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 Foto: Bourguiboeuf/Flickr Il partito del Presidente Sarkozy, l'Ump, ha lanciato un dibatto su Islam e laicità che ha aperto polemiche in Francia, per rivelarsi poi un fallimento. I mussulmani francesi sono al centro di discussioni da mesi il tutto, a una settimana dall'entrata in vigore della legge anti-burqa. "Laïcité : pour mieux vivre ensemble." (Laicità: per vivere meglio insieme) è il titolo della convenzione/discussione dell'Ump, il partito di Governo francese, che si è tenuta martedì 5 aprile a Parigi. Si tratta del famoso dibattito su “Islam e laicità” che il Presidente francese Nicolas Sarkozy ha voluto due mesi or sono. Nel febbraio scorso, durante la trasmissione “Paroles de Français” il Presidente della Repubblica dichiarò, parlando dell'integrazione dei mussulmani: «Questo pone la questione dell'Islam e dei nostri compatrioti mussulmani. (…) C'è chiaramente un problema. I nostri compatrioti mussulmani devono poter vivere, praticare la loro religione come chiunque altro cittadino. (…). Ma non può trattarsi che di un Islam di Francia, e non di un Islam in Francia». Per Sarkozy il multiculturalismo ha fallito e la lotta contro il proselitismo religioso deve andare avanti. Il dibattito è stato poi ufficializzato, sotto la direzione di Jean-François Copé, segretario dell'Ump. I rappresentanti dei culti religiosi francesi, riuniti nella Conférence des responsables de culte en France (CRCF) hanno pubblicato una lettera aperta e congiunta, il 29 marzo scorso, per manifestare la loro contrarietà a questo dibattito che, secondo molti, rischia di stigmatizzare l'Islam. Cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei, mussulmani e buddisti hanno invitato a non sprecare i preziosi passi avanti – la laicità – che la Francia ha conquistato e, «durante questo periodo elettorale, di mantenersi fermi e evitare gli amalgami e i rischi di stigmatizzazione. (…) Il dibattito è sempre un segno di vitalità e di salute. Ma un partito politico, benché maggioritario, è il luogo giusto per portarlo avanti da solo?». Per quanto riguarda gli attacchi da parte dell'opposizione, invece, si sono concentrati sulle critiche all'Ump che, secondo il Ps, sta cercando di rubare elettorato all'estrema destra. Ricordiamo che nel dicembre scorso Marine Le Pen, a un'assemblea del Front National a Lione ha paragonato le preghiere dei mussulmani in Francia a una occupazione. E gli attacchi sono arrivati anche da dentro i partito stesso (da Juppé a Fillon, seguiti da altre otto persone), che ha cercato di serrare i ranghi e difendersi. Secondo Jean-François Copé non si «è mai trattato di dibattere sull'Islam, ma di fare una riflessione sul nostro patto repubblicano e sulla laicità». Dopo mesi di polemiche e discussioni, quindi, si è pianificato un incontro di ben (!) tre ore, animato da Valérie Rosso-Debord, deputato Ump dove si sarebbe dovuto parlare, secondo Claude Guéant, il Ministro degli Interni, «di menù nelle mense scolastiche, reparti misti negli ospedali, finanziamento dei luoghi di culto». Il risultato? Jean-François Copé deporrà all'Assemblea Nazionale una proposta di risoluzione che «richiama i principi di laicità», mentre il Ministro degli Interni fa sapere che continua il progetto di raggruppare tutti i testi che esistono sul soggetto per mettere insieme un “codice della laicità”. Secondo il quotidiano francese Le Monde, per la maggioranza al Governo si è trattato di evitare che i risultati dell'incontro apparissero “non all'altezza” della polemica che hanno scatenato. «Ma l'esercizio non è facile. Per quanto riguarda le polemiche sulle preghiere in strada, delle misure dovrebbe essere annunciate nei prossimi giorni dal Ministro degli Interni», fa sapere l'Ump. Ma il margine di manovra sembra ridotto, «perché il Governo ha escluso ogni modifica della legge del 1905 che ha instaurato la separazione tra Chiesa e Stato (...). Se