Il sociologo francese Gilles Kepel e la sua equipe sono tornati in due banlieue difficili di Parigi – le stesse dei disordini del 2005 – per vedere che ruolo gioca qui l'Islam nella costruzione comunitaria e identitaria. Oggi la promessa della République non si realizza.
L'Istituto Montaigne ha da poco pubblicato una ricerca, diretta dal sociologo Gilles Kepel, che mette in relazione il rapporto tra società, politica, religione in due banlieue parigine particolarmente significative, perché al cuore dei disordini del 2005: Clichy-sous-Bois et Montfermeil.
L'inchiesta, a differenza della precedente (Les banlieues de l’islam, Seuil) fatta da Kepel e dalla sua equipe, si concentra su un agglomerato – considerato in tutti i sensi del termine – dove l'Islam gioca un ruolo importante, ma dove viene sovrapposto ad altri temi: la città, l'educazione, il lavoro, la sicurezza, la politica e la religione.
L'inchiesta si chiama “Banlieue de la République” (che è anche un sito Internet pieno di materiali) ed è stata realizzata da Kepel e da cinque ricercatori che sono stati nei quartieri in questione, passando tempo con la gente, nelle case, nei trasporti pubblici, nelle scuole e nelle cité. «La nostra scommessa è stata quella di contribuire a rendere comprensibile, osservando il quotidiano, come si realizza – o meno – la promessa repubblicana», dice Kepel nell'introduzione al rapporto. L'inchiesta è stata realizzata intervistando 100 persone (oltre mille pagine di trascrizione) sopratutto in francese, ma anche in arabo, turco, cambogiano, inglese, peulh e soninké. Due terzi degli intervistati hanno affermato di essere di religione mussulmana, un terzo si sono detti cristiani, buddisti, israeliti o atei.
«Clichy-Montfermeil è diventata famosa per gli eventi dell'autunno del 2005, le cui ragioni – nonostante i racconti della stampa – in parte restano misteriose. Questi moti, a parte la loro dimensione spettacolare, hanno colpito nelle fondamenta il racconto che fonda la Francia moderna, implicitamente condiviso, secondo il quel la nazione sarebbe stata sempre capace di integrare, qualunque fossero i problemi sociali, culturali o etnici, tutti coloro che arrivavano per rimanere e, ancora di più, i loro figli, nati sul suolo della nuova patria, educati nelle scuole della République e quindi imbevuti devi valori comuni loro inculcati», spiega Kepel.
La differenza con i moti del 2005-2006 I lavori che sono stati fatti dopo il 2005 hanno teso a dimostrare come questi giovani che bruciavano le automobili non stessero facendo altro che gridare la loro apparenza alla nazione francese che li rifiutava. I sondaggi pubblicati in seguito mostravano come la propensione di questi mussulmani, per esempio al matrimonio misto, o all'apertura verso gli ebrei, fossero un segno che il percorso di integrazione stava funzionando. La nuova inchiesta a Clichy-Montfermeil invece mette in dubbio questo assunto. Si osserva infatti una logica di costruzione comunitaria intorno all'Islam che, se da un lato si allontanano dalla società francese, dall'altro va verso i suoi valori, ma sempre contrastati dalla avversità sociali.
Tra questi due poli, dice Kepel, si evidenzia una vasta gamma di attitudini di persone che cercano di negoziare la loro situazione, in funzione delle risorse culturali e materiali che hanno: alcuni formulano delle esigenze identitarie nel linguaggio dell'halal, altri sottolineando un'agenda politica “islamica”, altri si muovono in ambito laico e associativo per lavorare sul degrado ambientale, sull'accesso all'impiego e sulla formazione.
Queste due banlieue sono esplicative di una realtà ma, allo stesso tempo in controtendenza rispetto al resto della Francia: qui la maggioranza si dice contraria al matrimonio con un non-mussulmano, mentre nel resto della Francia è l'opposto; qui quasi tutti gli uomini intervistati dicono di andare regolarmente in moschea, mentre nel resto della Francia si arriva a un terzo.
