Dopo il lancio dell'Hadopi, la Francia sta pensando a come rafforzare ulteriormente i mezzi di protezione dell'accesso a Internet per lottare contro il download illegale. Si tratterebbe, per esempio, di programmi di “sorveglianza”: una sorta di anti-virus che indica all'utente i contenuti da non scaricare, quindi illegali.
La Francia sta pensando a come rafforzare ulteriormente i mezzi di protezione dell'accesso a Internet per lottare contro il download illegale. Si tratterebbe, per esempio, di programmi di “sorveglianza”: una sorta di anti-virus che indica all'utente i contenuti da non scaricare, quindi illegali. Il documento del nuovo decreto è stato reso pubblico dal sito francese PC Inpact. Il decreto è stato notificato alla Commissione europea il 6 agosto scorso, ma per ora nessuna reazione, mentre il dibattito sull'Hadopi, ormai operativa, era stato piuttosto vivace.
Secondo il testo del decreto sarà l'Agenzia nazionale della sicurezza dei Sistemi d'Informazione (Anssi) a valutare i vari progetti presentati dagli editori: quelli ritenuti idonei passeranno al vaglio dell'Hadopi che darà, alla fine del processo, una sorta di etichetti di validità. I criteri ai quali gli editori devono sottomettersi per ricevere questo label sono definiti dall'Hadopi: sarà Michel Riguidel, profesore alla scuola d'Ingegneria Telecom ParisTech che li redigerà per conto dell'autorità. Il suo rapporto sarà pubblicato il prossimo 30 ottobre.
Secondo le associazioni dei consumatori si tratta di una violazione della neutralità di Internet. Il sito Euroactiv ha contattato a questo proposito l'Hadopi, che sostiene che gli internauti non sono assolutamente obbligati ad utilizzare questi “mezzi di sicurezza” ricordando però che la legge obbliga ora il titolare di una connessione Internet a proteggerla dall'accesso a download illegali. Questi mezzi, secondo l'Hadopi, servono soltanto a «proteggere l'utilizzatore, offrendogli un servizio sicuro». Il fatto di utlizzare, invece, queste misure, non dà alcune immunità all'utente.
Da ieri la Piazza telematica di Scampia (Napoli) è salita agli onori delle cronache per un'altra storia di fondi europei (360mila per l'esattezza) da rendere alla Commissione. In questo caso è entrato nella polemica chi, i fondi, li voleva spendere.
La Corte di giustizia europea (Lussemburgo) ha respinto il ricorso del Comune di Napoli contro la decisione della Commissione europea di abbassare le sue contribuzioni finanziarie per realizzare delle “piazze telematiche” nel capoluogo campano. Questi fondi vanno indietro di parecchi anni: la Commissione inizialmente voleva vedere come i soldi fossero stati investiti già nel giugno 2000, riporta il Corriere del Mezzogiorno. Ma il Comune è riuscito ad ottenere due proroghe, al 2001 e al 2002. Visto che nulla si muoveva la Commissione ha chiesto al Comune di Napoli un saldo (da rendere) di 362.789,02 euro. Napoli ha fatto ricorso, ma il tribunale europeo ha dato ragione alla Commissione.
Fino a qui solo una storia di quasi ordinaria amministrazione. Quello di Napoli e della Campania non è un caso isolato purtroppo: la Sicilia, a gennaio di quest'anno, si è vista “disimpegnare” 55 milioni di euro di fondi strutturali non utilizzati; la regione Lazio ha dovuto restituire 198 milioni di euro per il periodo 2007-2009. E l'Itala non è sola: la Francia, che di solito è molto più efficiente de noaltri tra il 2000 e il 2006 pare che abbia speso solo l'86% dei fondi che le erano stati affidati. La Spagna, dal canto suo, dovrà rendere, nel 2010, ben 17 milioni di euro per fondi europei che non ha ut In generale poi, in Europa, i fondi persi ammontano, in media, a 227 milioni di euro. In quest'ottica i 360mila euro di Napoli sono bruscolini che, quasi, non si notano.