le soluzioni concrete sembrano poco innovative, si porrà la questione del beneficio politico che tutto questo dibattito ha portato all'Eliseo, che avrebbe dovuto sedurre gli elettori, ma ha solo creato grandi polemiche». Le comunità mussulmaneI mussulmani di Francia si inquietano. Intanto è nato un collettivo contro l'Islamofobia, Collectif contre l'Islamophobie en France, che sta iniziando a mettere insieme gli atti contro i mussulmani, con tanto di GoogleMaps. Abderahmane Dahmane, ex consigliere di Nicolas Sarkozy, ha chiamato i mussulmani di Francia a portare una “stella verde” in protesta contro il dibattito di ieri. Inoltre a una riunione alle Grande Mosche di Parigi Abdallah Zekri, del Consiglio francese dei Culti Mussulmani, ha chiamato i suoi correligionari a lasciare l'Ump. Ricordiamo che negli ultimi mesi ci sono state polemiche anche contro la macellazione rituale e sull' uso di capi di abbigliamento. La laicità in FranciaLa Francia è la patria della laicità: con la legge 1905 viene sancita la separazione totale fra Chiesa e Stato. Questa legge rimpiazza il Concordato con il Vaticano del 1801, che resta tutt'ora oggi in vigore in Alsazia-Mosella (la regione di Strasburgo) dove, tra le altre cose, esistono – unico caso in Francia – delle facoltà di teologia (Cattolica e Protestante) e i finanziamento diretto da parte dello stato ai culti nella costruzione, ad esempio, delle Chiese, dei Templi o delle Sinagoghe. La legge del 1905 stabilisce la libertà di coscienza e dichiara il libero esercizio dei culti. Allo stesso tempo lo Stato cessa di finanziare i culti religiosi quindi sono aboliti gli stipendi ai ministri di culto e le sovvenzioni pubbliche alle religioni. Anche le statistiche etnico-religiose sono vietate, motivo per il quale è difficile oggi fare stime. Nel 2004 un'ulteriore legge vieta l'uso di simboli religiosi a scuola (croci, kippa, velo islamico e quant'altro) per garantire lo spirito laico dell'istituzione pubblica. Nell'ottobre 2010 la Francia è stato il primo Paese europeo a vietare l'uso del burqa negli spazi pubblici in nome dell'apparenza repubblicana. La legge entrerà in vigore lunedì 11 aprile prossimo. Le donne trovate con il burqa pagheranno una multa di 150 euro. Secondo le stime – alla cui origine è impossibile risalire – sarebbero 2000 le donne che portano il burqa in Francia. Il niqab non sarà toccato dalla legge, che però vieterà il velo integrale in tutti gli spazi pubblici: trasporti, ristoranti, cinema, teatri, parchi, stazioni, musei, ospedali, biblioteche, stadi, palestre. Si può usare al volante, nelle camere d'hotel, in casa, negli stabilimenti privati, ad esclusione dei luoghi dove c'è contatto con il pubblico. Ieri, a Poussan, nella Linguadoca-Rosiglione, Fatima Ouhamma, 38 anni, non è potuta entrare nella scuola dei figli a causa del velo. Pur non portando un burqa si è vista vietare l'ingresso allo stabilimento sulla base della legge dell'ottobre 2010. Francesca Barca Europa 451Sullo stesso argomento leggi:Francia: una gonna troppo lunga e sei espulsa da scuolaBurqa e minishort: la provocazione di Niqabitch in Francia Danimarca: Topless per integrare gli immigrati La Francia vieta il burqa: «È contrario ai principi repubblicani» Divieto del burqa in Spagna: una questione di elezioni Burqa: anche la Spagna verso la laicità di Stato Belgio: e poi dicono "un Paese in crisi" Fátima Mohamed Kaddur: «Il Partito popolare spagnolo mi ha usata come simbolo di integrazione» Scheda: Cos'è la laicità in Francia Francia: gli animalisti contro la macellazione rituale Danimarca: Topless per integrare gli immigrati La bandiera europa? Crisitiana, anzi marianaL'Europa non sa se è cattolica? Sicuramente è anti-musulmanaSe il fast-food diventa halalItalia: il Pd propone il crocifisso obbligatorioDibattito nazionale: siamo tutti francesi?Mussulmani in Europa: undici città a confronto
Di cosa si parla quando si dice "laicità alla francese".
