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 foto: loungerie/Flickr Il Free Enterprise Group, un gruppo di deputati conservatori, chiede al governo inglese ad usare la crisi dell'euro per liberare la Gran Bretagna dalle leggi di Bruxelles sfruttando la situazione della Grecia. George Osborne, Cancelliere dello Scacchiere Britannico (o Ministro delle Finanze) secondo il sito conservatore ConservativeHome.co.uk è più prossimo ad ascoltare i consigli del Free Enterprise Group (Feg) rispetto a quelli del Fondo Monetario Internazionale. Chi è il Feg? Si tratta di un gruppo di 39 deputati inglesi che lo scorso 25 maggio hanno pubblicato un Piano “E” secondo il quale sta per arrivare l’Eurogeddon, ovvero l'uscita della Grecia dall'Euro. Bisogna essere padroni del proprio destino, dicono dal Feg e, per questo, non aspettare Bruxelles e la sua lentezza. Il Feg si è formato lo scorso ottobre ed uno dei tanti gruppi conservatori che sono a Westminster. Il gruppo si dice difensore del «vero capitalismo» e delle libertà economiche.Per fare uscire la Gran Bretagna dalla recessione il Feg ha delle soluzioni radicali e poco vicine a quelle di Bruxelles. Propone di congelare gli aiuti sociali per tre anni, ad esempio. In un editoriale scritto per il Daily Mail, Kwasi Kwarteng, membro del Feg, racconta che in questo modo si potrebbero risparmiare 7 milioni di sterline. Per quanto riguarda il lavoro il Feg chiede anche più flessibilità con i “low-paid flexi jobs”, ossia impieghi da 10 mila sterline l'anno con condizioni molto vantaggiose per quanto riguarda il licenziamento. Altra cosa che per Kwasi Kwarteng andrebbe eliminata? Le direttive europee sugli orari di lavoro, che costano 3,6 miliardi di sterline all'anno. In realtà la grande flessibilità che il Feg chiede non è nuova in Gran Bretagna, che da sempre scalpita rispetto alle direttive europee. Quello che oggi è cambiato è che la Grecia potrebbe cedere e così il 45% delle esportazioni inglesi. Per cui, secondo Kwarteng, se la Grecia esce dell'euro l'Inghilterra avrebbe tutto il diritto di non ascoltare Bruxelles anzi: «Un crollo della zona euro sarebbe un'ottima opportunità per diventare più competitivi (…) per rimettere in sesto le finanze e per avere nuova prosperità», aggiunge Kwarteng. E comunque se il Primo Ministro inglese non smette di ripetere che il Regno Unito ha tutto l'interesse a restare nella zona euro, resta il fatto che la Gran Bretagna fa pressioni per cambiare le condizioni con le quali ci si sta dentro. Per Cameron le elezioni greche sono decisive: «C'è una scelta da fare. O si resta nell'euro e ci si impegna per rispettarne le condizioni, o se ne esce». Marie Billon per Europa451
Una pubblicità di Coca Cola Spagna dedicato al Campionato europeo Uefa Euro 2012 ha fatto molto parlare di sé in Polonia, perché riprende un cliché noto in Spagna e non solo: quello dell'idraulico polacco.
In occasione del campionato europeo di calcio 2012, o UEFA EURO 2012 (che si terrà in Polonia e Ucraina), Coca Cola ha lanciato un concorso in Spagna: i vincitori avranno in premio un viaggio che permetterà loro di partire con la squadra spagnola per le gare che si terranno in Polonia. Questo concorso è sostenuto da un spot che ci mostra Jacek, operaio polacco che lavora in Spagna e che spera di vincere per poter tornare a casa dalla famiglia, che non vede da cinque anni. Qui sotto il video: Jacek tenta la sorte con la sua bottiglia, ma non vince. Gli avventori del bar, vista la sua delusione, gli offrono la loro bottiglia di Coca Cola per tentare la sorte.
