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Di cosa si parla quando si dice "laicità alla francese".
La Francia è la patria della laicità: con la legge 1905 viene sancita la separazione totale fra Chiesa e Stato. Questa legge rimpiazza il Concordato con il Vaticano del 1801, che resta tutt'ora oggi in vigore in Alsazia-Mosella (la regione di Strasburgo) dove, tra le altre cose, esistono – unico caso in Francia – delle facoltà di teologia (Cattolica e Protestante) e il finanziamento diretto da parte dello Stato ai culti nella costruzione, ad esempio, delle Chiese, dei Templi o delle Sinagoghe. La legge del 1905 stabilisce la libertà di coscienza e dichiara il libero esercizio dei culti. Allo stesso tempo lo Stato cessa di finanziare i culti religiosi: sono quindi aboliti gli stipendi ai ministri di culto e le sovvenzioni pubbliche alle religioni. Anche le statistiche etnico-religiose sono vietate, motivo per il quale è difficile oggi fare stime. Nel 2004 un'ulteriore legge vieta l'uso di simboli religiosi a scuola (croci, kippa, velo islamico e quant'altro) per garantire lo spirito laico dell'istituzione pubblica. Nell'ottobre 2010 la Francia è stato il primo Paese europeo a vietare l'uso del burqa negli spazi pubblici in nome dell'apparenza repubblicana. La legge entrerà in vigore lunedì 11 aprile prossimo. Le donne trovate con il burqa pagheranno una multa di 150 euro. Secondo le stime – alla cui origine è impossibile risalire – sarebbero 2000 le donne che portano il burqa in Francia. Il niqab non sarà toccato dalla legge, che però vieterà il velo integrale in tutti gli spazi pubblici: trasporti, ristoranti, cinema, teatri, parchi, stazioni, musei, ospedali, biblioteche, stadi, palestre. Si può usare al volante, nelle camere d'hotel, in casa, negli stabilimenti privati, ad esclusione dei luoghi dove c'è contatto con il pubblico. Francesca Barca Europa451 Sullo stesso argomento leggi: Burqa e minishort: la provocazione di Niqabitch in FranciaDanimarca: Topless per integrare gli immigrati La Francia vieta il burqa: «È contrario ai principi repubblicani»Divieto del burqa in Spagna: una questione di elezioniBurqa: anche la Spagna verso la laicità di StatoBelgio: e poi dicono "un Paese in crisi"Fátima Mohamed Kaddur: «Il Partito popolare spagnolo mi ha usata come simbolo di integrazione»Francia: gli animalisti contro la macellazione rituale Danimarca: Topless per integrare gli immigrati La bandiera europa? Crisitiana, anzi marianaL'Europa non sa se è cattolica? Sicuramente è anti-musulmanaSe il fast-food diventa halalItalia: il Pd propone il crocifisso obbligatorioDibattito nazionale: siamo tutti francesi?Mussulmani in Europa: undici città a confronto
 Foto: Truthout.org/Flickr I lavoratori della centrale nucleare di Garoña non si immaginavano certo, quando hanno caricato questo video su YouTube, della pertinenza della loro iniziativa. Pochi giorni dopo il Giappone è stato travolto da uno dei terremoti più disastrosi della sua storia che si è portato dietro una crisi nucleare di dimensioni inedite. E così il dibattito nucleare è tornato agli onori delle cronache.
Le motivazioni dei lavoratori di Santa María de Garoña, nei Paesi Baschi, sono date dalla preoccupazione di difendere i loro posti di lavoro. Il Governo spagnolo di Zapatero, infatti, ha previsto di chiudere la centrale di Garoña entro il 2013. Il Consiglio nazionale di Sicurezza Nucleare spagnolo sostiene che, prese ulteriori misure di sicurezza, la centrale di Garoña ha i requisiti per continuare a funzionare ancora un decennio. La centrale di Garoña è stata inaugurata nel 1971 e avrebbe dovuto chiudere dopo quarant'anni di attività, nel 2011. Dopo i fatti del Giappone il Ministro dell'industria spagnolo, Miguel Sebastian, ha annunciato che si andrà avanti con la chiusura come previsto.