Cos'hanno di particolare queste banlieue? La maggior parte della popolazione qui è mussulmana, il comune è chiuso da un quasi deserto di trasporti pubblici, la disoccupazione raggiunge dei tassi record e l'influenza dei predicatori è forte fin dagli anni Ottanta.
Un'altra cosa molto cambiata rispetto all'inchiesta del 1985, oltre al fatto che sono molti di più i cittadini francesi di confessione mussulmana, è l'ubiquità dell'halal presso questa popolazione. L'halal è diventato uno spettro molto più vasto che il solo cibo, arrivando a definire in maniera molto ampia cosa è lecito e cosa è illecito. Khadidja, una madre di origine marocchina, dice: «L'halal è non far entrare cose rubate in casa. L'halal è far capire ai propri figli che devono essere onesti. L'halal è non mettere insieme denaro guadagnato lavorando e danaro sporco. Questo è l'halal. L'halal è essere fedeli al proprio marito, ai propri figli, ai propri amici. È molto vasto...».
A scuola, per esempio, si è rilevato che la mensa, un momento che unisce insegnamento e socializzazione, oggi ha un tasso di frequenza molto basso. Viene addotto il motivo economico (è meno caro preparare un pasto in casa) ma spesso viene accompagnato da motivazioni culturali -la mensa non offre pasti halal- e che si traduce in ragazzini che mangiano “panini halal” negli androni delle cité. A questo si aggiunge il fatto che la legge sui segni religiosi nei luoghi pubblici– accettata ma non capita – non è accompagnata dalle altre norme previste, come il rispetto delle feste non cristiane o lo studio delle lingue di origine.
E se l'halal è una marca comunitaria, lo è sopratutto come specchio del Kasher. «Lungo l'inchiesta gli ebrei appaiono come una minoranza che ha saputo imporre la sua specificità, dalla quale ottiene la potenza, la paura e il rispetto che genera, nonostante il piccolo numero», dice Kepel.
Qualche cifra dal rapporto: tasso di disoccupazione: Clichy-sous-Bois: 22,7 % Montfermeil: 17,5 % Ile de France (regione parigina): 11 % Percentuale di famiglie che non raggiungono il reddito minimo imponibile: Clichy-sous-Bois: 61,30 % Montfermeil: 45,40 % Ile de France: 33,60 % Percentuale di popolazione di nazionalità straniera : Clichy-sous-Bois: 33 % Montfermeil: 20 % Ile de France: 12,4 % Percentuale di minori con almeno un genitore nato all'estero: Clichy-sous-Bois: 76 % Montfermeil: 50 % Ile de France: 16,9 % (Qui è possibile scaricare tutta l'inchiesta in Pdf)
Opinione. Il movimento degli “indignati” si è fatto sentire in diversi Paesi europei (e non solo) in questo 2011 spaccato dalla crisi economica. In Germania non ci sono state proteste del genere ma un partito, quello Pirata, ha portato al Parlamento di Berlino – dove è arrivato con l'8,9 dei voti – istanze molto simili.
Gli “indignati” si sono fatti sentire in diversi paesi europei, ma non in Germania. Qui però c'è un partito che porta avanti diverse rivendicazioni, e con successo. Si tratta del Partito Pirata, che è appena entrato nel Parlamento di Berlino con l'8,9% dei voti e 15 seggi. Il Partito Pirata è nato in Svezia nel 2006 dopo una battaglia sul diritto d'autore. Il Piratpartiet svedese ha poi prodotto, negli anni, “imitazioni” in una ventina di Paesi.
La Germania, prima potenza economica europea, ha un tasso di disoccupazione del 7%. In molti la guardano come un esempio da seguire o come una società che “funziona”, messa in antitesi rispetto ai paesi – come la Grecia, il Portogallo e ultimamente, l'Italia – coperti di debiti. Ma le disuguaglianze crescono, comunque, sull'altare della competitività. La principale ragione è legata alle esportazioni, che sono uno dei capisaldi del sistema tedesco, sostenute da una politica salariale regressiva dalla metà degli anni Novanta. Quindi i motivi per indignarsi ci sono.
