Nel marzo scorso aveva fatto sorridere – e anche un po' polemica – la proposta di due deputati tedeschi che lanciavano l'idea, per risanare il pesante debito greco, di vendere qualche isola. Bhé, pare che il Governo di Atene lo farà veramente. Più le ferrovie e l'acqua.
Nel marzo scorso aveva fatto sorridere – e anche un po' polemica – la proposta di due deputati tedeschi che lanciavano l'idea, per risanare il pesante debito greco, di vendere qualche isola e qualche opera d'arte.
Bhé, è successo. Riporta The Guardian che Atene si prepara a mettere in vendita, o ad affittare a lungo termine, le sue isole. Lo dicono fonti vicine alle negoziazioni: tra gli acquirenti interessanti ci sarebbero russi e cinesi che cercano mete turistiche per la loro popolazione.
Solo 227 delle oltre seimila isole sono infatti abitate e il Governo greco non può permettersi investimenti per sviluppare le infrastrutture e, quindi, il turismo. La speranza è che mossa permetta di generare lavoro e quindi tasse. A questo si aggiunge il piano di vendere le ferrovie nazionali e le compagnie che che gestiscono l'acqua. Pare che alcune compagnie cinesi, che già hanno investito nei porti, siano interessate.
Francesca Barca Europa451
Nota del 28 giugno:
L'informazione è falsa, o diciamo, raccontata in modo incorretto, e ha fatto parecchio arrabiare i greci. Lo dice un articolo di oggi Jean Quatremer sul suo blog: il giornalista francese di Libération spiega che The Guardian ha montato la notizia come se la Grecia stesse svendendo il suo territorio, quando ha iniziato "solo" una vasta operazione di privatizzazione, che prende in considerazione anche alcune tra le
"Vero è che lo Stato greco si è impegnato in un vasto programma di privatizzazione e di vendita di terreni pubblici (si stimano tra i 150 e i 300 millioni di euro). Ma questo non significa che stia svendendo il suo territorio. In questo caso sarebbe come se la vendita di una villa in Costa Azzurra a un oligarca russo fosse come vendere una parte del territorio alla Russia. O come se Eurodisney avesse permesso agli Usa di comprare un pezzo della regione di Parigi.."
Ci scusiamo con il lettore per esserci semplicemente limitati a riportare la notizia del Guardian.
Domenica 20 giugno la capitale francese è stata teatro della più grande manifestazione della comunità cinese della sua storia. Il luogo? Il quartiere di Belleville – che tocca quattro arrondissement parigini: decimo, undicesimo, diciannovesimo e ventesimo – nell'est della città, dove, dopo Tolbiac, c'è la più grande concentrazione di popolazione di origine cinese.
Secondo la questura 8.500 persone (10 mila secondo AFP) sono scese in strada al grido di «J'aime Belleville ! Sécurité pour tous !» (Amo Belleville, sicurezza per tutti) per denunciare la violenza di cui è vittima questa comunità. Una manifestazione iniziata pacificamente che pare sia degenerata in seguito ad una violenza, un furto, di cui sarebbe stata vittima un manifestante verso la fine del corteo. Tra le 17 e le 21 di domenica sera rue de Belleville è stata teatro di bottiglie molotov, macchine incendiate e lancio di gas lacrimogeni.
Secondo Taki Zhang, porta parola del collettivo di associazioni franco-cinesi che ha organizzato la manifestazione «i cittadini del quartiere vogliono vivere tranquillamente dopo oltre venti anni di lassismo. O ci trasferiamo tutti, oppure manifestiamo per il nostro diritto alla sicurezza». Zhang, che è commerciante, ha raccontato la sua esperienza a Rue89: «Abito verso Menilmontant (un fermata di metropolitana da Belleville, ndr) e la sera quando rientro ho paura. La situazione dura da anni. Quasi ogni giorno delle bande di giovani aggrediscono delle donne o delle persone anziane per rubare. I clienti smettono di comprare». Questo tipo di “esposizione” è una novità per una comunità di solito estremamente discreta: «Siamo una comunità molto riservata, se non ci sono troppe perdite o se si tratta di piccole cose non ci interessa troppo approfondire. Inoltre ogni volta bisogna passare delle ore al commissariato». Ma, aggiunge Hu Juango, cameriere al Nouveau Palais de Belleville, uno dei più grandi ristoranti cinesi della zona, «se ora reagiamo è perché la cosa è veramente grave. Bisogna muoversi. E se la autorità non lo fanno ricorreremo a un servizio di sicurezza privato».
Il quotidiano francese Le Monde riporta la dichiarazione di Fréderique Calandra arrondissement, che spiega che circolano un sacco di voci sui cinesi: «che girano denaro liquido in tasca e che, essendo sans-papier non possono denunciare i furti alla polizia». La voce si è sparsa e sono spesso vittime di aggressioni di bande locali. Sia Zhang che il sindaco sottolineano che non si tratta di aggressioni razziste, ma legate semplicemente al denaro.
Quello che ha stupito gli analisti è la reazione così compatta, di una comunità che compatta non è, motivo per il quale molti parlano di "manifestazione asiatica". I “cinesi” di Belleville sono una comunità estremamente varia, di origini e lingue diverse: dai “boat people”, sfollati del sud-est asiatico (soprattutto dal Vietnam) negli anni Settanta, fino all'immigrazione più recente che vede rifugiati politici, economici o business man di passaggio che non cercano l'integrazione. Secondo le stime in Francia ci sono tra 600 e 700mila persone di origine cinese, concentrate soprattuto nella capitale. Piccola nota people: Anh Dao Traxel, figlia adottiva di Jacques e Bernadette Chirac, di origine vietnamita, ha dichiarato la sua adesione alla manifestazione.
Il Ministro della Giustizia spagnolo Francisco Caamaño ha annunciato che farà rientrare nella "Legge sulla Libertà Religiosa e di Coscienza" che presenterà in autunno il divieto del burqa. Un'ondata di provvedimenti che, dopo Belgio e Francia, si diffondono ovunque in Europa.