Secondo il Comitato di Impresa la chiusura nel 2013 – grazie ad una proroga – provocherebbe la perdita di mille posti li lavoro (315 direttamente e circa 700 indirettamente): a questo è dovuta la protesta degli operai, che arriva in un rap: «No les valen las personas que aquí tienen su trabajo que mantienen mil familias y no han hecho nada malo». Gli ecologisti si oppongono a questi argomenti, e a quelli del Consiglio nazionale di Sicurezza Nucleare, e prendono la centrale di Garoña come esempio di centrale pericolosa a causa della sua “età” («A los verdes les diría que se enteren de una vez de lo que hacemos en Garoña y se dejen de joder») e per la vicinanza a grossi centri come Bilbao , Burgos , Medina de Pomar e Vitoria; sostengono inoltre che la sua chiusura è già ammortizzata da nuove fonti di energia rinnovabile. In Spagna ci sono al momento sei centrali nucleari la cui costruzione è iniziata negli anni Settanta. Già dal 2004 il Governo Zapatero ha promesso di smantellare il nucleare civile: «Manterremo il nostro compromesso di sostituzione graduale di energia atomica per altre più sicure, pulite e meno costose, in modo ordinato nel tempo e con il massimo di consenso sociale».
Pedro Picón Europa451Sullo stesso argomento leggi: Giappone: un video per spiegare il nucleare
Un liceo della periferia parigina ha minacciato di espulsione alcune studentesse mussulmane, accusate di portare delle gonne o delle tuniche “troppo lunghe”. Scatta la polemica in un Paese dove l'Islam e i mussulmani sono al centro del dibattito pubblico e dove il burqa è già stato dichiarato fuori legge. Un liceo della periferia parigina, a Saint-Ouen, è al centro del dibattito di diversi siti “comunitari” o specializzati in tematiche islamiche e mussulmane francesi: Al Kanz.org (che citiamo spesso), islamenfrance.fr, Ajib.fr, solo per citarne alcuni. Al liceo Auguste Blanqui, mercoledì 16 marzo, Aïcha Amghar, la direttrice, ha convocato alcune studentesse di religione mussulmana per comunicare loro che la tenuta vestimentaria che indossano abitualmente è troppo ostentatoria. La direttrice non si riferisce all'hijab, il velo che copre il capo, perché le ragazze – che pur lo indossano – lo fanno solo al di fuori dello stabilimento scolastico. Una legge del 2004 vieta, infatti, l'uso dei simboli religiosi nella scuola pubblica francese. Il capo del reato, in questo caso, sono delle gonne “troppo lunghe” o delle tuniche: la direttrice ha infatti invitato le ragazze convocate a vestirsi in «jeans e t-shirt come tutti gli altri» per non incorrere nell'espulsione dall'istituto perché una tunica «non può essere considerata che come un vestito ostentatorio e un segno religioso manifesto». Secondo la signora Amghar i vestiti lunghi che portano le giovani sono un pericolo per la laicità dell'istituto. Non sono servite a nulla le proteste dei genitori, di un rappresentante del consiglio degli Imam di Francia e della federazione dei genitori degli studenti che hanno ricordato alla preside che una tenuta di questo tipo non viola la legge del 2004. Il Collettivo contro l'Islamofobia in Francia (Ccif) ha condannato l'evento. Fateh Kimouche, dal blog specializzato in consumatori musulmani Al Kanz, così commenta: «Il velo non è un problema, l'halal non è un problema, le preghiere non sono un problema, l'arabo non è un problema. Il problema sono i mussulmani. Qualunque cosa facciano, qualcunque concesione siano disposti ad accettare, l'odio per quello che sono, l'odio per quello in cui credono resterà. L'Islamofobia attuale, che sia di stato o ordinaria, non è congiunturale». La situazione in FranciaRicordiamo che recentemente il Presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha annunciato l'imminente apertura di un dibattito nazionale su laicità e religioni