I Pirati lo hanno capito bene e si sono impegnati in una battaglia per lo stipendio minimo in tutti i settori, così come gli indignati greci hanno manifestato conto la disoccupazione.
Come gli indignati spagnoli di “¡Democracia real YA!” i Pirati tedeschi vogliono una democrazia partecipativa e, soprattutto, trasparente, dove i cittadini possano essere informati, a tutti i livelli. Hanno già condotto, per esempio, a fianco della società civile, una campagna per un referendum di iniziative popolari sui contratti di privatizzazione della compagnia che gestisce l'acqua a Berlino. Grazie a questa campagna uscirono le informazioni sui dividenti – assolutamente sproporzionati – di questi contratti.
Il Partito Pirata ha alzato la voce anche contro le collusioni tra economia e politica – quello che altrove chiamiamo “conflitto di interessi”, ndr – e contro la corruzione, che è un tema che ha cavalcato la protesta degli “indignati” in tutta Europa. E avanzano anche richieste dal suono “sociale” come trasporti pubblici gratuiti e il diritto alla casa per tutti.
Praticano anche una forma di onestà intellettuale ormai sconosciuta nei “partiti tradizionali” e che gli “indignati” vorrebbero vedere invece nella politica. Durante la campagna elettorale a Berlino il candidato per il partito pirata ha dichiarato candidamente di non essere abbastanza informato su alcuni punti, cosa che normalmente i politici tradizionali non fanno.
Al di là dei temi “fondanti” come il diritto d'autore e la Neutralità della Rete, il Partito Pirata si impegna, come gli “indignati”, per far emergere una vera democrazia, più partecipativa, più vicina ai cittadini. Questo fondo comune si ritrova difeso in diversi modi, a seconda dei paesi: in Grecia o in Spagna ha una forma, mentre in Germania, dove si è abituati all'istituzionalizzazione, un'altra. È da vedere, ovviamente, se i Pirati riusciranno a concretizzare, dal punto di vista parlamentare, le loro rivendicazioni. E se questo partito potrà emergere in maniera significativa anche in altri Paesi.
Un'applicazione che permette di risalire all'origine ebraica di oltre tremila personalità famose fa polemica in Francia. “Ebreo o non ebreo?” (“Juif ou pas juif?”) è in vendita nell'Apple Store a 79 centesimi. E c'è già chi parla di denunciare Apple.
Il 9 agosto 2011 Apple ha messo in commercio un'applicazione sulla versione francese: “Ebreo o non ebreo?” (“Juif ou pas juif?”). L'app si trova nella sezione “style de vie” e propone, a chi la scarica, di poter rintracciare l'origine ebraica di personaggi famosi della cultura e dello spettacolo, a seconda se sono completamente (da parte di madre) o parzialmente (solo da parte di padre) ebrei. Si possono così scoprire le radici di oltre 3mila personalità pubbliche, al costo di 79 centesimi.
«Lo scopo dell'applicazione è solo quello di divertire. Si prega di non vederci una dimostrazione di una qualche superiorità o, ancora meno, del dominio di una razza su un'altra», si dice nello presentazione.
L'applicazione esiste anche in inglese (Jew or not jew) ma in Francia ha fatto molto più scalpore che altrove. Oltralpe le statistiche etniche sono vietate, così come la schedatura di dati di carattere personale che fanno risalire alle origini etniche o religiose di una persona. Inoltre, il dibattito pubblico sull'antisemitismo e sulla Shoah resta, in Francia, motivo di grandi polemiche e discussioni.
Pascal Riché, sulle colonne di Rue89, ricorda che Cupertino ha rifiutato, in passato, le applicazioni a carattere pornografico nell'Apple store, ma che non ha sollevato nessuna polemica per quanto riguarda "Juif ou pas juif ?". La polemica ricorda un pò quella che ha animato la stampa italiana a inizio 2010 con l'applicazione IMussolini, che è stata a lungo presente nel negozio on-line di Apple, addirittura come immagine di una categoria.
Riché cita anche il famoso blogger e giurista francese, Maitre Eolas che dal suo conto Twitter ricorda che Apple potrebbe “rischiare” 5 anni di prigione per il fatto di aver proposto una sorta di schedatura di dati personali.