Ma la questione di Napoli e dei sui 360mila euro è salita agli onori delle cronache perché qualcuno che voleva usare quei soldi (solo un terzo in realtà) c'era: Agoravox Italia. Il sito partecipativo, infatti, aveva chiesto alla regione Campania, ad agosto 2009, dei fondi per potersi trasferire, da Parigi (dove si trovano ora) proprio a Scampia. E proprio alla Piazza Telematica. Per questo ieri il direttore di Agoravox Italia, Francesco Piccinini, ha pubblicato una lettera sul Corriere del Mezzogiorno, per lamentarsi della situazione. Vero è, e sicuramente presto gli sarà fatto notare, che visti i tempi biblici del Bel Paese, che a volte si moltiplicano abbassando la latitudine, otto mesi non sono nulla. E che i 360mila euro in questione risalivano ad un bilancio di quasi 10 anni prima.
Ma cos' è la Piazza Telematica? “Non solo dai centri di ricerca e sviluppo delle nuove tecnologie, ma anche da luoghi pubblici di Napoli potrà svilupparsi la new economy e soprattutto la capacità dei napoletani di competere nelle professioni e nelle attività che fino a poco tempo fa avremmo definito del futuro, ma che ormai fanno parte del nostro presente quotidiano”, ci dice il sito del progetto. Questo nel 2000. La sfida per la Napoli di Bassolino, partiva da Scampia, quartiere a nord di Napoli, che ha come primati il più alto tasso di disoccupazione italiani (circa il 60% della popolazione attiva) e una fortissima presenza delle attività legate alla Camorra. E, in ultimo, l'ambientazione di Gomorra.
Francesca Barca Europa451
Qui un'altra spiegazione di Agoravox Italia su Scene Digitali.
La decisione spetta a un gruppo di meno di venti persone, tra professori, genitori, alunni e rappresentati dell'amministrazione. Ecco chi decide se è lecito o meno il velo islamico nelle scuole spagnole: il consiglio scolastico di ogni istituto. Ovviamente dopo l'ultimo caso di cronaca (Najwa Malha, 16 anni, espulsa dall'istituto Camilo José Cela, a Pozuelo de Alarcón, provincia di Madrid) ci si interroga se per caso non tocchi allo Stato mettere mano a questo problema. "En el interior del edificio no se permitirá el uso de gorras ni deninguna otra prenda que cubra la cabeza": questo il regolamento della scuoal di Najwa. Si parla di “gorras”, “berrette”. Su El Pais Iván Jiménez-Aybar, avvocato di Najwa, sostiene che non era facile prevedere – benché la famiglia di Najwa, che tra l'altro le aveva sconsigliato di mettersi il velo, fosse a conoscenza del regolamento – che il codice scolastico si potesse applicare anche al velo. Dice Jiménez-Aybar : «La comunicazione (con lo studente) diventa difficile quando porta un capo che può nascondere il volto e quindi non ci si rende conto se ci sta guardando, se dorme o se ascolta musica. Non credo che l'uso dell'hiyab possa volontariamente causare problemi in classe o rendere difficile l'interlocuzione». Allora com'è possibile che venga applicato a questo caso? Per Jiménez-Aybar probabilmente il problema è stato sollevato da qualche altro alunno che voleva portate a scuola un qualunque tipo di berretto (Najwa Malha è andata a scuola con il suo velo per circa un mese prima che si scatenasse la polemica) e che ha usato il caso di Najwa per lamentarsi.