Ieri il Ministro della Giustizia spagnolo, Francisco Caamaño, ha annunciato che nella legge per la "Libertà Religiosa e di Coscienza" che il Governo sta preparando non esclude di regolamentare (leggi vietare) l'uso del burqa come richiesto da numerose municipalità in Spagna, sopratutto catalane. La città di Barcellona, più altri sei comuni catalani, hanno infatti già emesso un decreto per impedire l'uso del velo integrale (a cui, per equità, sono stati aggiunti casco e passamontagna) nei luoghi pubblici. La norma si richiama, come ovunque, all'obbligo di riconoscibilità dell'individuo. Tale norma dovrebbe rientrare nella Ley de Libertad Religiosa y de Conciencia (Legge di Libertà Religiosa e di Coscienza) che il Governo ha in cantiere da mesi, in seguito alle polemiche su velo e burqa che stanno, come ovunque in Europa, animando la Spagna. Caamaño ha infatti invocato, a sostegno di questa proposta, motivi di «sicurezza» e la «libertà e dignità della donna» ma, anche, la necessità di «mettere ordine in questo tipo di questioni». Ricordiamo la polemica che ha seguito l'espulsione della giovane Najwa Malha dal suo istitutivo della provincia di Madrid a causa del velo islamico. Dopo questo episodio molte scuole hanno cambiato il loro statuto per includere il divieto di “capo coperto”: in Spagna, al momento, una decisione del genere spetta, per quanto riguarda le scuole, al consiglio di istituto, e per quanto riguarda le regione alle Comunità autonome. Il progetto di legge dovrebbe arrivare alla Cortes Generales (il Parlamento spagnolo) in autunno. Il Ministro alle Pari Opportunità, Bibiana Aído, è sulla linea del Governo: «Questo tipo di argomento ha bisogno di una riflessione seria, e la Legge sulla libertà religiosa è il luogo adatto. Il burqa e gli altri veli integrali attentano la dignità della donna. Mi piacerebbe che nessuna donna debba portarlo», riporta El Pais. Il quotidiano spagnolo cita anche la dichiarazione di Jaime Rossell, professore di Diritto Ecclesiastico all'Università dell'Estremadura. Secondo lo studioso non è «consigliabile che il legislatore proibisca un solo tipo di indumento. Inoltre la legge attualmente in vigore pone già come limite l'ordine pubblico» e permetterebbe di essere applicata là dove necessario.
Dove già è fuori legge
E il velo è già vietato in Francia, insieme a tutti i segni di appartenenza religiosa (legge 1905 sulla laicità), e in moltissime scuole in Belgio: 110 su 129 della comunità francofona, mentre la comunità fiamminga lo ha vietato lo scorso settembre, e l'interdizione sarà effettiva dal prossimo anno scolastico. Sempre Francia e Belgio si stanno giocando il primato di chi arrivi prima a una legge per vietare l'uso del burqa negli spazi pubblici: il Belgio, il 29 aprile scorso, ha fatto passare – in piena crisi politica, subito dopo la caduta del Governo di Leterme – una legge all'unanimità. La Francia ci si avvicina: il Consiglio di Stato francese sta esaminando il provvedimento per il divieto del velo integrale. Il Governo aveva incaricato una Commissione parlamentare per studiare il problema, ed è ora pronto ad andare avanti. Secondo il quotidiano francese Le Figaro il progetto si concentra principalmente su due articoli che puntano a “punire le donne in maniera leggera” e a “sanzionare fortemente chi le obbliga”. Secondo il principio per il quale «nessuno nello spazio pubblico può coprire il suo volto» si può incorrere in multe fino a 150 euro o in uno «stage di utilità pubblica». La grande novità della legge francese è che instaura il delitto della «violenza, della minaccia e dell'abuso di potere o di autorità» per chi impone l'uso del burqa. Il testo passerà al Consiglio di Stato che, ricordiamo, aveva già rifiutato una prima proposta nel marzo scorso, ritenendo che mancassero i fondamenti giuridici (violazione principio di libertà di coscienza). Importante, per il Governo francese, far passare il messaggio che il burqa non si rifiuta in nome della laicità – perché sarebbe un cattivo messaggio per la comunità islamica – anche se ancora non ha chiarito se si porterà avanti il tema della sicurezza o quello della dignità della donna.
Parlando di sondaggi
Secondo un'inchiesta che ha toccato 21mila cittadini di quattordici Paesi Ue, realizzata dalla fondazione spagnola BBVA e coordinata da Ipsos, solo il 28% dei cittadini sono d'accordo sull'uso del velo nelle scuole, mentre il 50% è contrario, riporta il quotidiano spagnolo ABC. I Paesi che ci si oppongono maggiormente sono la Bulgaria, la Francia, la Germania, la Svizzera, il Belgio e la Grecia. Va detto che il 62% degli intervistati considera i valori cristiani una caratteristica europea. Nel caso spagnolo, riporta ABC, il 28% dei cittadini intervistati è d'accordo con il velo, mentre il 21% non se ne interessa.
Ricordiamo che ci sono circa 14 milioni di musulmani – secondo uno studio della fondazione culturale tedesca ZentralInstitut Islam Archiv Deutschland – che già vivono nei Paesi Ue (non Europa, dove se si considerano gli oltre otto milioni dei Paesi di area Balcanica e i venti milioni delle Repubbliche della Federazione russa, si arriva a oltre quaranta). Il Paese con la più grande comunità islamica è la Francia (5,5 milioni, almeno ufficiosamente, visto che le statistiche etniche sono vietate), seguito dai Paesi Bassi (non in termini di cifre, vista la grande differenza di popolazione) dove, il 6% della popolazione è musulmana.