La Francia è la patria della laicità: con la legge 1905 viene sancita la separazione totale fra Chiesa e Stato. Questa legge rimpiazza il Concordato con il Vaticano del 1801, che resta tutt'ora oggi in vigore in Alsazia-Mosella (la regione di Strasburgo) dove, tra le altre cose, esistono – unico caso in Francia – delle facoltà di teologia (Cattolica e Protestante) e il finanziamento diretto da parte dello Stato ai culti nella costruzione, ad esempio, delle Chiese, dei Templi o delle Sinagoghe. La legge del 1905 stabilisce la libertà di coscienza e dichiara il libero esercizio dei culti. Allo stesso tempo lo Stato cessa di finanziare i culti religiosi: sono quindi aboliti gli stipendi ai ministri di culto e le sovvenzioni pubbliche alle religioni. Anche le statistiche etnico-religiose sono vietate, motivo per il quale è difficile oggi fare stime. Nel 2004 un'ulteriore legge vieta l'uso di simboli religiosi a scuola (croci, kippa, velo islamico e quant'altro) per garantire lo spirito laico dell'istituzione pubblica. Nell'ottobre 2010 la Francia è stato il primo Paese europeo a vietare l'uso del burqa negli spazi pubblici in nome dell'apparenza repubblicana. La legge entrerà in vigore lunedì 11 aprile prossimo. Le donne trovate con il burqa pagheranno una multa di 150 euro. Secondo le stime – alla cui origine è impossibile risalire – sarebbero 2000 le donne che portano il burqa in Francia. Il niqab non sarà toccato dalla legge, che però vieterà il velo integrale in tutti gli spazi pubblici: trasporti, ristoranti, cinema, teatri, parchi, stazioni, musei, ospedali, biblioteche, stadi, palestre. Si può usare al volante, nelle camere d'hotel, in casa, negli stabilimenti privati, ad esclusione dei luoghi dove c'è contatto con il pubblico. Francesca Barca Europa451 Sullo stesso argomento leggi: Burqa e minishort: la provocazione di Niqabitch in FranciaDanimarca: Topless per integrare gli immigrati La Francia vieta il burqa: «È contrario ai principi repubblicani»Divieto del burqa in Spagna: una questione di elezioniBurqa: anche la Spagna verso la laicità di StatoBelgio: e poi dicono "un Paese in crisi"Fátima Mohamed Kaddur: «Il Partito popolare spagnolo mi ha usata come simbolo di integrazione»Francia: gli animalisti contro la macellazione rituale Danimarca: Topless per integrare gli immigrati La bandiera europa? Crisitiana, anzi marianaL'Europa non sa se è cattolica? Sicuramente è anti-musulmanaSe il fast-food diventa halalItalia: il Pd propone il crocifisso obbligatorioDibattito nazionale: siamo tutti francesi?Mussulmani in Europa: undici città a confronto
 Foto: Truthout.org/Flickr I lavoratori della centrale nucleare di Garoña non si immaginavano certo, quando hanno caricato questo video su YouTube, della pertinenza della loro iniziativa. Pochi giorni dopo il Giappone è stato travolto da uno dei terremoti più disastrosi della sua storia che si è portato dietro una crisi nucleare di dimensioni inedite. E così il dibattito nucleare è tornato agli onori delle cronache.
Le motivazioni dei lavoratori di Santa María de Garoña, nei Paesi Baschi, sono date dalla preoccupazione di difendere i loro posti di lavoro. Il Governo spagnolo di Zapatero, infatti, ha previsto di chiudere la centrale di Garoña entro il 2013. Il Consiglio nazionale di Sicurezza Nucleare spagnolo sostiene che, prese ulteriori misure di sicurezza, la centrale di Garoña ha i requisiti per continuare a funzionare ancora un decennio. La centrale di Garoña è stata inaugurata nel 1971 e avrebbe dovuto chiudere dopo quarant'anni di attività, nel 2011. Dopo i fatti del Giappone il Ministro dell'industria spagnolo, Miguel Sebastian, ha annunciato che si andrà avanti con la chiusura come previsto.
Secondo il Comitato di Impresa la chiusura nel 2013 – grazie ad una proroga – provocherebbe la perdita di mille posti li lavoro (315 direttamente e circa 700 indirettamente): a questo è dovuta la protesta degli operai, che arriva in un rap: «No les valen las personas que aquí tienen su trabajo que mantienen mil familias y no han hecho nada malo». Gli ecologisti si oppongono a questi argomenti, e a quelli del Consiglio nazionale di Sicurezza Nucleare, e prendono la centrale di Garoña come esempio di centrale pericolosa a causa della sua “età” («A los verdes les diría que se enteren de una vez de lo que hacemos en Garoña y se dejen de joder») e per la vicinanza a grossi centri come Bilbao , Burgos , Medina de Pomar e Vitoria; sostengono inoltre che la sua chiusura è già ammortizzata da nuove fonti di energia rinnovabile. In Spagna ci sono al momento sei centrali nucleari la cui costruzione è iniziata negli anni Settanta. Già dal 2004 il Governo Zapatero ha promesso di smantellare il nucleare civile: «Manterremo il nostro compromesso di sostituzione graduale di energia atomica per altre più sicure, pulite e meno costose, in modo ordinato nel tempo e con il massimo di consenso sociale».