La pubblicità ha fatto molto discutere la comunità polacca in Spagna e i polacchi di Polonia: qualcuno dice che la pubblicità è patetica, che mostra un polacco che non è nemmeno capace di pagarsi un viaggio casa; altri lo definiscono “stupido”. In Polonia la discussione è sulla “Gazeta Wyborcza”, il più grande giornale del Paese: che dedica allo spot di Coca Cola un editoriale, accusando la pubblicità di dare una «rappresentazione primitiva» degli immigrati polacchi in Spagna.
È seguita la reazione di Ryszard Schnepf, ambasciatore polacco a Madrid, che ha invece sostenuto che «lo spot non è un attacco all'immagine dei polacchi in Spagna» e, continua «all'ambasciata abbiamo fatto una valutazione dello spot e sì, siamo d'accordo sul fatto che contiene semplificazioni, ma il messaggio in generale è positivo». Secondo Schnepf la pubblicità rappresenta un lavoratore curato, pulito, che parla molto bene lo spagnolo e che è rispettato dalle persone che gli stanno intorno. Inoltre, continua Schnepf alla radio polacca, «Jacek viene rappresentato come un uomo attaccato alla sua famiglia e al suo Paese, valori questi molto rispettati in Spagna».
Anna Zelno si occupa di comunicazione interculturale. È polacca e ha vissuto per cinque anni a Valenzia. Contattata da Europa451 si è detta d'accordo con l'ambasciatore polacco: «Nello spot non c'è stereotipo negativo. Si tratta di un uomo gentile e simpatico che ama la famiglia». Al contrario Anna è critica nei confronti dei suoi compatrioti: «Quello che mi sembra di vedere in queste reazioni è una sorta di complesso di inferiorità, di “vittimismo polacco”. Credo che continuiamo a vedere quello che siamo abituati a vedere. Vero è che l'opinione pubblica polacca ha avuto, di recente, motivi per indignarsi, come nel caso delle dichiarazioni anti-polacche di Geert Wilders». Il leader del PVV (Partito per la Libertà) è infatti stato recentemente condannato da una risoluzione del Parlamento europeo per aver pubblicato dichiarazioni contro i polacchi (e i lavorati dell'Europa dell'Est) sul sito Internet del suo partito.
Sergio Marx Europa451
Ndt: “L'idraulico polacco” è una di stereotipo che in Spagna data dal fatto che per molti anni gli immigrati spagnoli si sono dedicati a questo lavoro; così come in Francia – e specialmente a Parigi – si parla del “portiere portoghese”, perché molti portoghesi hanno fatto questo mestiere una volta immigrati.
Foto: Birgerking/Flickr Le foto pubblicate sul profilo Facebook di Melissa Bassi, 16 anni, morta durante l'esplosione di Brindisi, sono state riprese da quasi tutti i maggiori giornali italiani. Si tratta di un uso legittimo, sul piano giuridico? Intervista a Guido Scorza. Il terribile attentato che si è consumato a Brindisi sabato 19 maggio, davanti all'istituto professionale "Morvillo-Falcone" oltre a grandi questioni civili e politiche ha anche amplificato domande e dubbi che già da un pò in molti hanno rispetto all'uso di immagini pubblicate sui social-network da parte dei media. I maggiori quotidiani italiani alla notizia della morte di Melissa Bassi, 16 anni, non hanno esitato a pubblicare gallery che riprendevano le foto della giovane dal suo profilo Facebook. È il caso di Repubblica che però ha scelto di oscurare gli occhi della giovane e delle amiche; è il caso de La Stampa, che ha usato una foto di Melissa così come appare sul suo profilo Facebook; è il caso anche del Corriere della Sera o di QN e, anche, di Globalist. In generale l'immagine di Melissa viene usata, anche solo per illustrare il pezzo. Altri esempi qui: Il Messaggero e il Mattino, il Giornale e Libero. Non lo fanno il Sole24Ore, l'Unità, il Post e Linkiesta. ( L'elenco non vuole essere né esaustivo, né accusatorio). La foto utilizzata più spesso è una "cover foto" della giovane. Il profilo di Melissa, infatti, è "chiuso": la ragazza aveva bloccato la diffusione dei suoi album ai non amici. Le "cover foto", invece, restano