L'associazione Sos Racisme annuncia che denuncerà l'editore dell'applicazione, Johann Levy, e intima Apple di ritirarla subito dal commercio; l'Associazione degli studenti ebrei di Francia chiede di incontrare i dirigenti Apple per scrivere una nuova carta etica, mentre il presidente della Lega Internazionale contro il razzismo e l'antisemitismo (Licra) la definisce «pericolosa». Il Crif (Conseil représentatif des institutions juives de France), tramite il suo presidente, fa sapere che «non si può essere a favore della schedatura selvaggia delle appartenenze religiose»
Johann Levy, contattato da Afp, dice di aver creato l'applicazione «con uno scopo innocuo. Io sono sono ebreo. Lo scopo era solo quello di dare agli ebrei un sentimento di orgoglio nel vedere che un personaggio famoso o un uomo d'affari è ebreo». Levy aggiunge di aver usato solamente materiale reperibile anche in rete e che non pensa certo che la sua applicazione possa essere uno strumento per gli antisemiti.
Sicuramente “Juif ou pas juif?” lascia molto a desiderare dal punto di vista del gusto, così come molte applicazioni nello store di Apple. Se viola una legge verrà chiarito in seguito. IMussolini, nonostante l'apologia del Fascismo sia un reato, fu solamente rimossa per un breve periodo, mentre ora si trova in vendita a 79 centesimi, insieme ad altre applicazioni dello stesso tipo che raccontano le gesta del duce o di Hitler. Inoltre, nei giorni successivi alla polemica che scatenò sulla stampa, toccò i mille download al giorno.
Altro caso: nel giugno scorso, su richiesta del Governo israeliano, l'Apple Store ha rimosso un'applicazione, ThirdIntifada. Yuli Edelstei, Ministro dell'Informazione di Israele aveva contattato direttamente l'ex Ceo di Apple, Steve Jobs, lamentandosi del fatto che l'app in questione poteva essere usata per organizzare manifestazioni contro Israele. Apple ha acconsentito dicendo che ThirdIntifada era offensiva rispetto a un gruppo di persone.
Un articolo di Owni ha diffuso un documento degli operatori della telefonia francese che parla di limitazioni all'uso dell'Internet illimitato, che è parte di praticamente tutti i contratti nel Paese. Il Ministro dell'economia digitale, Eric Besson, nega ogni progetto di restrizione.
Un articolo di Owni ha svelato un documento di lavoro che coinvolge diversi operatori della telefonia francese appartenenti alla Fédération française des télécoms (Ftt) che suggerisce l'introduzione di tariffe con un “tetto al consumo” Internet. Tra gli operatori che fanno parte della Ftt ci sono molti dei “grandi” Internet provider francesi, come Orange, Sfr e Bouygues Télécom. Non ne fanno parte invece Free e Numericable.
Il quotidiano Le Parisien ha intervistato, a questo proposito, Yves Le Moël, direttore della Ftt, che ha confermato che uno studio per differenziare le tariffe è stato realizzato, ma riguarderebbe solo i grossi consumatori, mentre l'Internet illimitato resterebbe accessibile a tutti. Il quotidiano Rue89 ha invece interrogato l'operatore Orange (che ha il 47% del mercato francese), che ha confermato che effettivamente è stata iniziata una «riflessione su una segmentazione dell'offerta (Internet), non su una limitazione».
Domenica 21 agosto Eric Besson, Ministro francese dell'Economia digitale, ha diffuso un comunicato stampa (qui ripreso da Le Monde) nel quale dichiara che «il Governo non ha alcuna intenzione di applicare restrizioni all'accesso Internet e, al contrario, lavora sullo sviluppo di un rete a banda larga su tutto il territori nazionale e per tutti i francesi che riguardi sia la telefonia fissa che quella mobile». Ma, aggiunge il Ministro, «il Governo lavora per “inquadrare” l'uso del termine “illimitato” da parte degli operatori, per proteggere i consumatori contro alcuni abusi».