Pedro Picón Europa451Sullo stesso argomento leggi: Giappone: un video per spiegare il nucleare
Un liceo della periferia parigina ha minacciato di espulsione alcune studentesse mussulmane, accusate di portare delle gonne o delle tuniche “troppo lunghe”. Scatta la polemica in un Paese dove l'Islam e i mussulmani sono al centro del dibattito pubblico e dove il burqa è già stato dichiarato fuori legge. Un liceo della periferia parigina, a Saint-Ouen, è al centro del dibattito di diversi siti “comunitari” o specializzati in tematiche islamiche e mussulmane francesi: Al Kanz.org (che citiamo spesso), islamenfrance.fr, Ajib.fr, solo per citarne alcuni. Al liceo Auguste Blanqui, mercoledì 16 marzo, Aïcha Amghar, la direttrice, ha convocato alcune studentesse di religione mussulmana per comunicare loro che la tenuta vestimentaria che indossano abitualmente è troppo ostentatoria. La direttrice non si riferisce all'hijab, il velo che copre il capo, perché le ragazze – che pur lo indossano – lo fanno solo al di fuori dello stabilimento scolastico. Una legge del 2004 vieta, infatti, l'uso dei simboli religiosi nella scuola pubblica francese. Il capo del reato, in questo caso, sono delle gonne “troppo lunghe” o delle tuniche: la direttrice ha infatti invitato le ragazze convocate a vestirsi in «jeans e t-shirt come tutti gli altri» per non incorrere nell'espulsione dall'istituto perché una tunica «non può essere considerata che come un vestito ostentatorio e un segno religioso manifesto». Secondo la signora Amghar i vestiti lunghi che portano le giovani sono un pericolo per la laicità dell'istituto. Non sono servite a nulla le proteste dei genitori, di un rappresentante del consiglio degli Imam di Francia e della federazione dei genitori degli studenti che hanno ricordato alla preside che una tenuta di questo tipo non viola la legge del 2004. Il Collettivo contro l'Islamofobia in Francia (Ccif) ha condannato l'evento. Fateh Kimouche, dal blog specializzato in consumatori musulmani Al Kanz, così commenta: «Il velo non è un problema, l'halal non è un problema, le preghiere non sono un problema, l'arabo non è un problema. Il problema sono i mussulmani. Qualunque cosa facciano, qualcunque concesione siano disposti ad accettare, l'odio per quello che sono, l'odio per quello in cui credono resterà. L'Islamofobia attuale, che sia di stato o ordinaria, non è congiunturale». La situazione in FranciaRicordiamo che recentemente il Presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha annunciato l'imminente apertura di un dibattito nazionale su laicità e religioni che presto ha preso la forma di un dibattito sul posto dell'Islam in Francia. E il clima, in generale, è teso a causa dell'inasprimento del dibattito. La stessa Marine Le Pen da qualche mese sta aumentando il suo affondo contro le comunità mussulmane: nel dicembre scorso a un'assemblea del Front National a Lione ha affermato che le preghiere mussulmane del venerdì si possono comparare a una sorta di occupazione: «Certo, non ci sono blindati, non ci sono soldati, ma è un'occupazione di fatto che pesa sugli abitanti». Ricordiamo anche che la Francia è stato il primo Paese europeo a vietare il burqa negli spazi pubblici: nel settembre scorso la norma è passata al Senato e prevede multe fino a 30 mila euro, il carcere e “stage di cittadinanza” per le donne incriminate. Dal lato loro le comunità mussulmane stanno organizzando delle manifestazioni per inizio aprile sia contro il dibattito sulle religioni, che contro questo episodio di Saint-Ouen. Per il momento invitano a far girare il volanti (nell'immagine di apertura) e a far girare le informazioni. Francesca Barca Europa451