visibile nella nuova timeline di Facebook, diversamente da quanto avviene per gli album. A questo proposito anche il Garante della Privacy ha fatto sapere, sabato 19 marzo in serata, che occorre «il più rigoroso rispetto per le persone, tanto più se minori», invitando i media ad astenersi dal pubblicare immagini dei ragazzi coinvolti, soprattutto, «nell'utilizzare foto messe in rete dagli stessi ragazzi per condividere momenti della loro vita». Sulla questione abbiamo fatto qualche domanda a Guido Scorza, avvocato e dottore di ricerca in Informatica giuridica e Diritto delle nuove tecnologie e docente in diversi atenei. Il suo blog è qui. Un giornale o può prendere foto da Facebook e ripubblicarle? «Difficile dare una risposta valida per tutte le stagioni. In linea di principio no. Ogni immagine è coperta - o almeno può essere coperta - dai diritti d'autore che competono al fotografo o all'utente che l'ha scattata. Inoltre se la foto ritrae una o più persone, l'immagine contiene altresì dati personali dei soggetti che vi sono ritratti. Infine c'è da considerare il diritto all'immagine dei medesimi soggetti ritratti. Un insieme di diritti, dunque, su ogni immagine pubblicata. I titolari dei diritto d'autore e di quello alla privacy sono, almeno di norma, in condizione di stabilire chi e per quali finalità può utilizzare le immagini, fornendo indicazioni in tal senso, direttamente online e/o eventualmente chiarendo uno speciale regime di licenza. La mera pubblicazione di immagini in un profilo non consente di presumere nessuna volontà di libero utilizzo. Tali principi di carattere generale soffrono, naturalmente, talune eccezioni tra le quali la libera utilizzazione delle immagini per ragioni di cronaca. A tal fine è, ovviamente, necessario che la finalità informativa sussista effettivamente». Se si tratta di foto di minori cosa si può aggiungere?«Vale quanto detto sopra salvo che si tratti di immagini di minori, ipotesi nelle quali le immagini non sono pubblicabili e se pubblicate devono contenere il mascheramento del loro volto». Per la ripresa della foto non ci vuole il consenso dei genitori almeno? « Siamo di fronte a scelte di opportunità. In linea di principio quelle immagini non dovevano essere diffuse salvo che la loro diffusione non risultasse indispensabile per finalità di cronaca il che, sfortunatamente, non mi sembra fosse sostenibile. Quella di prendere foto dai social network e sbatterle in copertina è purtroppo una tentazione alla quale in pochi sanno resistere». Quindi ogni volta che pubblichiamo su Facebook delle foto, c’è il rischio che diventino di uso pubblico se scatta l'interesse giornalistico?«Diventano utilizzabili per finalità giornalistiche qualora ricorrano finalità informative, ma mai di dominio pubblico». Francesca Barca Europa451
 Foto: Truthout.org/Flickr I lavoratori della centrale nucleare di Garoña non si immaginavano certo, quando hanno caricato questo video su YouTube, della pertinenza della loro iniziativa. Pochi giorni dopo il Giappone è stato travolto da uno dei terremoti più disastrosi della sua storia che si è portato dietro una crisi nucleare di dimensioni inedite. E così il dibattito nucleare è tornato agli onori delle cronache.
Le motivazioni dei lavoratori di Santa María de Garoña, nei Paesi Baschi, sono date dalla preoccupazione di difendere i loro posti di lavoro. Il Governo spagnolo di Zapatero, infatti, ha previsto di chiudere la centrale di Garoña entro il 2013. Il Consiglio nazionale di Sicurezza Nucleare spagnolo sostiene che, prese ulteriori misure di sicurezza, la centrale di Garoña ha i requisiti per continuare a funzionare ancora un decennio. La centrale di Garoña è stata inaugurata nel 1971 e avrebbe dovuto chiudere dopo quarant'anni di attività, nel 2011. Dopo i fatti del Giappone il Ministro dell'industria spagnolo, Miguel Sebastian, ha annunciato che si andrà avanti con la chiusura come previsto.