che presto ha preso la forma di un dibattito sul posto dell'Islam in Francia. E il clima, in generale, è teso a causa dell'inasprimento del dibattito. La stessa Marine Le Pen da qualche mese sta aumentando il suo affondo contro le comunità mussulmane: nel dicembre scorso a un'assemblea del Front National a Lione ha affermato che le preghiere mussulmane del venerdì si possono comparare a una sorta di occupazione: «Certo, non ci sono blindati, non ci sono soldati, ma è un'occupazione di fatto che pesa sugli abitanti». Ricordiamo anche che la Francia è stato il primo Paese europeo a vietare il burqa negli spazi pubblici: nel settembre scorso la norma è passata al Senato e prevede multe fino a 30 mila euro, il carcere e “stage di cittadinanza” per le donne incriminate. Dal lato loro le comunità mussulmane stanno organizzando delle manifestazioni per inizio aprile sia contro il dibattito sulle religioni, che contro questo episodio di Saint-Ouen. Per il momento invitano a far girare il volanti (nell'immagine di apertura) e a far girare le informazioni. Francesca Barca Europa451
 Il flyer della manifestazione (geracaoenrascada.wordpress.com) Sabato 12 marzo a Porto e Lisbona la Geração À Rasca ha indetto una grande manifestazione a cui, su Facebook, hanno aderito oltre 57mila persone. Si tratta della generazione dei giovani precari, pluridiplomati e laureati, che passano di stage in stage senza alcun tipo di prospettiva e di copertura sociale. Si calcola che in Portogallo la precarietà tocchi 1 milione di persone. Più di 57mila persone (all'11 marzo) hanno annunciato che parteciperanno alla manifestazione della Geração À Rasca (Generazione rovinata) prevista per il 12 marzo a Porto e Lisbona. La pagina di Facebook dedicata all'evento dice che si tratterà di una manifestazione «non partigiana, laica e pacifica» che mette insieme tutti coloro che non hanno un lavoro né delle entrate, che passano di stage in stage e che non hanno diritto alla disoccupazione né a diritti sul lavoro. Si tratta di una generazione che ha studiato ma che non trova lavoro e che, spesso, lascia il Paese. Sul sito geracaoenrascada.wordpress.com si trova il manifesto della manifestazione in sei lingue (portoghese, spagnolo, italiano, francese, inglese e tedesco) che spiega le ragioni di questo evento: « Siamo qui, ora, perché non possiamo continuare ad accettare questa situazione precaria, nella quale siamo stati trascinati. Siamo qui, ora, perché ci sforziamo ogni giorno per meritare un futuro che sia dignitoso e ci porti stabilità e sicurezza in tutti gli ambiti della nostra vita. (…) Siamo la generazione con il più alto livello di formazione nella storia del Paese. Perciò, non ci lasciamo abbattere della stanchezza, neanche della frustrazione o della mancanza di prospettive. Crediamo di avere le risorse e strumenti per dare un futuro migliore a noi stessi e al Portogallo. Non protestiamo contro le altre generazioni. Semplicemente non siamo, né vogliamo essere in attesa che i problemi si risolvano. Protestiamo per una soluzione della quale vogliamo fare parte». Le manifestazioni, oltre che a Porto e Lisbona, si terranno nelle maggiori città europee, organizzate dalle comunità portoghesi all'estero.
Secondo l'Istituto Portoghese di Statistiche il Paese contava, nell'ultimo trimestre del 2010, 68500 disoccupati in possesso di una laurea. Queste cifre non contano coloro che sono al regime delle “ricevute verdi” (una forma di regolarizzazione del precariato molto criticata, ndr) e quelli che dipendono da agenzie interinali, borsisti e stagisti. In totale si stima che la precarietà in Portogallo coinvolga oggi circa un milione di persone (su una popolazione di 11 milioni e trecento mila unità) con stipendi medi che spesso si attestano intorno ai 500 euro.