 Il flyer della manifestazione (geracaoenrascada.wordpress.com) Sabato 12 marzo a Porto e Lisbona la Geração À Rasca ha indetto una grande manifestazione a cui, su Facebook, hanno aderito oltre 57mila persone. Si tratta della generazione dei giovani precari, pluridiplomati e laureati, che passano di stage in stage senza alcun tipo di prospettiva e di copertura sociale. Si calcola che in Portogallo la precarietà tocchi 1 milione di persone. Più di 57mila persone (all'11 marzo) hanno annunciato che parteciperanno alla manifestazione della Geração À Rasca (Generazione rovinata) prevista per il 12 marzo a Porto e Lisbona. La pagina di Facebook dedicata all'evento dice che si tratterà di una manifestazione «non partigiana, laica e pacifica» che mette insieme tutti coloro che non hanno un lavoro né delle entrate, che passano di stage in stage e che non hanno diritto alla disoccupazione né a diritti sul lavoro. Si tratta di una generazione che ha studiato ma che non trova lavoro e che, spesso, lascia il Paese. Sul sito geracaoenrascada.wordpress.com si trova il manifesto della manifestazione in sei lingue (portoghese, spagnolo, italiano, francese, inglese e tedesco) che spiega le ragioni di questo evento: « Siamo qui, ora, perché non possiamo continuare ad accettare questa situazione precaria, nella quale siamo stati trascinati. Siamo qui, ora, perché ci sforziamo ogni giorno per meritare un futuro che sia dignitoso e ci porti stabilità e sicurezza in tutti gli ambiti della nostra vita. (…) Siamo la generazione con il più alto livello di formazione nella storia del Paese. Perciò, non ci lasciamo abbattere della stanchezza, neanche della frustrazione o della mancanza di prospettive. Crediamo di avere le risorse e strumenti per dare un futuro migliore a noi stessi e al Portogallo. Non protestiamo contro le altre generazioni. Semplicemente non siamo, né vogliamo essere in attesa che i problemi si risolvano. Protestiamo per una soluzione della quale vogliamo fare parte». Le manifestazioni, oltre che a Porto e Lisbona, si terranno nelle maggiori città europee, organizzate dalle comunità portoghesi all'estero.
Secondo l'Istituto Portoghese di Statistiche il Paese contava, nell'ultimo trimestre del 2010, 68500 disoccupati in possesso di una laurea. Queste cifre non contano coloro che sono al regime delle “ricevute verdi” (una forma di regolarizzazione del precariato molto criticata, ndr) e quelli che dipendono da agenzie interinali, borsisti e stagisti. In totale si stima che la precarietà in Portogallo coinvolga oggi circa un milione di persone (su una popolazione di 11 milioni e trecento mila unità) con stipendi medi che spesso si attestano intorno ai 500 euro.
Francesca Barca Europa451
 Il 24 gennaio scorso il Senato spagnolo ha adottato la legge Sinde contro la pirateria online che mira a proteggere il diritto d'autore sulla rete. In segno di protesta il direttore dell'Accademia spagnola di Cinema, Alex de la Iglesia, ha dato dimissioni: «Il modello di mercato deve essere ampliato e corretto. L'offerta speciale non è sufficiente». Il 24 gennaio scorso il Senato spagnolo, grazie a un accordo tra maggioranza e opposizione, ha adottato il testo della legge contro la pirateria o legge Sinde, dal nome del Ministro della Cultura spagnola, Angeles Gonzalez Sinde. A seguito della notizia il direttore dell'Accademia spagnola di Cinema, Alex de la Iglesia, ha dato le sue dimissioni, che saranno effettive del 14 febbraio prossimo, subito dopo la cerimonia dei Goya. Alex de la Iglesia è una delle figure, in Spagna, che si è spesa maggiormente per la comprensione tra autori e internauti: il suo gesto è per questo altamente significativo. In un testo pubblicato dal quotidiano spagnolo El Pais spiega il suo gesto: il regista aveva più volte sostenuto che «il modello di mercato deve essere ampliato e corretto. L'offerta speciale non è sufficiente». La legge, a differenza di quanto avviene ad esempio con la francese Hadopi, si pone come obiettivo la lotta contro il download illegale di contenuti on line (musica, film...) non perseguendo i singoli ma le industrie che traggono profitto da questo business.
La legge Sinde: in cosa consiste?