Secondo il Comitato di Impresa la chiusura nel 2013 – grazie ad una proroga – provocherebbe la perdita di mille posti li lavoro (315 direttamente e circa 700 indirettamente): a questo è dovuta la protesta degli operai, che arriva in un rap: «No les valen las personas que aquí tienen su trabajo que mantienen mil familias y no han hecho nada malo». Gli ecologisti si oppongono a questi argomenti, e a quelli del Consiglio nazionale di Sicurezza Nucleare, e prendono la centrale di Garoña come esempio di centrale pericolosa a causa della sua “età” («A los verdes les diría que se enteren de una vez de lo que hacemos en Garoña y se dejen de joder») e per la vicinanza a grossi centri come Bilbao , Burgos , Medina de Pomar e Vitoria; sostengono inoltre che la sua chiusura è già ammortizzata da nuove fonti di energia rinnovabile. In Spagna ci sono al momento sei centrali nucleari la cui costruzione è iniziata negli anni Settanta. Già dal 2004 il Governo Zapatero ha promesso di smantellare il nucleare civile: «Manterremo il nostro compromesso di sostituzione graduale di energia atomica per altre più sicure, pulite e meno costose, in modo ordinato nel tempo e con il massimo di consenso sociale».
Pedro Picón Europa451Sullo stesso argomento leggi: Giappone: un video per spiegare il nucleare
Un liceo della periferia parigina ha minacciato di espulsione alcune studentesse mussulmane, accusate di portare delle gonne o delle tuniche “troppo lunghe”. Scatta la polemica in un Paese dove l'Islam e i mussulmani sono al centro del dibattito pubblico e dove il burqa è già stato dichiarato fuori legge. Un liceo della periferia parigina, a Saint-Ouen, è al centro del dibattito di diversi siti “comunitari” o specializzati in tematiche islamiche e mussulmane francesi: Al Kanz.org (che citiamo spesso), islamenfrance.fr, Ajib.fr, solo per citarne alcuni. Al liceo Auguste Blanqui, mercoledì 16 marzo, Aïcha Amghar, la direttrice, ha convocato alcune studentesse di religione mussulmana per comunicare loro che la tenuta vestimentaria che indossano abitualmente è troppo ostentatoria. La direttrice non si riferisce all'hijab, il velo che copre il capo, perché le ragazze – che pur lo indossano – lo fanno solo al di fuori dello stabilimento scolastico. Una legge del 2004 vieta, infatti, l'uso dei simboli religiosi nella scuola pubblica francese. Il capo del reato, in questo caso, sono delle gonne “troppo lunghe” o delle tuniche: la direttrice ha infatti invitato le ragazze convocate a vestirsi in «jeans e t-shirt come tutti gli altri» per non incorrere nell'espulsione dall'istituto perché una tunica «non può essere considerata che come un vestito ostentatorio e un segno religioso manifesto». Secondo la signora Amghar i vestiti lunghi che portano le giovani sono un pericolo per la laicità dell'istituto. Non sono servite a nulla le proteste dei genitori, di un rappresentante del consiglio degli Imam di Francia e della federazione dei genitori degli studenti che hanno ricordato alla preside che una tenuta di questo tipo non viola la legge del 2004. Il Collettivo contro l'Islamofobia in Francia (Ccif) ha condannato l'evento. Fateh Kimouche, dal blog specializzato in consumatori musulmani Al Kanz, così commenta: «Il velo non è un problema, l'halal non è un problema, le preghiere non sono un problema, l'arabo non è un problema. Il problema sono i mussulmani. Qualunque cosa facciano, qualcunque concesione siano disposti ad accettare, l'odio per quello che sono, l'odio per quello in cui credono resterà. L'Islamofobia attuale, che sia di stato o ordinaria, non è congiunturale». La situazione in FranciaRicordiamo che recentemente il Presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha annunciato l'imminente apertura di un dibattito nazionale su laicità e religioni che presto ha preso la forma di un dibattito sul posto dell'Islam in Francia. E il clima, in generale, è teso a causa dell'inasprimento del dibattito. La stessa Marine Le Pen da qualche mese sta aumentando il suo affondo contro le comunità mussulmane: nel dicembre scorso a un'assemblea del Front National a Lione ha affermato che le preghiere mussulmane del venerdì si possono comparare a una sorta di occupazione: «Certo, non ci sono blindati, non ci sono soldati, ma è un'occupazione di fatto che pesa sugli abitanti». Ricordiamo anche che la Francia è stato il primo Paese europeo a vietare il burqa negli spazi pubblici: nel settembre scorso la norma è passata al Senato e prevede multe fino a 30 mila euro, il carcere e “stage di cittadinanza” per le donne incriminate. Dal lato loro le comunità mussulmane stanno organizzando delle manifestazioni per inizio aprile sia contro il dibattito sulle religioni, che contro questo episodio di Saint-Ouen. Per il momento invitano a far girare il volanti (nell'immagine di apertura) e a far girare le informazioni. Francesca Barca Europa451
 Philippe Leroyer/Flickr Il 12 novembre il Parlamento lituano ha adottato in prima lettura una modifica dell'articolo 214 del Codice Amministrativo in cui si sostiene che «la promozione pubblica di rapporti omosessuali dovrebbe essere punita con multe tra 2000 e 10mila litas», cioè tra i 580 e i 2900 euro. Il 12 novembre il Parlamento lituano ha adottato in prima lettura una modifica dell'articolo 214 del Codice Amministrativo in cui si sostiene che «la promozione pubblica di rapporti omosessuali dovrebbe essere punita con multe tra 2000 e 10mila litas», cioè tra i 580 e i 2900 euro. Per i promotori della legge si tratterebbe di applicare una normativa sulla protezione dei minori che vieta di far entrare in contatto i bambini con informazioni che denigrano la famiglia o il matrimonio tradizionale.
Una proposta del genere, se adottata, potrebbe limitare la diffusione di campagne che riguardano l'orientamento sessuale o di genere, la diffusione di materiale informativo sulla salute di persone gay o transessuali o l'organizzazione di Festival o del Gay Pride.
Il disegno di legge è stato proposta dal deputato Petras Grazulis,noto per le sue idee omofobe e per la sua contrarietà alla Marcia dell'Orgoglio Baltico che si è tenuta a Vilnius l'8 maggio scorso. L'iniziativa è stata porta all'attenzione della Commissaria europea Vivian Reding su proposta dell'Alde, il gruppo liberale e democratico del Parlamento Europeo. Secondo Amnesty International si tratta di una iniziativa «chiaramente discriminatoria che comporta una restrizione delle libertà delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender. Inoltre viola gli obblighi presi dalla Lituania nel campo del diritto internazionale». Per questo Amnesty ha pubblicamente chiesto a tutti i parlamentari del Paese di votare contro questo emendamento al secondo turno di voto che si svolgerà domani, 16 dicembre 2010 e ha lanciato una petizione a sostegno ( Qui). Fernando NavarroEuropa451
Riapertura dei dossier di Ceuta e Melilla, richiesta di visto per i cittadini spagnoli che entrano in territorio marocchino, inchieste sui crimini contro l'umanità commessi dall'esercito spagnolo durante la guerra: ecco alcune delle proposte dell'esecutivo di Rabat nella prospettiva di rivedere le relazioni bilaterali tra Spagna e Marocco. Un'offensiva diplomatica dovuta alla condanna di Madrid delle azioni marocchine nei campi sahrawi.
