Un articolo di Owni ha diffuso un documento degli operatori della telefonia francese che parla di limitazioni all'uso dell'Internet illimitato, che è parte di praticamente tutti i contratti nel Paese. Il Ministro dell'economia digitale, Eric Besson, nega ogni progetto di restrizione.
Un articolo di Owni ha svelato un documento di lavoro che coinvolge diversi operatori della telefonia francese appartenenti alla Fédération française des télécoms (Ftt) che suggerisce l'introduzione di tariffe con un “tetto al consumo” Internet. Tra gli operatori che fanno parte della Ftt ci sono molti dei “grandi” Internet provider francesi, come Orange, Sfr e Bouygues Télécom. Non ne fanno parte invece Free e Numericable.
Il quotidiano Le Parisien ha intervistato, a questo proposito, Yves Le Moël, direttore della Ftt, che ha confermato che uno studio per differenziare le tariffe è stato realizzato, ma riguarderebbe solo i grossi consumatori, mentre l'Internet illimitato resterebbe accessibile a tutti. Il quotidiano Rue89 ha invece interrogato l'operatore Orange (che ha il 47% del mercato francese), che ha confermato che effettivamente è stata iniziata una «riflessione su una segmentazione dell'offerta (Internet), non su una limitazione».
Domenica 21 agosto Eric Besson, Ministro francese dell'Economia digitale, ha diffuso un comunicato stampa (qui ripreso da Le Monde) nel quale dichiara che «il Governo non ha alcuna intenzione di applicare restrizioni all'accesso Internet e, al contrario, lavora sullo sviluppo di un rete a banda larga su tutto il territori nazionale e per tutti i francesi che riguardi sia la telefonia fissa che quella mobile». Ma, aggiunge il Ministro, «il Governo lavora per “inquadrare” l'uso del termine “illimitato” da parte degli operatori, per proteggere i consumatori contro alcuni abusi».
Sempre domenica Yves Le Mouël, questa volta interrogato da France Presse, ha dichiarato che «non è in discussione la fine dell'Internet illimitato sulle linee di telefonia fissa». Solo fissa, appunto. Intanto, come da tradizione, è nato un gruppo Facebook contro la fine dell'Internet illimitato.
Da ottobre sono partite 400mila mail di avvertimento ma nessun internauta verrà segnalato ai giudici. Un sondaggio presentato del Ministero della Cultura francese afferma che il 50% di coloro che sono stati segnalati ha smesso di scaricare illegalmente.
Da quando è entrata ufficialmente in vigore, l'Hadopi, la legge che favorisce la diffusione e la protezione della creazione su Internet (Loi favorisant la diffusion et la protection de la création sur Internet), ha fatto partire già 400mila avvertimenti ad altrettanti internauti francesi, afferma il quotidiano francese Le Figaro. Le cifre non sono così altre, visto che lo scopo era inviare 10mila mail al giorno. Per chi non ricordasse come funziona l'Hadopi è spiegato qui. Per ora la legge non è applicata – cioè i nomi degli internauti in questione non verranno trasmessi al giudice – perché tra le persone (poche decine) trovate per la terza volta a reiterare il download illegale nessuna sapeva che stava condividendo file sui quali non aveva il diritto. Lo dice Mireille Imbert Quaretta, il magistrato in carica alla Commissione di protezione dei diritti. «La Commissione di protezione dei diritti si è resa conto che file illegali scaricati anni prima diventano disponibili per la condivisione del momento in cui si lancia un programma di Peer to Peer. La maggior parte di coloro che hanno ricevuto il terzo avvertimento l'hanno avuto perché proponevano senza saperlo file che avevano sul pc», riporta ancora Le Figaro.