1. Per chiudere una pagina web o ritirare contenuti on line che non rispettano il diritto d'autore sarà necessario passare per una decisione giudiziaria. 2. Basterà che la Commissione di protezione della proprietà intellettuale identifichi un danno potenziale a suddetta proprietà perché si metta in marcia il procedimento contro colui che è sospettato di infrazione. 3. Le compagnie di servizi che ospitano questi siti o contenuti illeciti dovranno rispondere in 48 ore a la domanda di un giudice o della Commissione di Protezione sull'identità del danno o attraverso l'eliminazione dei dati in questione. 4. L'impegno a pagare un canone digitale per la riproduzione delle suddette opere in compensazione come diritti di autore. Fernando Navarro Sordo e Francesca BarcaEuropa451Leggi i nostri dossier sull'Acta, l'Hadopi e la Neutralità della Rete: qui
Domenica 23 gennaio il conto Facebook del Presidente francese è stato piratato: sullo status di Nicolas Sarkozy un messaggio che informa i cittadini che non si ripresenterà alle elezioni nel 2012. Ed è subito buzz. Ieri sera, verso le nove, sul conto Facebook del Presidente francese Nicolas Sarkozy è apparso questo messaggio di status: "Chers Compatriotes, compte tenu des circonstances exceptionnelles que connait notre pays, j’ai décidé en mon âme et conscience de ne pas me représenter à l’issu de mon premier mandat en 2012. Pour vous expliquer ce geste, je vous convie tous d’ors et déjà à ce grand rassemblement populaire [link]"(Cari Compatrioti, viste le circostanze eccezionali che che sta vivendo il nostro Paese, ho deciso in coscienza di non ripresentarmi alla fine del mio primo mandato nel 2012. Per spiegare questo gesto vi invito a questo evento[link]).  Lo status del Presidente - con qualche errore di ortografia - rimanda su un evento Facebook " Pot de depart de Nicolas Sarkozy" (Il bicchiere dell'addio di N. S.), creato nel luglio scorso da due amministratori che non sono rintracciabili. La pagina, ad ora, conta oltre 210mila persone iscritte all'evento. Alle 22:30 Sarkozy cambia il suo status così: " Il mio conto facebook è stato piratato, forse per ricordarmi che nessun sistema è infaillible. Riconosco gli errori di ortografia, ma non sottoscrivo le conclusioni del messaggio. Grazie a coloro che hanno riconosciuto l'errore e grazie ancora del vostro sostegno". La pagina Facebook del Presidente francese conta 380mila fan . ReadWriteWeb France arriva a lanciare l'ipotesi che questo buzz - stamattina si contavano già 30 articoli sull'incidente, di cui primo, di RTF, nove minuit dopo la pubblicazione delà status - possa addirittura essere orchestrato. Francesca BarcaEuropa451
Il tre gennaio è stata lanciata in Francia una campagna nazionale contro la macellazione rituale (islamica e ebraica) accusata di non utilizzare lo stordimento preventivo delle bestie. La polemica ha velocemente preso i toni dell'accusa razzista. Il giro d'affari dell'halal in Francia ammonta a 5,5 miliari di euro, mentre quello del kasher arriva a 2,5. Il tre gennaio è stata lanciata in Francia una campagna nazionale contro la macellazione rituale (islamica e ebraica) degli animali. Sostenuta da associazioni animaliste tra cui la Fondazione Brigitte Bardot, la campagna lancia un'accusa contro la macellazione rituale che avviene senza che l'animale sia precedentemente stordito. «Questo animale sarà sgozzato vivo senza essere stordito. Questa è la macellazione rituale».
Questo slogan è presente su 2.266 pannelli diffusi su tutto il territorio nazionale francese. Sotto la foto, su sfondo rosso, un'altra frase:
«Dal punto di vista della protezione degli animali e per il rispetto dell'animale in tanto che essere sensibile, la pratica per la quale si uccide un animale senza stordirlo precedentemente è inaccettabile, qualunque siano le circostanze. Federazione dei veterinari d'Europa».