L'11 novembre 2009 l'esecutivo olandese ha proposto una nuova legge sulla prostituzione. Dopo la caduta del Governo di Balkenende (Cristiano-democratici, Cda) lo scorso febbraio il ddl è congelato. Questa legge modificherebbe sensibilmente la politica sulla prostituzione in vigore, e si inscrive in una politica di riduzione, vedi limitazione, intrapresa già da qualche anno, soprattutto nell'Amsterdam di Job Cohen. I nuovi equilibri usciti dalle urne il 9 giugno scorso vedono i liberali di Mark Rutte e i socialisti di Cohen in vantaggio, con un ottimo score per Wilders. Un bilancio della legge in vigore da dieci anni e uno sguardo su quello che potrebbe cambiare.
In Olanda la prostituzione non è mai stata perseguibile penalmente. Nel 2000 è stato fatto un passo avanti e sono legalizzati anche i bordelli, dichiarati fuori legge nel 1911 per evitare lo sfruttamento o la coercizione delle lavoratrici. Da questo momento i lavoratori e le lavoratrici del sesso sono diventati “legali”. Lo spirito della legge è quello di adeguare la norma legislativa alla situazione esistente: i bordelli non hanno mai smesso di esistere ma venivano tollerati se non creavano problemi, che si trattasse di ordine pubblico o collusione con la criminalità. La legge olandese tutt'ora in vigore considera i lavoratori e le lavoratrici del sesso alla stregua di lavoratori normali, con regime di libero professionista o di impiegato. Questo significa che pagano le tasse e che, in caso di interruzione non volontaria di lavoro dipendente hanno diritto alla disoccupazione. Va detto che «l a prostituzione è riconosciuta come professione, ma non viene considerata un lavoro appropriato. Ne consegue che gli uffici di collocamento non possono pubblicare offerte di lavoro per questo settore né agire come intermediari per posti di lavoro nell’industria del sesso», riporta il sito del Consolato dei Paesi Bassi in Italia. Esistono poi tutta una serie di tutele sul lavoro piuttosto liberali: se si tratta di prostituzione su strada i lavoratori hanno accesso a zone di riposo e ristoro, disponibilità di preservativi, cure mediche gratuite ma non obbligatorie (non deve passare il messaggio che la prostituta è veicolo di malattie, nonostante quattro check up annui siano caldeggiati). La professione in locali si esercita sotto una licenza fornita, come per i coffe shop, su base comunale secondo lo spirito olandese di rispetto e di delega alle autorità locali. Secondo la legge attualmente in vigore non si può vietare una licenza per ragioni morali o etiche.
Non così red come sembra
Secondo i dati governativi in Olanda ci sono 25mila lavoratori del sesso, ripartiti in circa 6mila zone lavorative. Si stima che circa due terzi siano immigrati: negli anni Settanta la maggior parte arrivava dalla Tailandia o dalla Filippine, negli anni Ottanta dall'America Latina. Dopo la caduta del muro di Berlino (e soprattuto con l'allargamento a Est dell'Ue) dall'Europa centrale e orientale. Questi dati, ricevuti dal Ministero degli Esteri, sono gli stessi che figuravano nel 2005. Il che fa pensare che, nonostante il tentativo di catalogare, quella legata alla prostituzione sia ancora una realtà fluida. Perché? «Effettivamente alcuni dicono che il 60-70% delle lavoratrici del sesso sono immigrati, ma come possiamo esserne sicuri? Non ci sono registrazioni. Molte lavoratrici olandesi lavorano negli appartamenti e non sono registrate. Io stessa ho una madre tedesca, che definizione usano di “migrante”? Sicuramente le vittime del traffico di esseri umani sono maggiormente migranti», mi dice Marianne Jonkerdell'associazione soaaids.nl, che si occupa di prevenzione e servizi sanitari connessi ai lavoratori del sesso.
La maggior parte dei lavoratori del sesso, sempre secondo le statistiche del Ministero degli Esteri, esercita nei sex club o nei bordelli (45%), circa il 20% nelle vetrine, il 15% nei servizi escort, un altro 5% rispettivamente su strada e negli appartamenti privati. La legge olandese, considerata un modello, non è stata di così facile applicazione, né senza polemiche. «Questa legge ha legalizzato la parte commerciale e ha fatto delle prostitute delle lavoratrici. Èil sistema amministrativo a riconoscere la prostituzione come un'attività commerciale . E là è andata male: perché nel momento in cui crei un quadro economico-lavorativo di normalizzazione devi fare i conti con i preconcetti sociali, gli interessi territoriali e con una fase, che deve essere flessibile, di passaggio da un'industria che è sempre stata clandestina, a una situazione di legalità. I burocrati olandesi sono terribili perché sono molto legalisti», mi spiega Licia Brussa, sociologa dell'immigrazione e fondatrice di Tampep, Ong nata nel 1993 che si occupa di lavoratori/trici del sesso immigranti in Europa. «Il primo a fare follie era l'ufficio delle imposte: come trovi i criteri fiscali per un lavoro che è flessibile e che che così deve restare? Le lavoratrici del sesso vogliono restare indipendenti, perché è l'autonomia che ti garantisce l'integrità fisica della decisione: non puoi fare marchette su comando e accettare tutti i clienti perché è il tuo lavoro. Tutto questo entrava in conflitto con le leggi sul lavoro, che danno orari e impongono dipendenze». Per cui molte donne affittano una vetrina o lavoravano in un bordello perché c'era già la licenza. La legalizzazione, quindi, non è stata né chiara né omogenea. Certo, fare uscire dal “nero” un tale business d'affari non poteva avvenire nel giro di due anni: «Forse le persone più anziane si dicevano: “mi conviene, così posso avere qualche diritto sociale, posso usare i miei soldi in modo legale”. Però le donne giovani, che magari lavorano solo nei week end o per qualche mese non volevano entrare in un sistema legale», continua la Brussa.