Francesca Barca Europa451
Domenica 23 gennaio il conto Facebook del Presidente francese è stato piratato: sullo status di Nicolas Sarkozy un messaggio che informa i cittadini che non si ripresenterà alle elezioni nel 2012. Ed è subito buzz. Ieri sera, verso le nove, sul conto Facebook del Presidente francese Nicolas Sarkozy è apparso questo messaggio di status: "Chers Compatriotes, compte tenu des circonstances exceptionnelles que connait notre pays, j’ai décidé en mon âme et conscience de ne pas me représenter à l’issu de mon premier mandat en 2012. Pour vous expliquer ce geste, je vous convie tous d’ors et déjà à ce grand rassemblement populaire [link]"(Cari Compatrioti, viste le circostanze eccezionali che che sta vivendo il nostro Paese, ho deciso in coscienza di non ripresentarmi alla fine del mio primo mandato nel 2012. Per spiegare questo gesto vi invito a questo evento[link]).  Lo status del Presidente - con qualche errore di ortografia - rimanda su un evento Facebook " Pot de depart de Nicolas Sarkozy" (Il bicchiere dell'addio di N. S.), creato nel luglio scorso da due amministratori che non sono rintracciabili. La pagina, ad ora, conta oltre 210mila persone iscritte all'evento. Alle 22:30 Sarkozy cambia il suo status così: " Il mio conto facebook è stato piratato, forse per ricordarmi che nessun sistema è infaillible. Riconosco gli errori di ortografia, ma non sottoscrivo le conclusioni del messaggio. Grazie a coloro che hanno riconosciuto l'errore e grazie ancora del vostro sostegno". La pagina Facebook del Presidente francese conta 380mila fan . ReadWriteWeb France arriva a lanciare l'ipotesi che questo buzz - stamattina si contavano già 30 articoli sull'incidente, di cui primo, di RTF, nove minuit dopo la pubblicazione delà status - possa addirittura essere orchestrato. Francesca BarcaEuropa451
Il tre gennaio è stata lanciata in Francia una campagna nazionale contro la macellazione rituale (islamica e ebraica) accusata di non utilizzare lo stordimento preventivo delle bestie. La polemica ha velocemente preso i toni dell'accusa razzista. Il giro d'affari dell'halal in Francia ammonta a 5,5 miliari di euro, mentre quello del kasher arriva a 2,5. Il tre gennaio è stata lanciata in Francia una campagna nazionale contro la macellazione rituale (islamica e ebraica) degli animali. Sostenuta da associazioni animaliste tra cui la Fondazione Brigitte Bardot, la campagna lancia un'accusa contro la macellazione rituale che avviene senza che l'animale sia precedentemente stordito. «Questo animale sarà sgozzato vivo senza essere stordito. Questa è la macellazione rituale».
Questo slogan è presente su 2.266 pannelli diffusi su tutto il territorio nazionale francese. Sotto la foto, su sfondo rosso, un'altra frase:
«Dal punto di vista della protezione degli animali e per il rispetto dell'animale in tanto che essere sensibile, la pratica per la quale si uccide un animale senza stordirlo precedentemente è inaccettabile, qualunque siano le circostanze. Federazione dei veterinari d'Europa».
Già nel novembre scorso una pubblicità in cui si descriveva la crudeltà di questo tipo di macellazione era stata diffusa, per poi essere bloccata dall'Autorità di Regolazione Professionale della pubblicità (ARPP), cosa che era stata letta dai militanti di destra come «islamizzazione della società». La nuova campagna ha sostituito i termini “halal” e “kasher” con “macellazione rituale”. I detrattori della campagna aggiungono anche che nel sito della stessa quando vengono illustrate le due tecniche di macellazione non si mostra obiettività: se per quella classica ci sono dei disegni stilizzati, per quella rituale si passa alle immagini. Brigitte Bardot stessa è considerata vicina al Front National per molte delle posizioni prese, anche se l'attrice ha sempre negato. Il suo impegno per la causa animalista risale agli anni anni Sessanta. Le associazioni dietro la campagna appena partita chiedono che venga messo in pratica un “etichettamento” specifico della carne che precisi le condizioni con le quali un animale è messo a morte perché, sostengono, animali uccisi in questa maniera si ritrovano poi nella filiera classica di distribuzione senza che il consumatore ne sia al corrente. Fateh Kimouche, fondatore del sito mussulmano al-kanz.org, rigetta i toni parziali della campagna ma si dice favorevole a un metodo di etichettatura della carne: «C'è molto falso halal. Con un'etichettatura le industrie sarebbero obbligate alla trasparenza». L'uomo però non manca di far notare che la campagna rischia di essere recuperata dall'estrema destra: «Bardot ci racconta che l'halal ha travolto la Francia con cifre fantasiose. In questo modo fa del male agli animali: piuttosto che parlare della loro sofferenza si lancia contro il kascher e l'halal. (…) L'estrema destra riprenderà questo dibattito anche se non ha mai mostrato interesse per la macellazione tradizionale del maiale, che è ugualmente scioccante». «Questa