Secondo Mireille Imbert Quaretta quello di Hadopi deve essere piuttosto un ruolo pedagogico. E quello sembra funzionare. Un rapporto presentato all'Hadopi a inizio maggio da Frédéric Mitterrand, Ministro della Cultura francese, sostiene che il 50% di coloro che hanno ricevuto un avvertimento da Hadopi (mail o raccomandata) hanno smesso di scaricare illegalmente, il 22% afferma di continuare moderatamente, mentre solo il 2% dice di farlo più di prima. Christine Albanel, Ministro della Cultura prima del voto di Hadopi, affermava che dopo l'entrata in vigore della legge, tra il 70 e l'80% di coloro che sarebbero stati segnalati avrebbero smesso completamente di scaricare. Secondo il sondaggio il 37% dei francesi interrogati dice di scaricare da Internet opere tutelate dal diritto d'autore, per cui si dicono “indifferenti ai controlli”, mentre il 41% degli internauti ha cambiato, dopo Hadopi, le sue abitudini di consumo. Manca la valutazione di quanti, tra questi, sono passati all'utilizzo di siti in streaming. Il 55% afferma di continuare a scaricare, mentre il 38% dice di aver smesso completamente.
Domenica 23 gennaio il conto Facebook del Presidente francese è stato piratato: sullo status di Nicolas Sarkozy un messaggio che informa i cittadini che non si ripresenterà alle elezioni nel 2012. Ed è subito buzz.
"Chers Compatriotes, compte tenu des circonstances exceptionnelles que connait notre pays, j’ai décidé en mon âme et conscience de ne pas me représenter à l’issu de mon premier mandat en 2012. Pour vous expliquer ce geste, je vous convie tous d’ors et déjà à ce grand rassemblement populaire [link]" (Cari Compatrioti, viste le circostanze eccezionali che che sta vivendo il nostro Paese, ho deciso in coscienza di non ripresentarmi alla fine del mio primo mandato nel 2012. Per spiegare questo gesto vi invito a questo evento[link]).
Lo status del Presidente - con qualche errore di ortografia - rimanda su un evento Facebook "Pot de depart de Nicolas Sarkozy" (Il bicchiere dell'addio di N. S.), creato nel luglio scorso da due amministratori che non sono rintracciabili. La pagina, ad ora, conta oltre 210mila persone iscritte all'evento.
Alle 22:30 Sarkozy cambia il suo status così:
"Il mio conto facebook è stato piratato, forse per ricordarmi che nessun sistema è infaillible. Riconosco gli errori di ortografia, ma non sottoscrivo le conclusioni del messaggio. Grazie a coloro che hanno riconosciuto l'errore e grazie ancora del vostro sostegno".
La pagina Facebook del Presidente francese conta 380mila fan .
ReadWriteWeb France arriva a lanciare l'ipotesi che questo buzz - stamattina si contavano già 30 articoli sull'incidente, di cui primo, di RTF, nove minuit dopo la pubblicazione delà status - possa addirittura essere orchestrato.
Il magazine online francese ZDNet.fr ha realizzato un sondaggio telefonico venerdì 29 e sabato 30 ottobre su un campione di 962 individui di età superiore a 18 anni per indagare cosa i cittadini francesi pensano dell'Hadopi. Il risultato? Il 47% la considera inutile. Un altro sondaggio del quotidiano La Tribune ci dice però il 53% di coloro che scaricavano ha smesso già da prima dell'applicazione della legge.
Il magazine online francese ZDNet.fr ha realizzato un sondaggio telefonico venerdì 29 e sabato 30 ottobre su un campione di 962 individui di età superiore a 18 anni per indagare cosa i cittadini francesi pensano dell'Hadopi, la legge che favorisce la diffusione e la protezione della creazione su Internet (Loi favorisant la diffusion et la protection de la création sur Internet). Un altro sondaggio del quotidiano economico La Tribune ci dice però il 53% di coloro che scaricavano ha smesso già da prima dell'applicazione della legge. Creata nel maggio del 2009 dal Governo francese, l’Hadopi ha dato anche il nome all’autorità che si occupa, appunto, della protezione del copyright e della regolazione del controllo degli accessi a Internet. Il 4 ottobre scorso la legge è finalmente diventata operativa e sono partite le prime mail di “avvertimento” per gli internauti che hanno scaricato materiale illegale.
Ma come funziona?