E la vita non è così facile perché quello del sesso è un mercato molto variabile e con costi elevati per i lavoratori. Il prezzo per l'affitto di una vetrina varia dai 75 euro ai 150 al giorno (a seconda della zona): le prostitute ci lavorano a turni, mattina-pomeriggio, pomeriggio-notte. I costi delle prestazioni sono anche quelli molto variabili: «Dai 30 ai 50 euro per un rapporto completo in vetrina, dai 25 ai 50 su strada», mi dice la Jonker. «E più le ragazze sono sfruttate, più il prezzo si abbassa. E non ce la fai ad avere una media di 10-15 clienti al giorno. Inoltre, pensa ai costi: le vetrine “legali” hanno orari di chiusura, spesso alle due. E non si può dormire in vetrina. Per cui bisogna affittare una stanza nella zona. Pensa alla speculazione. E poi ci sono i costi per “il corpo”, diciamo...»., agggiunte Licia Brussa. Viste queste cifre i conti sono presto fatti, tenendo in considerazione il fatto che, se la persona lavora “legalmente” deve pagarci pure le tasse.
Sarah (il nome è inventato) ha 35 anni e ha iniziato a lavorare come prostituta quando ne aveva 20 per risolvere una brutta situazione finanziaria: «All'inizio ho lavorato in nero in un bordello. Appena il Governo ha permesso la legalizzazione l'ho fatto: pagavo il 17,5%. Non saprei stimare esattamente le entrate mensili: cercavo di non guadagnare meno di 500 euro al giorno, sennò mi dicevo che non valeva la pena». Ma molto è cambiato con l'era di Internet, la progressiva riduzione della prostituzione per volontà statale e la crisi: «Ora puoi guadagnare bene solo se il tuo target sono le persone ricche. Tutti gli altri tipi di prostituzione sono morti: oggi grazie ad un computer puoi trovare una donna per avere sesso molto facilmente e anche gratis».
Riduzione del 50% dell'industria del sesso
Già da qualche anno, quindi, esiste una volontà, se non esplicitamente di riduzione, diciamo di contenimento della prostituzione. «L'industria del sesso in Olanda era enorme. Negli ultimi quattro anni è stata ridotta del 50%. C'è stato un doppio meccanismo: politiche di riduzione, e una serie di casi in cui è stata scoperta una collusione tra criminalità organizzata e proprietari di immobili legati alla prostituzione», aggiunge la Brussa. Ed effettivamente basta osservare la politica della sola Amsterdam: Job Cohen, sindaco laburista dal 2001 al marzo 2010 – data in cui ha lasciato per presentarsi come candidato premier per il suo partito, il PvDa – nel 2006 ha negato la licenza a trenta bordelli ad Amsterdam e la politica della città, dallo stesso periodo, ha puntando alla “riqualificazione” del quartiere rosso. Al grido di «vogliamo eliminare il crimine dal quartiere a luci rosse», Amsterdam ha investito a De Wallen: pare che Charles Geerts, tra i più grandi proprietari di bordelli di Amsterdam, abbia venduto 17 proprietà per 25 milioni di euro, e che la metà sia andata alla municipalità. Lo scopo? Ridurre di un terzo le vetrine impiantando al loro posto gallerie d'arte o di moda. Alla fine del 2008 Cohen ha annunciato di voler chiudere la metà della 400 vetrine della città per accertata collusione con la criminalità. «Sono stati gli abitanti e i proprietari del quartiere che hanno protestato. Perché hanno perso soldi: devi considerare che non c'è un turista che non passi di lì. E, inoltre, questo 50% di riduzione è passato al clandestino», racconta la Brussa. «Le ragazze non hanno potuto dire nulla su questa politica della municipalità, sono dovute semplicemente partire. Ma se sei un fornaio, ad esempio, e ti chiedono di chiudere la tua attività, ti aiutano economicamente per spostare il tuo business da un'altra parte. Per le ragazze di De Wallen nulla. Ma noi paghiamo le tasse. È giusto?», mi dice Sarah. A questo si è aggiunta una politica di riduzione della prostituzione all'aperto, cosa che ha spostato tutte le attività al chiuso, con annessa «l'impossibilità di monitorare la situazione per le associazioni», specifica la Brussa.
Una nuova legge per combattere il traffico di esseri umani
In Europa, nel 2006, sono state segnalate 9000 vittime del traffico di esseri umani, il che corrisponde a trenta volte meno rispetto alle cifre stimate per il continente. Va detto che un rapporto dell'Unodc (United Nation on Drogs and Crimes) del 2006 menziona l'Olanda tra le principali destinazioni di questo traffico insieme a Tailandia, Giappone, Israele, Belgio, Germania, Italia, Turchia e Stati Uniti. Ciononostante nessun rapporto menziona una correlazione diretta tra la legge in vigore attualmente in Olanda e il traffico di esseri umani. «Il Governo ha deciso che la legalizzazione del 2000 non ha fatto nulla per i sexworker perché, nel frattempo, il numero delle vittime del traffico di esseri umani non è diminuito», mi spiega Marienne Jonker, che definisce questa nuova legge «repressiva». Lo scopo esplicito di questa proposta è la lotta alla tratta di esseri umani e la “riqualificazione” dei lavoratori del sesso. «La politica di lotta contro la tratta ha una sua logica: la lotta contro le vittime di un delitto. Che non ha niente a che fare con la prostituzione libera, riconosciuta come un'attività commerciale. Già concettualmente non bisogna confondere le due cose: fino agli anni Novanta la legge olandese era un esempio di queste due politiche chiare», mi dice Licia Brussa. Secondo la studiosa questa distinzione è più diluita nella nuova legge. Il ddl proposto l'11 novembre 2009 cambia, e di parecchio, la prospettiva: licenze obbligatorie anche per le libere professioniste legata al comune di attività, un registro nazionale per i servizi di escort, registrazione obbligatorie delle prostitute, criminalizzazione per il cliente che frequenta una persona non registrata o un locale senza licenza, aumento dell'età minima a 21 anni e, soprattutto e particolarmente significativa, l'entrata in vigore della “zero option” la possibilità, cioè, di un comune di vietare una licenza senza motivo (e quindi per motivo morale). A questo si aggiungono maggiori possibilità di controllo da parte delle autorità municipali per verificare situazioni di abuso.