campagna è una calamità»La sociologa Florence Bergeaud-Blackler, parte del progetto culturevisuelle.org, sostiene che, benché la nuova campagna si basi su delle «verità difficili ma necessarie, è una calamità». Una legge degli anni Sessanta rende obbligatorio, in Francia, lo stordimento dell'animale: le comunità ebraiche, nel 1964, riuscirono ad ottenere una deroga per la macellazione kascher che fu allargata, negli anni Ottanta, alle comunità islamiche. Il problema, dice la sociologa, è che oggi si utilizza il metodo senza stordimento in maniera diffusa – e su scala industriale – perché è più “conveniente” economicamente: niente tempi morti e più produttività. «Non si tratta di un problema tra religiosi e politici, ma di un rapporto di forza tra politica e economia, ormai sempre più favorevole a quest'ultima». Per Bergeaud-Blackler questo è un messaggio pericoloso: gli animali sono difesi male perché «soffrono di una macellazione industriale – qui detta rituale – che rappresenta una regressione» e di, fatto, mettono nella polemica toni «razzisti» e «antisemiti» che allontanano dal vero problema. La questione andrebbe risolta in Europa, dove esiste una direttiva al riguardo ( CE n°1099/2009 del 24 settembre 2009) che non è applicata. Le cifre dell'halal e del kasherIl mercato dell'halal in Francia ha registrato, nel 2010, un aumento del 23% rispetto al 2009: questo secondo uno studio del gabinetto Insights SymphonyIRI Group. L'insieme dei prodotti halal è stimato a 5,5 miliardi di euro. Lo studio mostra anche, ovviamente, che questo mercato è legato alla diffusione della popolazione mussulmana: la regione parigina rappresenta il 32% del consumo di questi prodotti, in una zona dove si stima ci sia un 36% di popolazione “straniera” (le virgolette sono mie, ndr). Per quanto riguarda le stime per il cibo kasher (secondo la preparazione rituale ebraica) si stima che arrivino a 2,5 miliardi all'anno. Va detto che secondo le stime (le statistiche etniche in Francia sono vietate) la popolazione mussulmana si aggira sui cinque milioni di individui, mentre quella ebraica sulle 700mila unità. Ricordiamo la polemica nata in Italia nello scorso febbraio quando la coop decise di aprire in alcune città dei reparti halal: le associazioni animaliste come l'Enpa (Ente nazionale protezione animali) entrarono in piede di guerra contro questo metodo «atroce per gli animali». Per sedare la polemica l'azienda diffuse i termini dell'accordo con i suoi fornitori: «Le bestie vengono stordite prima dell'uccisione». Francesca BarcaEuropa451
 Philippe Leroyer/Flickr Il 12 novembre il Parlamento lituano ha adottato in prima lettura una modifica dell'articolo 214 del Codice Amministrativo in cui si sostiene che «la promozione pubblica di rapporti omosessuali dovrebbe essere punita con multe tra 2000 e 10mila litas», cioè tra i 580 e i 2900 euro. Il 12 novembre il Parlamento lituano ha adottato in prima lettura una modifica dell'articolo 214 del Codice Amministrativo in cui si sostiene che «la promozione pubblica di rapporti omosessuali dovrebbe essere punita con multe tra 2000 e 10mila litas», cioè tra i 580 e i 2900 euro. Per i promotori della legge si tratterebbe di applicare una normativa sulla protezione dei minori che vieta di far entrare in contatto i bambini con informazioni che denigrano la famiglia o il matrimonio tradizionale.
Una proposta del genere, se adottata, potrebbe limitare la diffusione di campagne che riguardano l'orientamento sessuale o di genere, la diffusione di materiale informativo sulla salute di persone gay o transessuali o l'organizzazione di Festival o del Gay Pride.
Il disegno di legge è stato proposta dal deputato Petras Grazulis,noto per le sue idee omofobe e per la sua contrarietà alla Marcia dell'Orgoglio Baltico che si è tenuta a Vilnius l'8 maggio scorso. L'iniziativa è stata porta all'attenzione della Commissaria europea Vivian Reding su proposta dell'Alde, il gruppo liberale e democratico del Parlamento Europeo. Secondo Amnesty International si tratta di una iniziativa «chiaramente discriminatoria che comporta una restrizione delle libertà delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender. Inoltre viola gli obblighi presi dalla Lituania nel campo del diritto internazionale». Per questo Amnesty ha pubblicamente chiesto a tutti i parlamentari del Paese di votare contro questo emendamento al secondo turno di voto che si svolgerà domani, 16 dicembre 2010 e ha lanciato una petizione a sostegno ( Qui). Fernando NavarroEuropa451
Riapertura dei dossier di Ceuta e Melilla, richiesta di visto per i cittadini spagnoli che entrano in territorio marocchino, inchieste sui crimini contro l'umanità commessi dall'esercito spagnolo durante la guerra: ecco alcune delle proposte dell'esecutivo di Rabat nella prospettiva di rivedere le relazioni bilaterali tra Spagna e Marocco. Un'offensiva diplomatica dovuta alla condanna di Madrid delle azioni marocchine nei campi sahrawi.