Sempre domenica Yves Le Mouël, questa volta interrogato da France Presse, ha dichiarato che «non è in discussione la fine dell'Internet illimitato sulle linee di telefonia fissa». Solo fissa, appunto. Intanto, come da tradizione, è nato un gruppo Facebook contro la fine dell'Internet illimitato.
Un video comico del catalano Aleix Saló spiega come gli spagnoli sono arrivati alla bancarotta economica e alla bolla immobiliare.
Il video è stato lanciato il 25 maggio scorso ed è già stato visto da milioni di persone: si tratta di un anticipo su un libro a fumetti, Españistán, che uscirà a fine giugno. «L'opera che presento è il frutto del mio interesse per la realtà di questo Paese negli ultimi dieci anni. Una decade, secondo me, che lascerà alla posterità un condensato della meschinità e della bassezza umana della nostra storia recente», ha dichiarato Saló. Il comico catalano ripercorre gli anni del governo Aznar, dello "Spanish Dream" e della corsa alla costruzione che ha portato la Spagna, dal 1999 al 2005, a costruire più case di Francia, Germania e Italia messe insieme.
Il video arriva tre giorni dopo la sconfitta dei socialisti del Partido Socialista Obrero Español (Psoe) alle elezioni amministrative: il Psoe ha perso Barcellona, Madrid, Siviglia e molte altre roccaforti socialiste e la presenza degli "indignados" nelle piazze che chiedevano un voto di protesta.
Da ottobre sono partite 400mila mail di avvertimento ma nessun internauta verrà segnalato ai giudici. Un sondaggio presentato del Ministero della Cultura francese afferma che il 50% di coloro che sono stati segnalati ha smesso di scaricare illegalmente.
Da quando è entrata ufficialmente in vigore, l'Hadopi, la legge che favorisce la diffusione e la protezione della creazione su Internet (Loi favorisant la diffusion et la protection de la création sur Internet), ha fatto partire già 400mila avvertimenti ad altrettanti internauti francesi, afferma il quotidiano francese Le Figaro. Le cifre non sono così altre, visto che lo scopo era inviare 10mila mail al giorno. Per chi non ricordasse come funziona l'Hadopi è spiegato qui. Per ora la legge non è applicata – cioè i nomi degli internauti in questione non verranno trasmessi al giudice – perché tra le persone (poche decine) trovate per la terza volta a reiterare il download illegale nessuna sapeva che stava condividendo file sui quali non aveva il diritto. Lo dice Mireille Imbert Quaretta, il magistrato in carica alla Commissione di protezione dei diritti. «La Commissione di protezione dei diritti si è resa conto che file illegali scaricati anni prima diventano disponibili per la condivisione del momento in cui si lancia un programma di Peer to Peer. La maggior parte di coloro che hanno ricevuto il terzo avvertimento l'hanno avuto perché proponevano senza saperlo file che avevano sul pc», riporta ancora Le Figaro.
Secondo Mireille Imbert Quaretta quello di Hadopi deve essere piuttosto un ruolo pedagogico. E quello sembra funzionare. Un rapporto presentato all'Hadopi a inizio maggio da Frédéric Mitterrand, Ministro della Cultura francese, sostiene che il 50% di coloro che hanno ricevuto un avvertimento da Hadopi (mail o raccomandata) hanno smesso di scaricare illegalmente, il 22% afferma di continuare moderatamente, mentre solo il 2% dice di farlo più di prima. Christine Albanel, Ministro della Cultura prima del voto di Hadopi, affermava che dopo l'entrata in vigore della legge, tra il 70 e l'80% di coloro che sarebbero stati segnalati avrebbero smesso completamente di scaricare. Secondo il sondaggio il 37% dei francesi interrogati dice di scaricare da Internet opere tutelate dal diritto d'autore, per cui si dicono “indifferenti ai controlli”, mentre il 41% degli internauti ha cambiato, dopo Hadopi, le sue abitudini di consumo. Manca la valutazione di quanti, tra questi, sono passati all'utilizzo di siti in streaming. Il 55% afferma di continuare a scaricare, mentre il 38% dice di aver smesso completamente.