Già nel novembre scorso una pubblicità in cui si descriveva la crudeltà di questo tipo di macellazione era stata diffusa, per poi essere bloccata dall'Autorità di Regolazione Professionale della pubblicità (ARPP), cosa che era stata letta dai militanti di destra come «islamizzazione della società». La nuova campagna ha sostituito i termini “halal” e “kasher” con “macellazione rituale”. I detrattori della campagna aggiungono anche che nel sito della stessa quando vengono illustrate le due tecniche di macellazione non si mostra obiettività: se per quella classica ci sono dei disegni stilizzati, per quella rituale si passa alle immagini. Brigitte Bardot stessa è considerata vicina al Front National per molte delle posizioni prese, anche se l'attrice ha sempre negato. Il suo impegno per la causa animalista risale agli anni anni Sessanta. Le associazioni dietro la campagna appena partita chiedono che venga messo in pratica un “etichettamento” specifico della carne che precisi le condizioni con le quali un animale è messo a morte perché, sostengono, animali uccisi in questa maniera si ritrovano poi nella filiera classica di distribuzione senza che il consumatore ne sia al corrente. Fateh Kimouche, fondatore del sito mussulmano al-kanz.org, rigetta i toni parziali della campagna ma si dice favorevole a un metodo di etichettatura della carne: «C'è molto falso halal. Con un'etichettatura le industrie sarebbero obbligate alla trasparenza». L'uomo però non manca di far notare che la campagna rischia di essere recuperata dall'estrema destra: «Bardot ci racconta che l'halal ha travolto la Francia con cifre fantasiose. In questo modo fa del male agli animali: piuttosto che parlare della loro sofferenza si lancia contro il kascher e l'halal. (…) L'estrema destra riprenderà questo dibattito anche se non ha mai mostrato interesse per la macellazione tradizionale del maiale, che è ugualmente scioccante». «Questa campagna è una calamità»La sociologa Florence Bergeaud-Blackler, parte del progetto culturevisuelle.org, sostiene che, benché la nuova campagna si basi su delle «verità difficili ma necessarie, è una calamità». Una legge degli anni Sessanta rende obbligatorio, in Francia, lo stordimento dell'animale: le comunità ebraiche, nel 1964, riuscirono ad ottenere una deroga per la macellazione kascher che fu allargata, negli anni Ottanta, alle comunità islamiche. Il problema, dice la sociologa, è che oggi si utilizza il metodo senza stordimento in maniera diffusa – e su scala industriale – perché è più “conveniente” economicamente: niente tempi morti e più produttività. «Non si tratta di un problema tra religiosi e politici, ma di un rapporto di forza tra politica e economia, ormai sempre più favorevole a quest'ultima». Per Bergeaud-Blackler questo è un messaggio pericoloso: gli animali sono difesi male perché «soffrono di una macellazione industriale – qui detta rituale – che rappresenta una regressione» e di, fatto, mettono nella polemica toni «razzisti» e «antisemiti» che allontanano dal vero problema. La questione andrebbe risolta in Europa, dove esiste una direttiva al riguardo ( CE n°1099/2009 del 24 settembre 2009) che non è applicata. Le cifre dell'halal e del kasherIl mercato dell'halal in Francia ha registrato, nel 2010, un aumento del 23% rispetto al 2009: questo secondo uno studio del gabinetto Insights SymphonyIRI Group. L'insieme dei prodotti halal è stimato a 5,5 miliardi di euro. Lo studio mostra anche, ovviamente, che questo mercato è legato alla diffusione della popolazione mussulmana: la regione parigina rappresenta il 32% del consumo di questi prodotti, in una zona dove si stima ci sia un 36% di popolazione “straniera” (le virgolette sono mie, ndr). Per quanto riguarda le stime per il cibo kasher (secondo la preparazione rituale ebraica) si stima che arrivino a 2,5 miliardi all'anno. Va detto che secondo le stime (le statistiche etniche in Francia sono vietate) la popolazione mussulmana si aggira sui cinque milioni di individui, mentre quella ebraica sulle 700mila unità. Ricordiamo la polemica nata in Italia nello scorso febbraio quando la coop decise di aprire in alcune città dei reparti halal: le associazioni animaliste come l'Enpa (Ente nazionale protezione animali) entrarono in piede di guerra contro questo metodo «atroce per gli animali». Per sedare la polemica l'azienda diffuse i termini dell'accordo con i suoi fornitori: «Le bestie vengono stordite prima dell'uccisione». Francesca BarcaEuropa451
 Philippe Leroyer/Flickr Il 12 novembre il Parlamento lituano ha adottato in prima lettura una modifica dell'articolo 214 del Codice Amministrativo in cui si sostiene che «la promozione pubblica di rapporti omosessuali dovrebbe essere punita con multe tra 2000 e 10mila litas», cioè tra i 580 e i 2900 euro. Il 12 novembre il Parlamento lituano ha adottato in prima lettura una modifica dell'articolo 214 del Codice Amministrativo in cui si sostiene che «la promozione pubblica di rapporti omosessuali dovrebbe essere punita con multe tra 2000 e 10mila litas», cioè tra i 580 e i 2900 euro. Per i promotori della legge si tratterebbe di applicare una normativa sulla protezione dei minori che vieta di far entrare in contatto i bambini con informazioni che denigrano la famiglia o il matrimonio tradizionale.
Una proposta del genere, se adottata, potrebbe limitare la diffusione di campagne che riguardano l'orientamento sessuale o di genere, la diffusione di materiale informativo sulla salute di persone gay o transessuali o l'organizzazione di Festival o del Gay Pride.