La notte scorsa la Camera dei Consiglieri (la Camera Alta del Parlamento marocchino) ha approvato una mozione con la quale si chiede la mobilitazione per la «difesa delle cause sacre della nazione e, soprattutto, dell'unità territoriale». La mozione è stata presentata da due delle principali formazioni al Governo con lo scopo di inoltrare alla Quarta Commissione dell'Onu – incaricata dei processi di decolonizzazione – il dossier di Ceuta e Melilla. Ricordiamo che si tratta di due città autonome sulla costa marocchina passate alla corona spagnola durante la Reconquista dei re cattolici nel 1497. Lo statuto di città autonoma nella legislazione spagnola è una via di mezzo il “comune” e la “comunità autonoma”.
Il Rappresentate del partito del Gruppo Costituzionale unificato (maggioritario in Parlamento), Driss Radi, ha chiesto all'esecutivo di «mandare un dossier su Ceuta e Melilla alla Commissione Onu». Pare che la domanda sia stata sostenuta dal Partito Autenticità e Modernità, ritenuto vicino alla monarchia. Questa richiesta fa in realtà parte di un'offensiva che Rabat sta lanciando contro la Spagna. Driss Radi ha infatti chiesto all'esecutivo di sollecitare la richiesta di visti per i cittadini spagnoli che chiedono di entrare in Marocco (secondo il principio di reciprocità); ha proposto di sospendere tutti i programmi di cooperazione bilaterale in materia di immigrazione illegale, narcotraffico e terrorismo e ha lanciato l'idea di creare delle commissioni per le vittime di crimini contro l'umanità commessi dall'esercito spagnolo durante la guerra coloniale. Si tratta della stessa risoluzione adottata il giorno precedente dalla Camera altra del Parlamento con la quale si sollecitava a rivedere le relazioni congiunte Spagna-Marocco.
L'offensiva marocchina è ritenuta una diretta conseguenza della posizione presa dal Congresso dei Deputati spagnolo del 2 dicembre scorso con il quale si esortava il Governo a «a condannare i violenti incidenti» avvenuti durante lo sgombero di un campo sahrawi e veniva chiesto di esprimere alle autorità marocchine «la preoccupazione sulle violazioni dei diritti umani nel Sahara occidentale». Il tutto facendo comunque molta attenzione a non attaccare direttamente Rabat. La presa di posizione del Congresso (Camera bassa delle Corti Generali, l'organo costituzionale che rappresenta il popolo spagnolo) ha ricalcato quella del Senato spagnolo del 1° dicembre scorso, che chiedeva la condanna delle recenti violenze avvenute nel Sahara occidentale e alla quale il Psoe di Zapatero non aveva aderito. L'8 novembre scorso, infatti l'esercito marocchino è entrato ad Agdam Izikm, campo sahrawi a 12 chilometri da Al Aaiun (capitale amministrativa del Sahara Occidentale), causando 13 morti secondo gli attivisti, due (e nell'esercito) secondo Rabat. La stessa presa di posizione è arrivata dal Parlamento europeo il 25 novembre scorso che, con una mozione promossa dal deputato Luigi de Magistris esprimeva la condanna dell'assalto delle forze armate marocchine contro il campo Izik Gdeim, chiedendo l'istituzione di un monitoraggio delle Nazioni Unite.