Facciamo un passo indietro e ricordiamo, brevemente, qual è il meccanismo di funzionamento dell'Hadopi. Se siete beccati a scaricare illegalmente (una società francese, Trident Media Guard, si occupa del monitoraggio della rete) il vostro Internet provider deve comunicare, entro otto giorni, il vostro indirizzo all'Hadopi. L'Autorità vi invia una mail di avvertimento; se nei successivi sei mesi non siete più segnalati i vostri dati vengono cancellati, diversamente riceverete un secondo avvertimento, per lettera raccomandata, che vi “costerà” una seconda sorveglianza per un anno. Se il soggetto è recidivo si riceve una seconda lettera che annuncia che sono possibili delle azioni giudiziarie, a discrezione dell'Hadopi che, dopo aver studiato può rivolgersi a un giudice. Conseguenze? Fino a 1500 euro di ammenda e il blocco dell'accesso a Internet per un anno.
Il sondaggio di ZDNet.fr ci dice che i francesi non sono molto conviti della riuscita di questa legge. Alla domanda su un bilancio del primo mese le due risposte che hanno avuto più adesioni sono: “Penso che questa legge sia assurda e che chi scarica molto saprà come evitare di essere reperito” e “l'applicazione di queste legge è impossibile”, per un totale di 47% preferenze. Effettivamente il monitoraggio sulla rete viene fatto su campione di 10mila titoli musicali, ad esempio, tra gli ultimi titoli usciti o tra i più ascoltati. Chi scarica quindi cose “di nicchia” ha praticamente possibilità zero possibilità di essere controllato. Solo il 13% degli intervistati pensa che questa legge avrà un effetto positivo.
Il blocco del pirataggio
Secondo un altro sondaggio, realizzato da BVA-Avanquest per conto del quotidiano La Tribune e per il canale BFM, il 53% di coloro che scaricavano materiali da Internet in maniera regola hanno diminuito o bloccato questa pratica dal voto dell'Hadopi un anno fa. Si tratterebbe solo dell'effetto “pubblicità” fatto intorno alla legge, che è in realtà operativa da poco più di un mese.
Dopo il lancio dell'Hadopi, la Francia sta pensando a come rafforzare ulteriormente i mezzi di protezione dell'accesso a Internet per lottare contro il download illegale. Si tratterebbe, per esempio, di programmi di “sorveglianza”: una sorta di anti-virus che indica all'utente i contenuti da non scaricare, quindi illegali.
La Francia sta pensando a come rafforzare ulteriormente i mezzi di protezione dell'accesso a Internet per lottare contro il download illegale. Si tratterebbe, per esempio, di programmi di “sorveglianza”: una sorta di anti-virus che indica all'utente i contenuti da non scaricare, quindi illegali. Il documento del nuovo decreto è stato reso pubblico dal sito francese PC Inpact. Il decreto è stato notificato alla Commissione europea il 6 agosto scorso, ma per ora nessuna reazione, mentre il dibattito sull'Hadopi, ormai operativa, era stato piuttosto vivace.
Secondo il testo del decreto sarà l'Agenzia nazionale della sicurezza dei Sistemi d'Informazione (Anssi) a valutare i vari progetti presentati dagli editori: quelli ritenuti idonei passeranno al vaglio dell'Hadopi che darà, alla fine del processo, una sorta di etichetti di validità. I criteri ai quali gli editori devono sottomettersi per ricevere questo label sono definiti dall'Hadopi: sarà Michel Riguidel, profesore alla scuola d'Ingegneria Telecom ParisTech che li redigerà per conto dell'autorità. Il suo rapporto sarà pubblicato il prossimo 30 ottobre.
Secondo le associazioni dei consumatori si tratta di una violazione della neutralità di Internet. Il sito Euroactiv ha contattato a questo proposito l'Hadopi, che sostiene che gli internauti non sono assolutamente obbligati ad utilizzare questi “mezzi di sicurezza” ricordando però che la legge obbliga ora il titolare di una connessione Internet a proteggerla dall'accesso a download illegali. Questi mezzi, secondo l'Hadopi, servono soltanto a «proteggere l'utilizzatore, offrendogli un servizio sicuro». Il fatto di utlizzare, invece, queste misure, non dà alcune immunità all'utente.