Per coloro che lavorano nel e con l'industria del sesso la legge non è affatto la benvenuta: la tessera che il lavoratore deve possedere viene assegnata dopo un colloquio con un team di esperti che devono valutare che la persona non sia è sotto costrizione: «Immagina se chi fa questo “screening” si rende conto se queste persone sono sfruttate. Noi abbiamo bisogno di mesi e di un lavoro continuo perché la donna ti dica che “il magnacca le chiede soldi”, ad esempio. Inoltre, non ci sono altre professioni dove fai uno screening da un funzionario pubblico o vieni registrata», continua la Brussa. «Qualunque tipo di tessera può essere copiata e rivenduta», aggiunge la Jonker. E poi c'è il problema della privacy: «Con questo tesserino non c'è la garanzia di protezione dei dati: abbiamo calcolato che ci saranno almeno mille funzionari che ci avranno accesso. Immagina la dispersione», aggiunge la Brussa.
Sarah, che ha sempre continuato, accanto all'attività di prostituta, a fare «lavori normali» o studiare, per «continuare ad evolvere e non impazzire», insiste molto sull'importanza della privacy: «Molte ragazze lavorano in segreto, nemmeno i loro mariti lo sanno (ho amiche che volevano essere finanziariamente indipendenti proprio per uscire dal matrimonio). Per cui potevi dichiararti come manicure o donna delle pulizie. La registrazione come prostituta è ridicola perché i magnaccia, gli ex-fidanzati o chiunque altro può accedere facilmente a te, alla tua attività e ai tuoi recapiti. E quando tutti sanno quello che fai è difficile cambiare vita: chi vuole dare lavoro a una donna di strada?».
Le elezioni olandesi hanno segnato, contrariamente ai pronostici, un bel risultato a Geert Wilders. Il suo partito, il Pvv, è passato da 9 a 24 seggi. I socialdemocratici e liberali-conservatori hanno ottenuto, rispettivamente, 30 e 31 seggi, ma il Governo, per esistere, ha bisogno di una coalizione.
In Olanda, dal 1° luglio, ci saranno più partito al Governo che all'opposizione. Questa è la data fissata da Mark Rutte, leader del vittorioso dei liberali-conservatori, per formare il nuovo governo. I quattro partiti di sinistra non arrivano, insieme, alla maggioranza; la destra, che storce il naso di fronte ai risultati di Wilders, non ha comunque i mezzi per governare sola. I cristiano-democratici del Primo Ministro uscente Jan Peter Balkenende sono scesi, da 41 a 21 seggi e appaiono come i grandi sacrificati all'altare della crisi economica. La coalizione che si prospetta sembra nata per essere instabile. Si chiamerà “Coalizione viola” e avrà un odore estremamente “liberale”: a destra il Pvv di Wilders, più a sinistra i democratici liberali del D66 e i Verdi. Solo su una cosa sembrano già d'accordo: la religione è fuori dalla politica, diversamente dal precedente Governo.
Wouter Bos e Camiel Eurlings erano due astri nascenti della scena politico olandese: il Primo leader del Partito Laburista e Ministro delle Finanze, il secondo Ministro dei Trasporti per i Cristiano Democratici. Entrambi giovani e all'apice della carriera. Entrambi hanno lasciato la politica prima delle elezioni olandesi del prossimo 9 giugno. Per quale motivo? Per dedicarsi alla famiglia e a una vita più rilassata. Un calcolo politico o un nuovo trend?
«Lo sapevate che il Papa si è dimesso? Ha deciso di dedicarsi ai suoi figli!» è diventata la battuta più popolare in Olanda negli ultimi mesi. Perché? La campagna elettorale che finirà il 9 giugno sarà senza di loro: Wouter Bos (ex vice Primo Ministro e leader del Partito laburista, 47 anni) e Camiel Eurlings (ex Ministro dei trasporti e deputato del Partito Cristiano-Democratico, 37 anni) hanno deciso, lo scorso marzo, di ritirarsi dalla politica lasciando il posto a leader più anziani come Job Cohen (ex sindaco di Amsterdam, nuovo leader laburista) e Jan-Peter Balkenede (ex Primo Ministro e nuovo leader della Cda). Per entrambi si è trattato di scelte personali: il desiderio di stare accanto alla moglie e allevare i figli. Per molti la scelta è stata una sorpresa, soprattutto perché si tratta di due personaggi che già si detenevano incarichi chiave e con grandi possibilità.
Progressisti o conservatori?