Francesca Barca Europa451
Non puoi sopportare la vista di un topless? Allora forse la Danimarca non è il posto per te. Almeno secondo Peter Skaarup, porta parola per la politica estera del Partito Popolare danese.Anche in Danimarca si stanno sperimentando nuove "tecniche di integrazione". L'ultima proposta è arriva dal Partito Popolare danese, di orientamento conservatore. Secondo il porta parola per la politica estera,Peter Skaarup, i documentari sulla Danimarca che vengono mostrati agli immigrati come parte del test di integrazione sono carenti in topless. Perché? Perché l'esposizione del seno come segno di libertà è un messaggio importante da dare agli stranieri che intendo trasferisci in Damimarca. Ricordiamo che la Danimarca prevede un test di integrazione che tenga conto della conoscenza della lingua e dalla cultura generale del Paese. «Un documentario del genera in Olanda mostra seni scoperti. Credo che dovremmo seguire l'esempio», ha detto Skaarup al quotidiano Berlingske Tidende. Ovviamente, continua Skaarup, «può sembrare uno scherzo, ma credo ci sia anche del serio. Mettendo il topless in questo tipo di documentari sul nostro Paese non facciamo che mettere in evidenza il fatto che abbiamo il diritto di vestirci - e svestirci - come preferiamo». Nei Paesi Bassi dal 2006 è in vigore una legge che limita pesantemente gli accessi al Paese con un test di lingua e una “tassa” di 350 euro a cui va aggiunta una “prova di integrazione” che prevede un esame sulla cultura e i valori del Paese e un test, appunto, dove vengono mostrate immagini che descrivono la cultura e la civilizzazione, tra cui un bacio gay e topless. Ovviamente una proposta del genere è rivolta contro quegli immigrati che potrebbero considerare il topless come un'eccessiva libertà. Quindi mussulmani. «Il bagno in topless non è probabilmente così normale sulle spiagge del Pakistan, mentre da noi è cosa accettata. Credo onestamente che mettendo immagini di questo genere nel film potrà indurre gli estremisti a pensarci due volte prima di decidere di venire in Danimarca». Francesca BarcaEuropa451
 Foto: OMINO71 -STICK MY WORLD/FLICKER Il più grande sindacato olandese, l'FNV, ha annunciato uno sciopero generale contro le misure di austerità previste dal Governo del Liberal-conservatore di Mark Rutte per il prossimo 16 novembre.
Il più grande sindacato olandese, la Federatie Nederlandse Vakbeweging (Fnv)ha annunciato uno sciopero generale contro le misure di austerità previste dal Governo del Liberal-conservatore Mark Rutte per il prossimo 16 novembre. La Fnv è la più grossa confederazione sindacale del Paese con oltre 1,5 milioni di aderenti e si può sostenere che arriva a raggruppare i 60% dei lavoratori sindacalizzati del Paese.
Il neo-Governo del liberale Mark Rutte ha annunciato alcune misure di austerità per far fronte alla crisi economica. Tra queste: il congelamento dei salari del settore pubblico per il 2011, tagli nella pubblica amministrazione e riduzione del numero dei parlamentari da 150 a 100. Inoltre, le poste olandesi hanno appena annunciato tagli del personale per 11mila unità. Per questo la sezione del settore pubblico del FNV ha annunciato uno sciopero generale per il 16 novembre.
Si avvicina, quindi, un periodo di lotte anche per un Paese – comunque solido – che sente però gli effetti della crisi economica. Le previsioni di crescita per il 2010 superano il 2%, ma sono inferiori al 5% dell'anno passato. I Paesi Bassi, così come la Germania e l'Austria, basano il loro sistema economico sulle esportazioni: il tasso di disoccupazione resta del 5,1%, mentre l'inflazione si aggira intorno al 1,6%. La sola cosa che ha fortemente destabilizzato l'economia olandese è stato il fallimento della sua principale banca, la DSB, il 12 ottobre del 2009. Il riscatto di questo istituto è costato al Governo di 30 miliardi di euro che ha lasciato i conti pubblici sul lastrico e il Partito al Governo malvisti alla popolazione. Forse per questo il Partito Liberale di Rutte è stato scelto come successore per passare la crisi
Ciononostante, guardando da vicino i dati del Paese non sembra necessario fare tagli nell'ammistrazione pubblica. Tra settembre 2009 e settembre 2010 i risparmi delle famiglie sono aumentati di 5 miliardi, cosa che fa prevedere un aumento degli investimenti privati, garantisce i consumo o orienta le banche verso la liquidità. In più, il credito privato è passato, nello stesso periodo, da 780 a 888 milioni di euro, altra cosa che conferma la tendenza delle banche verso la liquidità. Sapendo che le tasse con le quali lo Stato si finanzia maggiormente sono l'Iva e le imposte speciali come quelle sul tabacco, l'alcol e la benzina, che dipendono proprio dall'aumento del consumo, viene da pensare che il Paese potrà uscire dall'impasse e farà aumentare le attività economiche.
Perché, quindi, tanta ossessione nel taglio della spesa pubblica? La risposta sta nella sicurezza: il nuovo Governo olandese intende creare 3mila nuovi posti di polizia e creare un nuovo corpo di Polizia nazionale (in aggiunta agli altri già esistenti). Un insieme di notizie che non necessitano tanti postini per consegnarle.
Fernando Navarro Sordo Europa451
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