La notte scorsa la Camera dei Consiglieri (la Camera Alta del Parlamento marocchino) ha approvato una mozione con la quale si chiede la mobilitazione per la «difesa delle cause sacre della nazione e, soprattutto, dell'unità territoriale». La mozione è stata presentata da due delle principali formazioni al Governo con lo scopo di inoltrare alla Quarta Commissione dell'Onu – incaricata dei processi di decolonizzazione – il dossier di Ceuta e Melilla. Ricordiamo che si tratta di due città autonome sulla costa marocchina passate alla corona spagnola durante la Reconquista dei re cattolici nel 1497. Lo statuto di città autonoma nella legislazione spagnola è una via di mezzo il “comune” e la “comunità autonoma”.
Il Rappresentate del partito del Gruppo Costituzionale unificato (maggioritario in Parlamento), Driss Radi, ha chiesto all'esecutivo di «mandare un dossier su Ceuta e Melilla alla Commissione Onu». Pare che la domanda sia stata sostenuta dal Partito Autenticità e Modernità, ritenuto vicino alla monarchia. Questa richiesta fa in realtà parte di un'offensiva che Rabat sta lanciando contro la Spagna. Driss Radi ha infatti chiesto all'esecutivo di sollecitare la richiesta di visti per i cittadini spagnoli che chiedono di entrare in Marocco (secondo il principio di reciprocità); ha proposto di sospendere tutti i programmi di cooperazione bilaterale in materia di immigrazione illegale, narcotraffico e terrorismo e ha lanciato l'idea di creare delle commissioni per le vittime di crimini contro l'umanità commessi dall'esercito spagnolo durante la guerra coloniale. Si tratta della stessa risoluzione adottata il giorno precedente dalla Camera altra del Parlamento con la quale si sollecitava a rivedere le relazioni congiunte Spagna-Marocco.
L'offensiva marocchina è ritenuta una diretta conseguenza della posizione presa dal Congresso dei Deputati spagnolo del 2 dicembre scorso con il quale si esortava il Governo a «a condannare i violenti incidenti» avvenuti durante lo sgombero di un campo sahrawi e veniva chiesto di esprimere alle autorità marocchine «la preoccupazione sulle violazioni dei diritti umani nel Sahara occidentale». Il tutto facendo comunque molta attenzione a non attaccare direttamente Rabat. La presa di posizione del Congresso (Camera bassa delle Corti Generali, l'organo costituzionale che rappresenta il popolo spagnolo) ha ricalcato quella del Senato spagnolo del 1° dicembre scorso, che chiedeva la condanna delle recenti violenze avvenute nel Sahara occidentale e alla quale il Psoe di Zapatero non aveva aderito. L'8 novembre scorso, infatti l'esercito marocchino è entrato ad Agdam Izikm, campo sahrawi a 12 chilometri da Al Aaiun (capitale amministrativa del Sahara Occidentale), causando 13 morti secondo gli attivisti, due (e nell'esercito) secondo Rabat. La stessa presa di posizione è arrivata dal Parlamento europeo il 25 novembre scorso che, con una mozione promossa dal deputato Luigi de Magistris esprimeva la condanna dell'assalto delle forze armate marocchine contro il campo Izik Gdeim, chiedendo l'istituzione di un monitoraggio delle Nazioni Unite.