Un articolo pubblicato ieri su L'Express.fr ha fatto infuriare, e parecchio, i quattro maggiori "pure player" del web francese: Rue89, Mediapart, Slate e Le Post. Se la stampa tradizionale è in crisi, secondo il settimanale francese quella on line è messa peggio.
I siti di informazione on line, secondo il settimanale francese L'Express.fr, sono lontani dal dimostrare la loro redditività: nel 2009 i principali "pure player" francesi - Rue89, Slate.fr, Mediapart e Le Post - hanno accumulato 5 milioni di perdite. Sicuramente, dice l'articolo, è dovuto alla crisi economica che sta toccando tutta la stampa: ciò non toglie che per l'online sembra essere più dura. L'articolo poi parte ad elencare le soluzioni scelte dai quattro protagonisti per uscire dalla crisi, accusandoli di usare "vecchie ricette" e, soprattutto, fondi pubblici.
I modelli in crisi
Quindi Slate, oltre ad un partenariato con il Washington Post e con il portale del gruppo di comunicazione francese Orange (che ne riprende dei contenuti) sta pensando a una versione a pagamento per IPad. Nonostante questo il 2009 si è chiuso con 380mila euro di perdita. «Il 2010 andrà meglio, questo è stato solo il primo anno» è la difesa di Jean-Marie Colombani, cofondatore di Slate.fr ed ex direttore de Le Monde. Rue89 sostiene che il 40% dei suoi introiti arrivano dai corsi di giornalismo per il web e dalla creazione di siti Internet; inoltre il giornale di Pascal Riche ha appena lanciato una versione mensile - udite, udite - cartacea in associazione con l'ex direttore generale de Les Inrockuptibles. In ogni caso fa notare L'Express, Rue89 dovrebbe pareggiare a partire da questo trimestre. Mediapart ha invece fatto parecchio parlare di sé per gli scooppubblicati durante l'Affare Bettencourt: a seguito dell'inchiesta uscirà un libro L'Affaire Bettencourt. Un scandale d'Etat (L'affare Bettencourt. Uno scandalo di stato). Ricordiamo che nel giugno scorso Mediapart pubblicò delle registrazioni di discussioni della miliardaria Liliane Bettencourt dove si parlava di evasione fiscale e finanziamenti ai partiti politici: il nome di Eric Woerth, ex Ministro delle finanze e tesorie dell'Ump uscì a più riprese. «Quest'operazione ci permette di promuovere la nostra marca. Grazie alla nostra inchiesta il numero di abbonati supera ora le 40mila unità. Nel 2011 prevediamo di far rientrare i conti», dice Edwy Plenel, il direttore. Solo che il tutto è fatto a offerte ad un euro ad abbonamento, sostiene L'Express.fr. L'articolo si conclude annunciando che i quattro giornali si sono raggruppati in sindacato per poter accedere ai fondi per la stampa on line.
Ricordiamo infatti che dall'aprile di quest'anno i siti Internet in Francia hanno ottenuto lo statuto di éditeur en ligne (editore on line) che permette la quasi completa equiparazione con la stampa tradizionale: oltre all'abbattimento dell'Iva (dal 19,6 al 2,1%) permette l'esonero dalle tasse professionali e la possibilità di accedere ai fondi per la stampa.
Il dibattito si sposta on line
L'articolo non è passato, ovviamente, inosservato: a commentare direttamente sul sito de L'Express è Johan Hufnagel, directoire di Slate.fr. Hufnagel accusa l'articolo di imprecisioni e di confusione concettuale. «Com'è possibile paragonare dei media che hanno oltre cinquant'anni con altri che ne hanno al massimo tre? (Slate.fr è stato lanciato nel febbraio del 2009). (…) Per alcuni quotidiani le sovvenzioni pubbliche sono un vero e proprio business-model, per Slate non è neanche un modo per ridurre la concorrenza», commenta il direttore di Slate.fr, che dice che il suo giornale ha ottenuto una sovvenzione di 200mila euro su tre anni. La stessa cifra pare sia toccata anche a Rue89 e a Mediapart, su un totale di 20milioni di euro che di sovvenzione per la stampa on line.
