Oggi gran parte dei media italiani sciopera, accogliendo l'invito della Federazione Nazionale della Stampa contro il decreto sulle intercettazioni. Alcuni non scioperano perché non non sono d'accordo con la forma dello sciopero o con la totale opposizione alla legge (Libero, Il Giornale, Il Foglio, Il Riformista), altri non sciopereranno sulla base del principio secondo cui ci vuole più informazione, non silenzio, in un caso come questo.
Altro argomento ancora: che valore ha il silenzio oggi e che significato ha lo sciopero? Silenzio di cosa? Dei giornali in edicola e dei siti Internet? Dei blog e dei forum? Delle pagine Facebook e dei conti Twitter? Se si aggiorna il proprio status Facebook vale lo sciopero, ma se lo si fa con quello del proprio giornale no?
Per cui, come notava ieri Mario Tedeschini-Lalli: «Posto che il soprascritto aderisce alla “giornata del silenzio” facendo tacere per un giorno questo blog, che dovrebbe fare (almeno teoricamente) per le altre sue espressioni pubbliche? Dovrebbe smettere di postare aggiornamenti su Twitter e su Facebook? O dovrebbe bizzarramente distinguere tra i suoi post su FB che riguardano il suo lavoro (il giornalismo) e quelli che riguardano la sua vita privata? Ma se poi posta qualcosa su una drammatica riunione di un suo ipotetico condominio, starà facendo comunicazione privata o “cronaca iperlocale”? Che cosa dovrebbe “silenziare”?».
Da tempo si parla di personal branding, che significa semplicemente, usare la propria immagine, professionale e personale, per promuove sé stessi e, più semplicemente, per costruire un personaggio (che spesso ci assomiglia parecchio). Questo lo facciamo con Twitter, con Facebook e con tutti gli altri social network. Non credo nemmeno che si tratti di filosofeggiarci intorno. Lo facciamo e basta, perché abbiamo capito cosa abbiamo in mano.
Non esiste silenzio possibile perché, per chi di noi ha scelto di aprirsi un Facebook o un blog o un Twitter, si è nella rete. Non esiste silenzio possibile perché anche se non lo aggiorniamo oggi siamo comunque “on line”, suscettibili di essere letti, commentati, stimolati e... “denunciati” da altri.
È di ieri la notizia che racconta di tre persone arrestate (e poi rilasciate) in Libano per aver offeso il Presidente. Dove? Sul loro status Facebook. Ovviamente non rischiamo nulla di questo genere, ma anche nell'Occidente della libertà di espressione i rischi esistono. Perché siamo pubblici.
Octavia Nasr, giornalista della Cnn è stata licenziata. A causa del suo conto Twitter, dove si è permessa si esprimere il personale dispiacere per la morte del leader di Hezbollah, Cheikh Mohammad. Come distinguere la sua posizione personale da quella di editor della Cnn?
A questo problema il Washington Post ha già riflettuto, e dal settembre scorso ha vietato ai suoi giornalisti di usare Facebook e Twitter, per non venir meno al principio di imparzialità che ritengono fondamentale per la professione: «Nel momento in cui utilizziamo questi network, nulla di quello che facciamo deve porre la questione dell'imparzialità del nostro giudizio sulle informazioni. Non dobbiamo mai abbandonare le regole che sono alla base del principio che separa informazione e opinione, il fatto e l'obiettività, l'uso di un linguaggio proprio e tutte le altre caratteristiche che distinguono il giornalismo».
Se da un lato il Washington Post ha capito chiaramente il problema, dall'altro sta riproponendo una concezione del giornalismo vecchia, che rifiuta – pur capendoli direi – i mezzi e le forme di espressione che caratterizzano il momento in cui viviamo.