Francesca Barca Europa451
Il magazine online francese ZDNet.fr ha realizzato un sondaggio telefonico venerdì 29 e sabato 30 ottobre su un campione di 962 individui di età superiore a 18 anni per indagare cosa i cittadini francesi pensano dell'Hadopi. Il risultato? Il 47% la considera inutile. Un altro sondaggio del quotidiano La Tribune ci dice però il 53% di coloro che scaricavano ha smesso già da prima dell'applicazione della legge. Il magazine online francese ZDNet.fr ha realizzato un sondaggio telefonico venerdì 29 e sabato 30 ottobre su un campione di 962 individui di età superiore a 18 anni per indagare cosa i cittadini francesi pensano dell'Hadopi, la legge che favorisce la diffusione e la protezione della creazione su Internet (Loi favorisant la diffusion et la protection de la création sur Internet). Un altro sondaggio del quotidiano economico La Tribune ci dice però il 53% di coloro che scaricavano ha smesso già da prima dell'applicazione della legge. Creata nel maggio del 2009 dal Governo francese, l’Hadopi ha dato anche il nome all’autorità che si occupa, appunto, della protezione del copyright e della regolazione del controllo degli accessi a Internet. Il 4 ottobre scorso la legge è finalmente diventata operativa e sono partite le prime mail di “avvertimento” per gli internauti che hanno scaricato materiale illegale. Ma come funziona? Facciamo un passo indietro e ricordiamo, brevemente, qual è il meccanismo di funzionamento dell'Hadopi. Se siete beccati a scaricare illegalmente (una società francese, Trident Media Guard, si occupa del monitoraggio della rete) il vostro Internet provider deve comunicare, entro otto giorni, il vostro indirizzo all'Hadopi. L'Autorità vi invia una mail di avvertimento; se nei successivi sei mesi non siete più segnalati i vostri dati vengono cancellati, diversamente riceverete un secondo avvertimento, per lettera raccomandata, che vi “costerà” una seconda sorveglianza per un anno. Se il soggetto è recidivo si riceve una seconda lettera che annuncia che sono possibili delle azioni giudiziarie, a discrezione dell'Hadopi che, dopo aver studiato può rivolgersi a un giudice. Conseguenze? Fino a 1500 euro di ammenda e il blocco dell'accesso a Internet per un anno. Una legge che sembra non piacere ai francesi
Il sondaggio di ZDNet.fr ci dice che i francesi non sono molto conviti della riuscita di questa legge. Alla domanda su un bilancio del primo mese le due risposte che hanno avuto più adesioni sono: “Penso che questa legge sia assurda e che chi scarica molto saprà come evitare di essere reperito” e “l'applicazione di queste legge è impossibile”, per un totale di 47% preferenze. Effettivamente il monitoraggio sulla rete viene fatto su campione di 10mila titoli musicali, ad esempio, tra gli ultimi titoli usciti o tra i più ascoltati. Chi scarica quindi cose “di nicchia” ha praticamente possibilità zero possibilità di essere controllato. Solo il 13% degli intervistati pensa che questa legge avrà un effetto positivo.
Il blocco del pirataggio
Secondo un altro sondaggio, realizzato da BVA-Avanquest per conto del quotidiano La Tribune e per il canale BFM, il 53% di coloro che scaricavano materiali da Internet in maniera regola hanno diminuito o bloccato questa pratica dal voto dell'Hadopi un anno fa. Si tratterebbe solo dell'effetto “pubblicità” fatto intorno alla legge, che è in realtà operativa da poco più di un mese.
Francesca Barca Europa451
 Foto: Bénédicte Salzes Fátima Mohamed Kaddur, 45 anni e originaria di Melilla, è una consigliera comunale della provincia spagnola di Siviglia. Il cinque maggio scorso ha lasciato il Partito Popolare spagnolo: «Mi hanno detto “basta parlare del velo"». Intervista.
Fátima Mohamed Kaddur è originaria di Melilla, enclave spagnola in Marocco a grande maggioranza mussulmana. Vive, ed è consigliere comunale (fino a due giorni fa del Partito Popolare spagnolo, ora nel gruppo misto) di Gines, un comune in provincia di Siviglia con poco più di 12mila abitanti. Già due anni fa è stata al centro dell'attenzione mediatica in seguito a una polemica nata con Mariano Rajoy, segretario nazionale del Partito Popolare spagnolo. Quest'ultimo aveva lanciato l'idea di “regolamentare” il velo in Spagna sul modello francese dove, come tutti gli altri segni religiosi, è vietato a scuola così come nelle funzioni statali. In quell'occasione Mohamed Kaddur si era esposta contro Rajoy al grido di «il velo è integrazione». All'epoca era sicura che il Pp l'avesse capita: «Nel mio partito mi sento integrata, rispettata e voluta. Quando si sente dire che il Pp è razzista è semplicemente una menzogna».