Francesca Barca Europa451 Qui l'articolo de L'Express.fr
Il Ministro della Cultura francese, Frédéric Mitterand, ha emesso un decreto "ad hoc" che obbliga gli Internet provider a "cooperare" con l'Hadopi nella lotta contro il download illegale.
Riporta il quotidiano francese Libération che il Ministro della Cultura francese, Frédéric Mitterand ha creato un decreto ad hoc per Free, l'Internet provider che aveva deciso di non inviare ai suoi abbonati le mail di "avvertimento" che l'Hadopi ha iniziato a spedire la settimana scorsa. (Ne avevamo parlato qui).
Stamattina, con un decreto pubblicato sul Journal Officiel (il Gazzettino ufficiale) Mitterand rende obbligatoria la cooperazione tra gli Internet provider francesi (Fai) e l'Hadopi, l'autorità per la protozione della creazione su Internet. «Gli Internet provider sono tenuto a inviare per via elettronica agi abbonati tutti glu avvisi previsti dall'articolo L. 331-25 nelle ventiquattro ore successive alla trasmissione della Commissione di protezione dei dati». Fino ad ora il solo obbligo era quello di comunicare, entro otto giorni, gli indirizzi Ip degli abbonati sospettati di aver scaricato materiale illegale, pena 1500 euro di multa. Quest'ammenda verrà ora applicata anche a coloro che non invieranno le mail. Il decreto non è retroattivo, ma Free dovrà, da oggi, "pagare", in senso letterale, le conseguenze delle sue azioni. L'Internet provider ha già fatto sapere che si appellerà basandosi su una direttiva europea che prevede che tutti i decreti che riguardano le telecomunicazioni debbano passare prima al vaglio della Commissione europea, riporta il sito francese PC Impact. Francesca Barca Europa451
Venerdì primo ottobre sono partite le prime mail di avvertimento dell'Hadopi, la legge francese che favorisce la diffusione e la protezione del copyright su Internet. I trasgressori – colpevoli di download illegale – sono puniti con il divieto di accesso a Internet. Un grosso provider francese, Free, rifiuta di inviare le mail ai suoi abbonati.
Venerdì primo ottobre sono partite le prime mail di avvertimento legate all'Hadopi, la legge che favorisce la diffusione e la protezione della creazione su Internet (Loi favorisant la diffusion et la protection de la création sur Internet). Creata nel maggio del 2009 dal Governo francese, l'Hadopi ha dato anche il nome all'autorità che si occupa, appunto, della protezione del copyright e della regolazione del controllo degli accessi a Internet. Da quasi due anni, ormai, si discute della legge, da più parti considerata liberticida: al terzo avvertimento (una mail e due lettere raccomandate) all'utente " sarà bloccata la connessione web.
L'opposizione di un Internet provider
Lunedì 4 ottobre scorso l'autorità ha confermato la partenza delle prime mail di avvertimento. Secondo il sito francese PcImpact i primi fornitori di accesso ad Internet (Fai) ad aver inviato le mail in questione sono Numericable e Bouygues Telecom. Martedì dovrebbero essere partite anche quelle di Sfr e di Orange. Free, altro grosso operatore telefonico francese, ha fatto sapere attraverso il suo servizio stampa, che non invierà le mail. Perché? Secondo Rue89 si tratta di una ragione morale, ma con un tornaconto economico. Free sostiene di aver mandato al'Hadopi e al Ministero della Cultura una lettera chiedendo, nel rispetto dei dati personali degli utenti, la firma di una convenzione tra i Fai e l'Hadopi. Effettivamente, l'articolo 8 del decreto del marzo 2010 relativo al trattamento automatizzato dei dati pervede, appunto, la firma di una convenzione con gli operatori che garantisca “la sicurezza e la garanzia dei dati raccolti”. Il decreto non è mai stato firmato e Free temporeggia.