Anche il Parlamento belga ha votato il divieto dell'uso del burqa negli spazi pubblici. La legge era già passata un anno fa, ma l'iter non era mai giunto a termine a causa della caduta del Governo di Leterme. Si tratta del secondo Paese europeo, dopo la Francia, ad aver fatto questa scelta.
Il Parlamento belga ha votato, il 28 aprile scorso, il divieto dell'uso del burqa negli spazi pubblici. Solo un voto contrario e due astenuti, dalle file ecologiste. Già l'anno scorso – il 29 aprile 2010 – il Belgio aveva votato questa legge praticamente all'unanimità: la caduta del Governo di Yves Leterme e la lunga crisi che ha attraversato il Paese ha messo la cosa in stand by. Ora il testo è stato riproposto dagli stessi deputati e deve passare al Senato per essere approvato ed entrare in vigore.
Chi critica il provvedimento lo vede come troppo ristretto: contrariamente a quanto prevede la legge francese in Belgio non è prevista un'ammenda per chi obbliga la donna a portare il burqa (se esiste, ndr) e il principio della legge non è, come nel caso francese, l'ordine pubblico. «Il burqa non è un simbolo religioso, ma il simbolo della sottomissione della donna e dell'ineguaglianza di cui è vittima», ha detto André Frédéric (PS).
Ricordiamo che lo scorso 11 aprile in Francia è invece entrata in vigore la legge anti-burqa approvata lo scorso ottobre (e che ha dato una trentina di verbalizzazioni) e che il dibattito ha coinvolto anche la Spagna.
Dall'undici aprile scorso in Francia è entrata in vigore le legge anti-burqa approvata nello scorso ottobre. Al momento sono state verbalizzate 27 o 28 donne.
Claude Guéant, il Ministro degli Interni francese, sui canali di RTL si è felicitato, mercoledì 4 maggio, dell'efficacia della legge anti-burqa. La legge è entrata in vigore l'11 aprile scorso e fa della Francia il primo Paese europeo ad aver vietato questo capo in tutti gli spazi pubblici, pena una multa di 150 euro e/o uno stage di cittadinanza. «In molti avevano espresso dei timori in proposito (sulla legge, ndr). Ma ci sono state 27 o 28 verbalizzazioni e tutto è avvenuto senza alcun problema», ha dichiarato il Ministro. Le legge era stata votata nell'ottobre scorso, mentre nel Paese il contesto politico e culturale rispetto all'Islam si sta inasprendo.
Il settimanale francese Nouvel Observateur ha diffuso la circolare della polizia che spiega ai militari come comportarsi nell'applicazione della nuova legge. Prima di tutto si sconsigliano gli «eccessi di zelo», che significa utilizzare tatto e dialogo e non forzare la donna a togliersi il velo. Il testo mette in evidenza, secondo il settimanale, quanto per la polizia un testo del genere sia difficilmente applicabile.
Per quanto riguarda gli episodi di violenza, al momento il Ccif (Collectif contre l'Islamophobie en France) ha registrato un solo episodio. Il 16 aprile scorso una donna con il niqab – quindi un velo che lascia scoperto il volto – è stata aggredita nella periferia parigina da tre persone – due uomini e una donna – che hanno cercato di strapparle il copricapo.
A una donna di religione islamica è stato vietato l'ingresso in una scuola francese, basandosi sulla legge, non ancora in vigore, che vieta il burqa negli spazi pubblici. La donna indossava però un hijab, il velo che lascia scoperto il volto.
Lunedì 5 aprile al liceo di Poussan, nella Linguadoca-Rossiglione, nel Sud Est della Francia, la madre di uno degli allievi, Fatima Ouhamma, 38 anni, si è vista vietare l'entrata nello stabilimento per un incontro genitori-professori. La donna, che porta il velo – con il volto scoperto – aveva già partecipato, in passato, a riunioni di questo tipo. Il personale all'entrata ha motivato il divieto rifacendosi alle legge dell'11 ottobre 2010, che però entrerà in vigore solamente l'11 aprile 2011.