Il disegno di legge è stato proposta dal deputato Petras Grazulis,noto per le sue idee omofobe e per la sua contrarietà alla Marcia dell'Orgoglio Baltico che si è tenuta a Vilnius l'8 maggio scorso. L'iniziativa è stata porta all'attenzione della Commissaria europea Vivian Reding su proposta dell'Alde, il gruppo liberale e democratico del Parlamento Europeo. Secondo Amnesty International si tratta di una iniziativa «chiaramente discriminatoria che comporta una restrizione delle libertà delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender. Inoltre viola gli obblighi presi dalla Lituania nel campo del diritto internazionale». Per questo Amnesty ha pubblicamente chiesto a tutti i parlamentari del Paese di votare contro questo emendamento al secondo turno di voto che si svolgerà domani, 16 dicembre 2010 e ha lanciato una petizione a sostegno ( Qui). Fernando NavarroEuropa451
Riapertura dei dossier di Ceuta e Melilla, richiesta di visto per i cittadini spagnoli che entrano in territorio marocchino, inchieste sui crimini contro l'umanità commessi dall'esercito spagnolo durante la guerra: ecco alcune delle proposte dell'esecutivo di Rabat nella prospettiva di rivedere le relazioni bilaterali tra Spagna e Marocco. Un'offensiva diplomatica dovuta alla condanna di Madrid delle azioni marocchine nei campi sahrawi.
La notte scorsa la Camera dei Consiglieri (la Camera Alta del Parlamento marocchino) ha approvato una mozione con la quale si chiede la mobilitazione per la «difesa delle cause sacre della nazione e, soprattutto, dell'unità territoriale». La mozione è stata presentata da due delle principali formazioni al Governo con lo scopo di inoltrare alla Quarta Commissione dell'Onu – incaricata dei processi di decolonizzazione – il dossier di Ceuta e Melilla. Ricordiamo che si tratta di due città autonome sulla costa marocchina passate alla corona spagnola durante la Reconquista dei re cattolici nel 1497. Lo statuto di città autonoma nella legislazione spagnola è una via di mezzo il “comune” e la “comunità autonoma”.
Il Rappresentate del partito del Gruppo Costituzionale unificato (maggioritario in Parlamento), Driss Radi, ha chiesto all'esecutivo di «mandare un dossier su Ceuta e Melilla alla Commissione Onu». Pare che la domanda sia stata sostenuta dal Partito Autenticità e Modernità, ritenuto vicino alla monarchia. Questa richiesta fa in realtà parte di un'offensiva che Rabat sta lanciando contro la Spagna. Driss Radi ha infatti chiesto all'esecutivo di sollecitare la richiesta di visti per i cittadini spagnoli che chiedono di entrare in Marocco (secondo il principio di reciprocità); ha proposto di sospendere tutti i programmi di cooperazione bilaterale in materia di immigrazione illegale, narcotraffico e terrorismo e ha lanciato l'idea di creare delle commissioni per le vittime di crimini contro l'umanità commessi dall'esercito spagnolo durante la guerra coloniale. Si tratta della stessa risoluzione adottata il giorno precedente dalla Camera altra del Parlamento con la quale si sollecitava a rivedere le relazioni congiunte Spagna-Marocco.
L'offensiva marocchina è ritenuta una diretta conseguenza della posizione presa dal Congresso dei Deputati spagnolo del 2 dicembre scorso con il quale si esortava il Governo a «a condannare i violenti incidenti» avvenuti durante lo sgombero di un campo sahrawi e veniva chiesto di esprimere alle autorità marocchine «la preoccupazione sulle violazioni dei diritti umani nel Sahara occidentale». Il tutto facendo comunque molta attenzione a non attaccare direttamente Rabat. La presa di posizione del Congresso (Camera bassa delle Corti Generali, l'organo costituzionale che rappresenta il popolo spagnolo) ha ricalcato quella del Senato spagnolo del 1° dicembre scorso, che chiedeva la condanna delle recenti violenze avvenute nel Sahara occidentale e alla quale il Psoe di Zapatero non aveva aderito. L'8 novembre scorso, infatti l'esercito marocchino è entrato ad Agdam Izikm, campo sahrawi a 12 chilometri da Al Aaiun (capitale amministrativa del Sahara Occidentale), causando 13 morti secondo gli attivisti, due (e nell'esercito) secondo Rabat. La stessa presa di posizione è arrivata dal Parlamento europeo il 25 novembre scorso che, con una mozione promossa dal deputato Luigi de Magistris esprimeva la condanna dell'assalto delle forze armate marocchine contro il campo Izik Gdeim, chiedendo l'istituzione di un monitoraggio delle Nazioni Unite.
Francesca Barca Europa451
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