Ma dov'è il tornaconto economico? Un decreto del luglio 2010 impone, infatti, ai Fai di inviare i dati (leggi nomi) degli indirizzi Ip “pirati” entro otto giorni dalla "scoperta" all'Hadopi. Tutto questo lavoro, secondo i Fai, è estremamente lungo e dispendioso. Motivo per il quale i fornitori Internet hanno chiesto, ancora senza successo, dei contributi statali per sostenere queste spese. Inoltre, se i dati arrivano in ritardo, è prevista una multa di 1500 euro. Visto che il decreto non precisa come questi dati debbano arrivare, anche qui Free sta facendo ostruzionismo: i dati che invia sono tutti in forma cartacea. «Se gli altri hanno deciso di collaborare, noi ci accontentiamo di rispettare la legge», ha dichiarato lunedì scorso Xavier Niel, fondatore di Free. La risposta di Hadopi a Free non si fa attendere: secondo l'Autorità Free non sta rispettando la legge, sulla base della convezione adottata – ma non firmata secondo Free – quest'estate. Inoltre, secondo Hadopi, Free «tiene in ostaggio i suoi abbonati» perché non inviando le mail non informa la persona di essere stata “trovata”. Ma il “pirata” ricevera poi il secondo avvertimento, questo inviato per via postale, riporta La Tribune.
Entro la fine dell'anno l'Hadopi organizzerà cinque laboratori o «atelier di ricerca, affidati a degli esperti». Perché lo scopo dell'Autorità non è solo controllare, ma anche proporre soluzioni alternative. L'intento degli atelier è produrre delle analisi su cinque tematiche: Network e Tecnica, Economia digitale della creazione, Utilizzazione on line, Proprietà intellettuale e Internet e Società. Il budget di questi laboratori si aggirerà tra i 900mila e il milione di euro: i lavori di questi “lab” permetteranno all'Hadopi di crearsi una legislazione “ad hoc”, che vada di pari passo con la realtà e di anticipare i tempi. Secondo Jéremie Zimmermann, porta parola dell'associazione La Quadrature du Net, questi Lab sono «un alibi per dare all'Autorità una facciata di “utilità”. In realtà sarà Hadopi a deciderne la composizione ed è facile che i prodotti e le ricerche che ne usciranno sarnno orientate all'industria ha presieduto alla sua creazione».
Il video è stato postato undici giorni fa su Vimeo e sta facendo il buzz in Francia. Loro si chiamano NiqaBitch e sono due giovani che, in protesta (e risata) contro la legge adottata dal Parlamento francese il 14 settembre scorso contro l'uso del niqab e del burqa negli spazi pubblici hanno deciso di metterlo (il burqa), ma in short e tacchi. E di passeggiare in centro a Parigi.
Il video è stato postato undici giorni fa su Vimeo e sta facendo il buzz in Francia. Loro si chiamano NiqaBitch e sono due giovani che, in protesta (e risata) contro la legge adottata dal Parlamento francese il 14 settembre scorso contro l'uso del niqab e del burqa negli spazi pubblici hanno deciso di metterlo (il burqa), ma in short e tacchi. E di passeggiare in centro a Parigi. Rue89, lo scorso giovedì, ha pubblicato una loro tribuna dove spiegano le ragioni della loro “protesta”. «Mettersi semplicemente il burqa sarebbe stato troppo semplice. Allora ci siamo poste la questione: come reagirebbero le autorità di fronte a una donna con un burqa E degli short?». Ecco il video:
(Per correttezza aggiungo che il video originale si trova su Vimeo - dove le ragazze hanno un conto - ma che questo blog non ne supporta il formato)
Le due ragazze, che dicono di essere intorno ai vent'anni, sostengono che l'aspetto del dibattito che le ha interpellate maggiormente – al di là dell'ingiustizia che rappresenta questa legge – è «l'ipocrisia degli uomini politici, che agitano la bandiera femminista sotto pretesto di difendere queste povere donne con il velo dalla forza dei loro selvaggi mariti. Molto gentile! Ma abbiamo veramente bisogno di una “legge speciale burqa” per ricordarci che è vietato obbligare un individuo a fare qualcosa contro la sua volontà? Dirci come vestirci sarebbe dunque il ruolo dello Stato?». Ma qual è stata la reazione in strada? Le ragazze dicono di non aver incrociato nessun politico – benché abbiano sfilato sotto i ministeri – ma che la gente è apparsa entusiasta. Qualcuno divertito, qualcuno curioso, chi clacsonava: i dettagli nel video. Le NiqaBitch precisano che, benché una di loro sia mussulmana, non si sentono particolarmente toccate dalla legge – «Lo diciamo chiaramente: coprirsi il viso e prendere le sembianze di Dark Vador in nome dell'Islam.. non è che ci è chiaro...» – e che lo scopo non è «attaccare gli integralisti mussulmani, ma piuttosto interpellare i politici che hanno votato questa legge, che riteniamo anticostituzionale. E poi.. una risata è un buon modo di denunciare, no?»