Quindi, a conclusione, credo che l'appello della Federazione Nazionale della Stampa sia vecchio. Lo sciopero non è, in questo caso e in questo momento, il mezzo che serve al giornalista e all'editore per manifestare il suo dissenso. Fa parte di una concezione del mondo di cinquant'anni fa, che però, per questa professione, ha finito di avere senso nel momento in cui, circa quindici anni fa, ci siamo messi on-line. E penso la stessa cosa di coloro che hanno aderito allo sciopero, sopratutto coloro che non ne erano convinti: è davvero obbligatorio seguire il sindacato? Forse non capisco solo perché non sono iscritta? O sono troppo giovane?
La protesta fa bene ad usare i contenuti del passato, a volte anche le sue forme (la piazza), ma la professione del giornalista (concetto anche questo in crisi) deve riconsiderare completamente la sua posizione, il suo statuto e i suoi mezzi di fronte ad una legge, come quella in questione, che mina le basi del suo lavoro.
Il divieto del burqa in Spagna è una iniziativa elettorale con sfumature xenofobe, piuttosto che un atto per difendere la dignità della donna. Contrariamente a quanto accade in Francia o in Belgio, il dibattito spagnolo non è stato preceduto da quello sull'identità nazionale. La posizione di Fernando Navarro Sordo spiegata durante il suo intervento a France24.
Dagli anni Ottanta esiste in Spagna il divieto di accesso negli edifici pubblici con il volto coperto, sia che si tratti di un casco da motociclista, di un passamontagna o di altro indumento. Si tratta di una misura adottata nel quadro della lotta contro il terrorismo dell'Eta, con il fine, evidente, di poter identificare una persona. Non ha quindi alcun senso che il Senato spagnolo, dopo la proposta del Partito Popolare, la Unión por el Pueblo Navarro – succursale del Pp in questa regione – e Convergencia y Unión, insista presso il Governo per proibire il velo e il burqa, visto che la materia è, di fatto, già legiferata.
Lo stesso dibattito ha animato, negli ultimi mesi, anche Francia e Belgio, sospinti anche dal fatto che in entrabi i Paesi si sono affrontati problemi legati all'identità nazionale e, allo stesso tempo, si sono visti arrivare grandi flussi di immigrati. Se quello che stanno facendo questi due Paesi è civile e razionale, non si può dire la stessa cosa della Spagna, dove il dibattito sul velo islamico e sul burqa è nato qualche mese fa in vista delle prossime elezioni regionali in Catalogna. Se i principali partiti catalani (Psoe, Pp e Ciu) si sono resi responsabili di questa mossa, è stato per togliere spazio all'estrema destra, che ha usato questi argomenti per avere una visibilità elettorale sfruttando il fatto che in Spagna vi è, ora, il 20% di disoccupazione, con una particolarità del caso catalano: la regione di Barcellona arriva a un 17% di immigrati, di cui un terzo di origine mussulmana. Una realtà parecchio diversa da quella del resto del Paese, dove la popolazione immigrata rappresenta l'8% e solo l'1% è di origine musulmana. Il Governo spagnolo è stato preso in contropiede dalla questione perché, diversi sindaci socialisti catalani hanno approvato il divieto di burqa: Zapatero e il suo Ministro per le Pari opportunità, Bibiana Aido Ministro – per nulla fan del volto coperto – temono che un divieto formale non faccia altro che radicalizzare le posizioni. La tradizione mussulmana spagnola, non solo medievale, è estremamente radicata: già il Consiglio Islamico rappresentato da Mansur Escudero, è malikita, corrente relativamente liberale e molto diversa dai salafita o dai wahabiti. Da questo ne deriva che la maggior parte dei mussulmani spagnoli sono contrari all'uso del burqa.
Il timore delle elezioni locali, a cui a volte possono partecipare gli immigrati, mette i partiti tradizionali in difficoltà: si teme che il voto immigrati sbilanci le posizioni in vista delle municipali del 2011.
Fernando Navarro Sordo Europa451
Qui il video dell'intervento di Fernando Navarro a France 24
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