Si tratta della legge che vieta – primo Paese in Europa – l'uso del burqa in tutti i luoghi pubblici in Francia: trasporti, ristoranti, cinema, teatri, parchi, stazioni, musei, ospedali, biblioteche, stadi, palestre. Si potrà usare al volante, nelle camere d'hotel, in casa, negli stabilimenti privati, ad esclusione dei luoghi dove c'è contatto con il pubblico. Per la direzione del liceo si tratta di un incidente definito "banale". Il personale della scuola ha proposto alla donna di passare da una porta indipendente situata dietro il liceo, per evitare di attraversare la corte in modo, così, da non essere vista dagli studenti. La notizia è stata diffusa dall'Osservatorio contro l'Islamofobia in Francia. Di poche settimane prima la notizia di un problema "simile" in un liceo della periferia parigina.
Proprio martedì 6 aprile si è tenuto, a Parigi, il dibattito su "Islam e Laicità" voluto dal Governo Sarkozy che ha scatenato diverse polemiche.
Il partito del Presidente Sarkozy, l'Ump, ha lanciato un dibatto su Islam e laicità che ha aperto polemiche in Francia, per rivelarsi poi un fallimento. I mussulmani francesi sono al centro di discussioni da mesi il tutto, a una settimana dall'entrata in vigore della legge anti-burqa. "Laïcité : pour mieux vivre ensemble." (Laicità: per vivere meglio insieme) è il titolo della convenzione/discussione dell'Ump, il partito di Governo francese, che si è tenuta martedì 5 aprile a Parigi. Si tratta del famoso dibattito su “Islam e laicità” che il Presidente francese Nicolas Sarkozy ha voluto due mesi or sono. Nel febbraio scorso, durante la trasmissione “Paroles de Français” il Presidente della Repubblica dichiarò, parlando dell'integrazione dei mussulmani: «Questo pone la questione dell'Islam e dei nostri compatrioti mussulmani. (…) C'è chiaramente un problema. I nostri compatrioti mussulmani devono poter vivere, praticare la loro religione come chiunque altro cittadino. (…). Ma non può trattarsi che di un Islam di Francia, e non di un Islam in Francia». Per Sarkozy il multiculturalismo ha fallito e la lotta contro il proselitismo religioso deve andare avanti. Il dibattito è stato poi ufficializzato, sotto la direzione di Jean-François Copé, segretario dell'Ump. I rappresentanti dei culti religiosi francesi, riuniti nella Conférence des responsables de culte en France (CRCF) hanno pubblicato una lettera aperta e congiunta, il 29 marzo scorso, per manifestare la loro contrarietà a questo dibattito che, secondo molti, rischia di stigmatizzare l'Islam. Cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei, mussulmani e buddisti hanno invitato a non sprecare i preziosi passi avanti – la laicità – che la Francia ha conquistato e, «durante questo periodo elettorale, di mantenersi fermi e evitare gli amalgami e i rischi di stigmatizzazione. (…) Il dibattito è sempre un segno di vitalità e di salute. Ma un partito politico, benché maggioritario, è il luogo giusto per portarlo avanti da solo?». Per quanto riguarda gli attacchi da parte dell'opposizione, invece, si sono concentrati sulle critiche all'Ump che, secondo il Ps, sta cercando di rubare elettorato all'estrema destra. Ricordiamo che nel dicembre scorso Marine Le Pen, a un'assemblea del Front National a Lione ha paragonato le preghiere dei mussulmani in Francia a una occupazione. E gli attacchi sono arrivati anche da dentro i partito stesso (da Juppé a Fillon, seguiti da altre otto persone), che ha cercato di serrare i ranghi e difendersi. Secondo Jean-François Copé non si «è mai trattato di dibattere sull'Islam, ma di fare una riflessione sul nostro patto repubblicano e sulla laicità». Dopo mesi di polemiche e discussioni, quindi, si è pianificato un incontro di ben (!) tre ore, animato da Valérie Rosso-Debord, deputato Ump dove si sarebbe dovuto parlare, secondo Claude Guéant, il Ministro degli Interni, «di menù nelle mense scolastiche, reparti misti negli