La legge in Francia
Ricordiamo che la legge francese prevede il divieto dell'uso del burqa e del niqab negli spazi pubblici e, come sanzione, 150 euro di multa con, se necessario, uno stage “di cittadinanza”. Inoltre, e qui sta anche la “novità” della legge francese, chi obbliga la donna a portare il velo integrale può rischiare un anno di carcere e 30mila euro di ammenda.
«Vivere la République a visto scoperto: è una questione di dignità e di uguaglianza. È una questione di rispetto dei nostri principi repubblicani», ha dichiarato il Ministro della Giustizia francese Alliot-Marie dopo il voto il 14 settembre scorso. «Il velo integrale dissolve l'identità di una persona in quella della comunità. Rimette in causa il modello di integrazione “alla francese”, fondato sull'accettazione dei valori della nostra società». Inoltre, secondo il Ministro, la legge si basa «sul un principio costituzionale, quello dell'ordine pubblico». Secondo i dati del ministero degli interni (da fonti di polizia) in Francia ci sono circa 2000 donne a portare il velo integrale. Ricordiamo che, sempre secondo le stime (visto che le statistiche etniche sono vietate in Francia), ci sono cinque milioni di mussulmani nel Paese, che rappresentano la più grande comunità in Europa.
E, a proposito di ordine pubblico, Le Figaro racconta di due rapine avvenute a Marsiglia: una nel novembre 2009 e una nell'agosto scorso. In entrambi i casi i rapinatori hanno agito nascondendosi dietro a un burqa.
Francesca Barca Europa451
Qui l'articolo apparso su Rue89 Qui i dettagli della legge francese Qui il nostro dossier sulle leggi e proposte per vietare il burqa in Europa
Al 30 giugno 2010 la Francia contava 20,37 milioni di abbonati alla banda larga: questo secondo di dati pubblicati ogni trimestre dall'Arcep. Questo significa 1,65 milioni in più rispetto al giugno del 2009: una crescita del 9% annua. Con lo slogan «Internet a banda larga per tutti» il Governo vuole che entro il 2012 tutte le famiglie francesi possano avere accesso al servizio. Ma le polemiche non mancano.
Al 30 giugno 2010 la Francia contava 20,37 milioni di abbonati alla banda larga: questo secondo di dati pubblicati ogni trimestre dall'Arcep (l’Autorité de Régulation des Communications Electroniques et des Postes). Questo significa 275mila abbonati in più del trimestre precedente e 1,65 milioni in più rispetto al giugno del 2009. Per finire con i dati, questo significa una crescita del 9% annua.
La diffusione della banda larga in Francia fa parte del piano del Governo “France Numerique 2012” (Francia digitale 2012), lanciato nell'ottobre del 2008 da Eric Besson, Ministro allo Sviluppo dell'economia digitale. Tra gli obiettivi del piano ci sono: l'accesso di tutti i francesi a Internet e ai servizi digitali; lo sviluppo, la produzione e l'offerta di contenuti digitali; la crescita e la diversificazione degli usi e dei servizi digitali nelle aziende, le amministrazioni pubbliche e i privati; la modernizzazione della governance dell'economia digitale. Parte di questo Piano è, appunto,l'accesso a Internet a “Banda Larga per tutti”, descritto dal Governo come «una condizione essenziale per l'acceso all'informazione, all'educazione, alla formazione, agli hobby e ai servizi amministrativi».