«Venti anni fa una decisione del genere sarebbe stata impensabile, ma oggi la società sta cambiando», dice Van den Bos, ex deputato olandese, ora al Parlamento europeo per il Partito liberale D66. «Non è così lontano dalla realtà pensare che non si può condurre una vita politica a quel livello e avere anche una famiglia. Si tratta di settimane lavorative di 70-80 ore: anche nel poco tempo libero che ti resta continui a pensare al lavoro. Non è possibile lavorare nella politica e starne fuori, anche solo per un giorno». Per il politologo olandese Kees Aarts una decisionedi questo tipo non va affatto vista sotto l'angolo del conservatorismo: non si tratta di un ritorno ai valori famigliari in un contesto – simile a quello dei vicini europei – in cui la famiglia tradizionale si sta sgretolando. Si tratterebbe, invece, di «una tendenza progressista, perché post-materialista». Anche il leader dei Verdi, Henk Najhof si tratta di una buona notizia perché è un segno di come «il lavoro non è la sola cosa per la quale nutrire ambizione». Potrebbe anche essere un buon momento per permettere alle donne di irrompere nella scena politica nazionale, dove non sono ancora troppo presenti. «Non si può certo dire che l'Olanda sia all'avanguardia per la presenza delle donne in politica: nessuna donna è ancora stata a capo di un grande partito», sottolinea Kees Aarts. Anche se sembra che le cose stiano cambiando: alle ultime elezioni europee gli olandesi sono stati gli unici ad eleggere più donne che uomini al Parlamento europeo. Anche la generazione più giovane riconosce che «la nostra cultura politica è sempre stata sessista, anche se le donne stanno cominciando ad arrivare al potere, soprattutto nelle zone rurali e a livello locale dove è più facile conciliare famiglia e lavoro. E i partiti stanno cercando di usare questa “femminilizzazione” ora che la politica sta diventando meno ideologica e più di immagine. Ora, avere una donna, magari bionda, su un cartello elettorale è un più», ha commentato Vies Arrie, portavoce per i giovani democristiani. Ma quale sarà l'occupazione di questi due leader politici una volta ritirati? Difficile pensare che passeranno la giornata ad occuparsi dei bambini: «Eurlings tornerà probabilmente al settore privato. Come Wouter Bos potrebbe tornare a lavorare per Shell. Addirittura c'è chi parla di una possibilità come Governatore della Banca Centrale dei Paesi Bassi», dice Kees Aarts. E, comunque, questo ritiro dalla politica non è in alcun modo definitivo, ed era stato preparato da tempo: «Nel caso di Wouter Bos le voci di una trattativa con Cohen giravano già da tempo, e ben prima dell'organizzazione delle elezioni», dice Van den Bos. «Si tratta anche di una decisione tattica: non c'è nulla di meglio che presentarsi tra pochi anni con una nuova verginità politica e l'aura di aver saputo fare una scelta come quella della famiglia. È un modo per guadagnare voti: sicuramente quelli delle donne e delle persone anziane. In ultima analisi non mi stupirebbe che questa scelta sia data al 50% da calcolo politico e al 50% da motivi personali. Una volta che si entra in politica si diventa dipendenti».
I Paesi Bassi sono considerati, da tutti i punti di vista, un Paese tra i più avanzati e progressisti al mondo. Eppure, già da qualche anno, il Partito della Libertà di Geert Wilders colleziona successi elettorali, sul piano sia interno che europeo, mentre e la legislazione olandese e sull'immigrazione è tra le più rigide in Europa. Si parla di un Paese con il 5.6% di popolazione musulmana con un tasso di crescita costante, che vede il suo modello di integrazione e di sviluppo in crisi. Secondo molti Wilders ha semplicemente «liberato» il discorso razzista.
Passeggiando per Amsterdam o per l'Aia li vedi. È una cosa che colpisce l'occhio, più che a Parigi o a Londra. I musulmani in Olanda sono e “sembrano” tanti. Secondo il rapporto di Forum (Institute for multicultural affairs, Netherlands) si stimano, all'inizio del 2009, 907mila musulmani – il 5,6% della popolazione – la maggior parte turchi o marocchini, e ben 475 moschee. Si parla di un Paese di 16.200.000 abitanti su una superficie di 41,5mila chilometri quadrati. Che è un po' come se in Italia, invece del milione e duecentomila musulmani – stimati dal presidente della Lega musulmana Mario Scajola – ce ne fossero 3,4 milioni. Se la crescita demografica rimane la stessa, secondo Forum, nel 2050 saranno circa 2millioni, cioè l'11% della popolazione. L'Olanda è il Paese con la seconda più grande comunità musulmana dopo la Francia, dove si parla di cinque milioni di persone.
E poi c'è il “caso” Geert Wilders con i suoi discorsi shock e con i suoi risultati spettacolari. E tutta l'Europa ne parla: alle elezioni europee del 2009 il Partito della Libertà (Pvv) ha ottenuto il 16% dei suffragi, giusto secondo dopo i Cristiano Democratici. Alle amministrative di marzo scorso nelle città dove si è presentato, Almeria (provincia di Amsterdam) e L'Aia, il Partito di Wilder ha ottenuto il 21, 6 e il 17,8% dei voti. Se inizialmente le previsioni per le prossime legislative del 9 giugno lo davano in vantaggio, a due settimane dallo scrutinio le cose stanno un po' cambiando: «Fino a qualche settimana fa l'immigrazione e la sicurezza erano tra i maggior soggetti di discussione. Oggi gli olandesi sono più interessati alla crisi economica, alla disoccupazione, anche in relazione con quello che è successo in Grecia. E su questi argomenti Wilders si è mostrato incapace di presentare un programma», dice Bob Van Den Bos, ex parlamentare del Partito liberale D66, ora deputato europeo. Secondo le ultime proiezioni il Pvv di Wilder starebbe ora in quarta posizione. Questo perché, secondo Van Den Bos, con Wilders il discorso sull'immigrazione si è in qualche modo “liberato”: «Prima di Wilders nessuno voleva dire a voce alta le cose che lui dice per non essere accusati di discriminazione».
La fine della tolleranza?
