de Alarcón, provincia di Madrid) ci si interroga se per caso non tocchi allo Stato mettere mano a questo problema. "En el interior del edificio no se permitirá el uso de gorras ni deninguna otra prenda que cubra la cabeza": questo il regolamento della scuoal di Najwa. Si parla di “gorras”, “berrette”. Su El Pais Iván Jiménez-Aybar, avvocato di Najwa, sostiene che non era facile prevedere – benché la famiglia di Najwa, che tra l'altro le aveva sconsigliato di mettersi il velo, fosse a conoscenza del regolamento – che il codice scolastico si potesse applicare anche al velo. Dice Jiménez-Aybar : «La comunicazione (con lo studente) diventa difficile quando porta un capo che può nascondere il volto e quindi non ci si rende conto se ci sta guardando, se dorme o se ascolta musica. Non credo che l'uso dell'hiyab possa volontariamente causare problemi in classe o rendere difficile l'interlocuzione». Allora com'è possibile che venga applicato a questo caso? Per Jiménez-Aybar probabilmente il problema è stato sollevato da qualche altro alunno che voleva portate a scuola un qualunque tipo di berretto (Najwa Malha è andata a scuola con il suo velo per circa un mese prima che si scatenasse la polemica) e che ha usato il caso di Najwa per lamentarsi.
Quasi due anni fa ho intervistato, a Gines, un comune a pochi chilometri da Siviglia, Fátima Mohamed Kaddur (che ora ha cambiato opinione), consigliera comunale per, udite udite, il Partito Popolare spagnolo. All'epoca la signora era su tutti i giornali andalusi per una polemica – strumentale secondo lei, sostanziale secondo me – nata quando il Mariano Rajoy, segretario del Pp, aveva lanciato la proposta di restrizioni all'uso del velo, sopratutto nelle scuole, sul modello francese. La reazione di Fátima? «Il velo non si tocca. Il velo è integrazione, e lavoro per questo. Io non mi sento discriminata. Ad esempio vado al Rocío con le donne con le quali lavoro, mi vesto da“flamenca”, ma con il velo. Questo rappresenta l’integrazione piena e serve, a titolo di esempio, a combattere il razzismo contro gli immigrati». Sicuramente, anche se la posizione sembra un po' utopica, qualcosa di vero c'è.
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