Secondo i dati pubblicati nel 2008 dal Governo francese, si stimavano tra tra uno e due milioni di francesi (sopratutto nelle zone rurali) impossibilitati all'accesso all'Internet a banda larga: questa situazione, secondo il piano governamentale: «non è conforme né agli ideali sui quali è fondata la République, né alle preoccupazioni di ristrutturazione del territorio, competitività delle nostre imprese e di diffusione della nostra cultura. Per questo un accesso giusto e equo alla banda larga deve essere offerto a tutte le famiglie francesi». Come funziona? Il Governo mette un'etichetta “Internet Haut debit pour tous” (Internet a banda larga per tutti) sulle offerte e i prodotti Internet che rispecchiano le caratteristiche di equità che il Governo si è fissato. In breve: l'offerta non deve superare il costo di 35 euro al mese e i 100 di costo di materiale e installazione. Inoltre, non si deve navigare a una velocità inferiore ai 2Mb/s. Ora, nove mesi dopo la usa ufficializzazione, sono state applicate le prime quattro etichette a quattro offerte: NordNet (Pack Satellite), Vivéole (l'Intégrale), SHD (SFR) e Connexion Verte. Tutte satelittari.
E c'è chi parla di «operazione di comunicazione»
Per l'associazione delle Città e delle Collettività per le Comunicazioni Elettroniche e l'Audiovisuale (Avicca) si tratta solo di una grande operazione di comunicazione per il Governo: «Al costo di un logo, permette di affermare che non ci sono più problemi di banda larga, mentre importanti investimenti sono ancora necessari. Non esistono miracoli: se famiglie, servizi pubblici e imprese non sono ancora “coperti” significa che il settore privato non ha ancora trovato il modo di guadarci abbastanza per estendere il servizio. (…) Un'etichetta non basta a lanciarsi nell'Internet satellitare. Ovviamente molte situazioni restano escluse (per via di ostacoli, per via della vicinanza a una fonte elettromagnetica, ecc...) e gli operatori non hanno alcun obbligo di fornire il segnale in altra maniera. L'etichetta non costa loro nulla», dice Yves Rome, presidente dell'associazione, contattato dal magazine DZNet.fr. Che aggiunge: «L'etichetta governamentale dà visibilità a questa sola tecnologia, al detrimento delle altre. Rischia solo di aumentare i problemi nei territori dove le collettività e i loro partner hanno investito (dai 3 ai 10 milinio di euro per regione, in linea generale) in soluzioni “non etichettate”». Il Governo risponde alle critiche dell'Avicca ricordando il progetto “Haut débit dans les zones rurales" (Banda larga nelle zone rurali): lanciato nel 2009, ha messo a disposizione 30 milioni di euro dal fondo Feader (Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale). Sono stati presentati oltre sessanta progetti e ne sono stati accettati 34: ogni progetto riceverà in media 900mila euro. Di questi 34, 26 sono gestiti da un Consiglio Generale o da un'associazione regionale, quattro da un Consiglio regionale e quattro da raggruppamenti di comuni.
La non-situazione in Italia
Ricordiamo che la banda larga in Italia tocca oggi 12milioni di connessioni e che il fondo che il Governo aveva promesso se lo è rimangiato nel novembre scorso: «I soldi per la banda larga li daremo quando usciremo dalla crisi», ha detto Gianni Letta, riferendosi agli 800milioni di euro che facevano parte del progetto del Piano Romani (viceministro per lo sviluppo con delega alle Comunicazioni). Si trattava di un piano come quello fracese: entro il 2012 si voleva portare la banda larga (a 20Mb) almeno al 96% della popolazione, e almeno ai 2Mb al restante 4%.
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