Mercoledì 5 maggio Mohamed Kaddur ha abbandonato il Pp: «Due anni fa dicevo che non c'era nessun problema nel mio Partito riguardo al velo. Bhé, era una menzogna. Mi chiamarono dal Partito, dopo un'intervista al quotidiano spagnolo Publico.es, dicendomi “basta interviste sul velo”. Da quel momento mi sono sentita messa sotto veto e discriminata. Non venivo avvisata, non mi tenevano in considerazione per nulla. I dirigenti del Partito non volevano parlare con me. Dopo la storia di Najwa e le dichiarazioni dei dirigenti della Provincia di Madrid (del Pp) mi sono detta: “Me ne vado, non posso più dividere degli ideali con questa gente”». Mohamed Kaddur si riferisce al caso di Najwa Malha, 16 anni, espulsa un mese fa dall'istituto Camilo José Cela, a Pozuelo de Alarcón, provincia di Madrid, perché porta il velo islamico. La decisione è stata presa sulla base del regolamento dell'Istituto, che vieta di portare in classe qualsiasi “gorras”, “berretta”, che copra la testa. A Najwa è stata poi trovata un'altra scuola disposta ad accoglierla, ma la polemica sta facendo discutere la Spagna, soprattutto in un momento in cui il Belgio vieta il burqa e la Francia ha una legge quasi pronta. In seguito a questo episodio, che definisce «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», si è dimessa.
 Foto: B. Salzes Perché per due anni ha agito come se non ci fosse nessun problema, anzi come se fosse un punto d'onore per il Pp?
«Dopo l'intervista a Pubblico.es ho aspettato che qualcuno facesse un passo verso di me. Mi hanno usato, si sono fatti fare delle foto con me per vendere l'integrazione. E ora mi gettano via. E ora lo dico pubblicamente. Per ora continuerò a fare politica, integrando il gruppo misto, ma sono aperta ad ogni tipo di proposta, anche se per ora non ho incontrato e non ha discusso con nessun altro partito».
Cosa pensa della polemica europea su velo e sul burqa?
«Io parlo a partire dalla Spagna, dove la Costituzione non menziona il divieto del velo e dove, anzi, tutela la libertà religiosa. Non sono d'accordo con il burqa, ma preferisco non entrare nella polemica perché è una cosa che non conosco e che non fa parte della mia cultura. Quello che sto dicendo, semplicemente, è che quello che porto (hijab, ndr) è un simbolo delle mie radici, della mia identificazione, della mia cultura. Per questo lo difendo e per questo appoggio Najwa». Pensa che all'interno del Pp ci siano tendenze islamofobe o razziste?«No, quello che c'è è dell'ignoranza riguardo all'hijab: non si tratta di un simbolo di sottomissione all'uomo. Una volta solo schiavi e prostitute mostravano il loro corpo, e quest'uso è stato raccolto dalle scritture religiose mussulmane. L'hijab oggi significa solo sottomissione a Dio, non ha niente a che fare con gli uomini». Pensa che la fede mussulmana sia realmente compatibile con l'adesione a un partito di radici cattoliche come il Partito Popolare? «Aborro confondere la politica con la religione. E ho sempre evitato di definirmi policamente in maniera religiosa. Ho sempre rispettato le altre religioni e non chiedo nient'altro che lo stesso nei miei confronti». Bisognerebbe creare anche in Spagna un partito islamico che rappresenti gli interessi dei mussulmani? «Esiste già (Renacimiento y Unión, ndr) e si presenteranno alle elezioni municipali del 2011 e alle nazionali del 2012. Per ora non ho considerato la possibilità di militare in questo partito. Ho bisogno di tempo per riflettere al mio futuro politico, sapendo che è questo quello che voglio: restare in politica». Fernando Navarro Sordo e Francesca BarcaEuropa451Qui l'intervista fatta a Mohamed Kaddur nel 2008. Le foto sono di Bénédicte Salzes. Leggi anche: Velo islamico: un fronte di "No". In nome di cosa? Francia: se il fast-food diventa halal Italia: il Pd propone una legge per il crocifisso
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