Ma che succede quindi in Olanda? Si parla di un Paese conosciuto per la sua apertura e il suo “progressismo”, sul piano sociale e culturale. «Cosa sta succedendo con l'immigrazione? Bhé, è vero che in Olanda c'è sempre stata una facciata di tolleranza, ma verso gli stranieri abbiamo sempre avuto una sorta di “irritazione”», mi dice Abram de Swaan, sociologo, direttore della Scuola di Ricerche Sociali di Amsterdam. L'Olanda è stata meta di migranti: negli anni Cinquanta ha visto italiani, gli spagnoli, polacchi e portoghesi. Il grosso dell'immigrazione musulmana è iniziato negli anni Sessanta e Settanta: «All'inizio avevamo dei “guest - worker” che arrivavano dal Marocco e dalla Turchia senza famiglia. Pur essendo musulmani non erano particolarmente praticanti. Quando hanno iniziato a far venire le famiglie credo che sia cominciato un certo risentimento da parte della popolazione », mi spiega De Swaan. «Guarda che la politica olandese non è mai stata per un'integrazione socio-economica dell'immigrazione negli anni Cinquanta e Sessanta. L'enorme bisogno di manodopera straniera non è andato di pari passo con una politica di integrazione. È stata una politica di “sfruttamento immediato” verso un'immigrazione percepita come provvisoria». A parlare è Licia Brussa, sociologa esperta di immigrazione che vive ad Amsterdam da trent'anni: «E non parlo solo di marocchini o turchi: negli anni Cinquanta gli italiani vivevano nelle baracche, come in Belgio. A un certo punto si è capito che queste persone sarebbero rimaste ma, nel frattempo, c'era già la crisi delle grandi industrie: il tessile era crollato, c'è stata la crisi dei cantieri navali degli anni Settanta... e i primi ad essere colpiti sono stati gli stranieri, con disoccupazione e malattie permanenti. Questo ha creato divario sociale. E intanto nascevano i figli». Come militante per i diritti degli immigrati la Brussa mi dice che le lotte che sono state portate avanti erano su base comunitaria, grazie ad una politica che permetteva alle associazioni di chiedere finanziamenti pubblici: «Per tutto c'era un fondo. E questo, con il senno di poi, non è stato positivo, perché ha portato alla divisione. Si è incrementato un grande meccanismo di assistenza sociale e non di sviluppo reale e di opportunità chiare, con un percorso indirizzato a studi, lavoro ec... ma molto assistenzialista». Questo ancora perché «l'Olanda sembra un Paese tollerante. Ma non lo è. È un Paese che isola. C'è stata una politica del “contentino” in cambio della pace sociale. Il mito della tolleranza olandese è, in realtà, un modello basato sul controllo, che finisce poi per ghettizzare».
Troppo Stato sociale e senso di colpa
La colpa allo Stato sociale quindi? Secondo Abram de Swaan a partire dagli anni Cinquanta il Welfare si è sviluppato attraverso una politica sempre più generosa verso gli operai immigrati, garantendo loro gli stessi diritti degli olandesi. Perciò «molti hanno usufruito di aiuti di ogni genere, soprattuto chi era invalido. Chi avrebbe potuto rifiutare una cosa del genere? Ma si è rivelata una trappola: spesso queste persone non facevano più niente, perdevano ogni contatto con la società e l'unico passatempo era la moschea. Ecco un effetto perverso dello Stato sociale». De Swaan aggiunge, inoltre, una riflessione sul passato: «C'è sempre stato un pensiero che non si aveva il coraggio di verbalizzare, ma che era presente: ci si diceva che bisognava trattare i musulmani meglio di come avevamo trattato gli ebrei. Questo anche se abbiamo la memoria di una resistenza forte al nazismo le deportazioni ci sono comunque state. Gli olandesi si sentivano colpevoli... Ciò non toglie che li trattavamo con disprezzo e che facevano i lavori peggiori: ma questa è una regola non scritta che si applica a tutti gli ultimi arrivati».
Grazie a Wilders
Tutto questo “double talk”, come lo definische De Swaan, è caduto anche grazie a Wilders e prima di lui a Pim Fortuyn, l'uomo politico dal quale Wilders trae ispirazione, ucciso nel 2002. Proprio grazie alla propagazione di un discorso violento, il Pvv stesso ha aperto la normalizzazione al dibattito. Secondo De Swaan una destra come il Front National francese in Olanda sarebbe impensabile: lo stesso Wilders è un forte sostenitore, come Fortuyn prima, della causa omosessuale e ha un programma sociale piuttosto di sinistra. «Wilders è l'ultimo di una serie di uomini politici che hanno cercato di creare una destra coerente con un discorso fortemente anti-religioso. Il problema di Wilders è che ha una nozione “essenzialista” della religione». Secondo Bob Van den Bos «Wilders ha avuto successo perché ha toccato un aspetto fondamentale della nostra cultura: siamo un Paese di gente “discreta”, nel senso che nessuno deve essere diverso dal vicino. È molto calvinista come visione. Con l'arrivo di persone di religione diversa, di lingua diversa, e che reclamano il loro diritto alla differenza, ci sono state delle reazioni, che però non riuscivano ad uscire».
Rappresentanza politica: 2,4%
C'è da aggiungere che le disposizioni sull'immigrazione in Olanda sono particolarmente rigide: dal 2006 è in vigore una legge che limita pesantemente gli accessi al Paese con un test di lingua e una “tassa” di 350 euro a cui va aggiunta una “prova di integrazione” che prevede un esame sulla cultura e i valori del Paese. Sono inoltre stata irrigidite le norme per il ricongiungimento famigliare e le richieste di asilo politico. Secondo un sondaggio della televisione olandese Ncrv, pubblicato dal programma Netwerk nel 2009, il 76% dei musulmani olandesi dice di «sentirsi a casa in Olanda», anche se il 57% degli intervistati dice che questo sentimento si è affievolito da quando la propaganda del Pvv si è fatta più forte. Nello stesso tempo due musulmani su cinque tra gli intervistati sostengono che, dall'ascesa di Wilders, hanno subito atti di discriminazione. Uno stupefacente 18% dichiara di essere d'accordo con gli argomenti del Pvv. Naoual Loiazizi va un po' in controtendenza da questo punto di vista, almeno secondo le statistiche. La giovane donna fa parte dell'associazione Marokkaanse Vrouwen Vereniging Nederland (Mvvn, Fondazione delle donne marocchine dei Paesi Bassi): è nata in Olanda da genitori marocchini, è laureata e lavora. Loiazizi sostiene che sicuramente c'è una differenza tra immigrati di prima e seconda generazione in termini di apertura, «in generale i figli degli immigrati di seconda generazione hanno un livello di istruzione medio-alto e migliori lavori dei loro genitori. Quindi penso che si sentano pienamente cittadini». Per lei quella di Wilders è solo propaganda: «Politici come Fortuyn e Wilders mi fanno solo sentire più orgogliosa del fatto che sono “diversa”, cioè del fatto che sono una donna, una studentessa, una lavoratrice, una marocchina e una musulmana. Non mi sento “più musulmana”, ma più cittadina del mondo». Per lei il fatto che il sindaco di Rotterdam, Ahmed Aboutaleb, è marocchino è un grande segno di integrazione e successo, ciononostante, su oltre 9500 persone elette a livello municipale in Olanda ci sono, secondo i dati dell'associazione Forum, solo 163 persone di origine turca e 66 di origine marocchina: il 2,4% del totale.