ospedali, finanziamento dei luoghi di culto». Il risultato? Jean-François Copé deporrà all'Assemblea Nazionale una proposta di risoluzione che «richiama i principi di laicità», mentre il Ministro degli Interni fa sapere che continua il progetto di raggruppare tutti i testi che esistono sul soggetto per mettere insieme un “codice della laicità”. Secondo il quotidiano francese Le Monde, per la maggioranza al Governo si è trattato di evitare che i risultati dell'incontro apparissero “non all'altezza” della polemica che hanno scatenato. «Ma l'esercizio non è facile. Per quanto riguarda le polemiche sulle preghiere in strada, delle misure dovrebbe essere annunciate nei prossimi giorni dal Ministro degli Interni», fa sapere l'Ump. Ma il margine di manovra sembra ridotto, «perché il Governo ha escluso ogni modifica della legge del 1905 che ha instaurato la separazione tra Chiesa e Stato (...). Se le soluzioni concrete sembrano poco innovative, si porrà la questione del beneficio politico che tutto questo dibattito ha portato all'Eliseo, che avrebbe dovuto sedurre gli elettori, ma ha solo creato grandi polemiche». Le comunità mussulmane
I mussulmani di Francia si inquietano. Intanto è nato un collettivo contro l'Islamofobia, Collectif contre l'Islamophobie en France, che sta iniziando a mettere insieme gli atti contro i mussulmani, con tanto di GoogleMaps.
Abderahmane Dahmane, ex consigliere di Nicolas Sarkozy, ha chiamato i mussulmani di Francia a portare una “stella verde” in protesta contro il dibattito di ieri. Inoltre a una riunione alle Grande Mosche di Parigi Abdallah Zekri, del Consiglio francese dei Culti Mussulmani, ha chiamato i suoi correligionari a lasciare l'Ump. Ricordiamo che negli ultimi mesi ci sono state polemiche anche contro la macellazione rituale e sull'uso di capi di abbigliamento.
La laicità in Francia
La Francia è la patria della laicità: con la legge 1905 viene sancita la separazione totale fra Chiesa e Stato. Questa legge rimpiazza il Concordato con il Vaticano del 1801, che resta tutt'ora oggi in vigore in Alsazia-Mosella (la regione di Strasburgo) dove, tra le altre cose, esistono – unico caso in Francia – delle facoltà di teologia (Cattolica e Protestante) e i finanziamento diretto da parte dello stato ai culti nella costruzione, ad esempio, delle Chiese, dei Templi o delle Sinagoghe. La legge del 1905 stabilisce la libertà di coscienza e dichiara il libero esercizio dei culti. Allo stesso tempo lo Stato cessa di finanziare i culti religiosi quindi sono aboliti gli stipendi ai ministri di culto e le sovvenzioni pubbliche alle religioni. Anche le statistiche etnico-religiose sono vietate, motivo per il quale è difficile oggi fare stime. Nel 2004 un'ulteriore legge vieta l'uso di simboli religiosi a scuola (croci, kippa, velo islamico e quant'altro) per garantire lo spirito laico dell'istituzione pubblica.
Nell'ottobre 2010 la Francia è stato il primo Paese europeo a vietare l'uso del burqa negli spazi pubblici in nome dell'apparenza repubblicana. La legge entrerà in vigore lunedì 11 aprile prossimo. Le donne trovate con il burqa pagheranno una multa di 150 euro. Secondo le stime – alla cui origine è impossibile risalire – sarebbero 2000 le donne che portano il burqa in Francia. Il niqab non sarà toccato dalla legge, che però vieterà il velo integrale in tutti gli spazi pubblici: trasporti, ristoranti, cinema, teatri, parchi, stazioni, musei, ospedali, biblioteche, stadi, palestre. Si può usare al volante, nelle camere d'hotel, in casa, negli stabilimenti privati, ad esclusione dei luoghi dove c'è contatto con il pubblico.
Ieri, a Poussan, nella Linguadoca-Rosiglione, Fatima Ouhamma, 38 anni, non è potuta entrare nella scuola dei figli a causa del velo. Pur non portando un burqa si è vista vietare l'ingresso allo stabilimento sulla base della legge dell'ottobre 2010.
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