Il prossimo 9 giugno l'Olanda si recherà alle urne per le elezioni anticipate dopo la caduta, nel febbraio scorso, del Governo di coalizione retto dal cristiano-democratico Jan Peter Balkenende. Dopo che le giovani promesse della politica di destra e di sinistra – Wouter Bos e Camiel Eurlings – hanno abbandonano la battaglia, sono i vecchi di sempre a competere. All'ordine del giorno ora non ci sono più gli immigrati mussulmani come si era inizialmente temuto, ma la crisi economica. E Wilders perde consensi.
Nei Paesi Bassi c'è una tendenza ormai confermata: «Gli elettori, soprattuto i più giovani, decidono a chi dare la loro preferenza tre giorni prima delle elezioni. E solo il giorno prima decidono se effettivamente andare a votare o stare a casa a leggere il giornale», dice Arrie Vies, portavoce dei giovani cristiano-democratici (Cda), il Partito del Primo Ministro uscente Jan Peter Balkenende. È quello che gli analisti definiscono come “Obama spare”, l'ultimo slancio in campagna elettorale.I dibattiti televisivi e la stampa trasmettono uniformemente i messaggi di tutti i partiti per il prossimo 9 giungo: socialdemocratici, democristiani, liberali e conservatori continuano comunque a dominare una scena politica sempre più frammentata. Il risultato finale sarà deciso nelle ultime 72 ore. Come ormai abitudine in tutta Europa le elezioni nazionali negli ultimi anni stanno assumendo sempre più un profilo a “bassa intensità”, che si anima gli ultimi tre giorni.
Votare? Come scegliere tra birra e vino
Il denominatore comune resta la frammentazione e l'imprevedibilità: «Soprattutto tra i giovani oggi si decide il voto come al ristorante si decide tra la birra e il vino», dice Bob van den Bos, sociologo e eurodeputato per il partito liberale D66. «I giovani non hanno una preferenza assoluta e non si sentono vincolati da quella espressa la volta precedente: si vota per istinto piuttosto che sulla base di valori, come avveniva nelle precedenti generazioni. Questo è il risultato della cultura della televisione e dei socia-network». I tre maggiori partiti continuano a dominare i sondaggi, sono quelli che controllano meglio il dibattito sull'economia e sono ritenuti più affidabili perché hanno già, con il precedente Governo, saputo prendere le misure necessarie – e dolorose – per affrontare la crisi. Gli olandesi, infatti, hanno capito che queste misure sono indispensabili: taglio dei bilanci, allungamento dell'età pensionabile, congelamento dei salari dei dipendenti pubblici e aumento delle tasse: tutti argomenti che il Partito della Libertà di Geert Wilders o quello dei Verdi (Groenen) non sanno affrontare. «Ci opporremo ai tagli sulla politica ecologica minacciati dai cristiano-democratici», dice Najhof Henk, Presidente dei Verdi, anche se ammette: «Le persone sono alla ricerca di candidati affidabili e Job Cohen (ex sindaco di Amsterdam e candidato laburista) èl'immagine di uno statista in grado trovare il consenso tra le varie forze in campo».
L'isteria di Wilders
Negli ultimi mesi i Paesi Bassi hanno vissuto l'isteria del Pvv di Wilders, con la sua propaganda anti-islamica e anti europea: un cocktail di nazionalismo, xenofobia conditi con la tolleranza omosessuale e una politica sociale piuttosto “socialista”. Questa strategia per un po' ha funzionato, tanto da farlo salire nei sondaggi, anche se la tendenza degli ultimi giorni lo vede al quarto posto. Questo perché i partiti più grandi sono riusciti sono riusciti a riportare la discussione sul debito pubblico e la crisi economica, per evitare situazioni come la greca, la spagnola, o la portoghese. La novità è che il discorso liberal-conservatore di “severità nei confronti dell'immigrazione, degli atti di vandalismo e sull'austerità”, sta permeando l'elettorato e potrebbe ottenere risultati sorprendenti, soprattutto perché il suo leader, Mark Rutte, afferma che «accordi con i socialdemocratici sono impossibili».
La minaccia di un aumento dell'età pensionabile a 67 anni potrebbe mobilitare l'elettorato in ritardo del Partito socialista, dei socialdemocratici e della sinistra liberale del D66, soprattutto i più giovani. Proprio perché questo modello sembra loro ingiusto, lo stesso che si vuole imporre ora alla Grecia: «Non è giusto aumentare l'età pensionabile per tutti perché in questo modo sono i giovani a pagare», ammette il democristiano Arrie Vies. «In Grecia l'età media per la pensione era 55 anni: uno scandalo che ne spiega la scarsa produttività. E ora sono i giovani a pagare; l'età pensionabile andrebbe aumentata solo ai vecchi», incalza il giovane centrista. «Il cuore della questione», spiega Kees Aarts, politologo all'Università di Twente, «è che il debito accumulato deve essere risanato nei prossimi venti anni, dieci o cinque» . Per cui, aggiunge Van den Bos, per Wilders «queste elezioni andranno male». A suo avviso «Wilders ha esagerato la questione islamica e il vandalismo: gli elettori sono coscienti del problema, ma sanno anche che Job Cohen potrebbe affrontare il problema senza slanci islamofobi».
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