Quasi due anni fa ho intervistato, a Gines, un comune a pochi chilometri da Siviglia, Fátima Mohamed Kaddur (che ora ha cambiato opinione), consigliera comunale per, udite udite, il Partito Popolare spagnolo. All'epoca la signora era su tutti i giornali andalusi per una polemica – strumentale secondo lei, sostanziale secondo me – nata quando il Mariano Rajoy, segretario del Pp, aveva lanciato la proposta di restrizioni all'uso del velo, sopratutto nelle scuole, sul modello francese. La reazione di Fátima? «Il velo non si tocca. Il velo è integrazione, e lavoro per questo. Io non mi sento discriminata. Ad esempio vado al Rocío con le donne con le quali lavoro, mi vesto da“flamenca”, ma con il velo. Questo rappresenta l’integrazione piena e serve, a titolo di esempio, a combattere il razzismo contro gli immigrati». Sicuramente, anche se la posizione sembra un po' utopica, qualcosa di vero c'è.
Alberto II, re del Belgio, ha accettato, lunedì 26 aprile, le dimissioni del Governo di Yves Leterme. Si parla di elezioni anticipate a giugno, esattamente quando al Belgio spetta la Presidenza di turno dell'Unione europea.
Il tutto è nato da una sigla bizzarra: Bhv. Bruxelles-Hal-Vilvorde è una provincia e una circoscrizione elettorale belga che riunisce 19 municipalità della regione di Bruxelles-capitale e 35 comuni del Brabante fiammingo. La periferia di Bruxelles (18 municipalità) è a maggioranza fiamminga – che significa che il fiammingo è la lingua ufficiale della politica e dell'amministrazione – anche se in sei esistono, visto il grande numero di popolazione francese che in alcuni comuni arriva all'80%, dei regimi di “facilitazione linguistica”. Che significa? Che è concesso ai cittadini francofoni la possibilità di votare, ad esempio, in francese. Il Bhv è, come è evidente, un'eccezione in Belgio, diviso in Vallonia (francofona), Fiandre (fiamminghe) e Bruxelles-capitale (la sola regione ufficialmente bilingue). La riforma che ha dato questo carattere al Belgio risale al 1963: il potere era stato a lungo nelle mani dei “francofoni”, che si sono però visti crescere intorno le rivendicazioni dei cittadini di lingua fiamminga. Risale quindi a questa data la scelta delle “frontiere linguistiche”. Bruxelles è rimasta in una situazione paradossale perché, purché a maggioranza francofona, si trova, geograficamente, nelle Fiandre. E la sua periferia, sempre su suolo fiammingo, vede un aumento della popolazione francofona che, quindi, sta aumentando i suoi diritti: essere giudicati in francese e votare per i candidati francofoni di Bruxelles, tra le altre cose. In sei municipalità, inoltre, i francofoni sono diventati la maggioranza. Bhv è da tempo fonte di screzi. Il più famoso il caso di tre sindaci francofoni dei comuni a “facilitazione linguistica” che, eletti nel 2006, non si sono visti validare l'elezione dell'amministrazione fiamminga perché utilizzavano durante la campagna documenti in francese. L'affare ha unito i partiti fiamminghi che hanno chiesto, nel novembre del 2007, la scissione della provincia. Su questa questione, discussa dal Governo il 22 aprile, c'era già un evidente disaccordo tra i tre partiti francofoni della maggioranza e i due fiamminghi. Il partito cristiano-democratico fiammingo di Leterme ha cercato di temporeggiare, ma l'Open VLD ha lasciato la coalizione. E cosi Leterme ha presentato le dimissioni.
E la crisi di Governo?
Com'è possibile che una questione del genere possa metter in crisi un Governo? Pascal Delwit, politologo alla Libera Università di Bruxelles, sostiene che «dal 2000 assistiamo a un aumento e a un irrigidimento dei conflitti comunitari tra francofoni e fiamminghi. Si tratta della conseguenza di 40anni di riforme che hanno portato le due comunità a vivere ognuna per conto suo. Bhv ne è l'espressione più visibile. Da un lato ci sono i fiamminghi, che chiedono il rispetto dell'identità territoriale delle Fiandre e del suo aspetto “monolingue” fiammingo, dall'altro i francofoni che si basano sul rispetto del diritto della persona a poter vivere ed esprimersi nella loro lingua». Per Philippe Van Parijs, professore all'Università cattolica di Louvain, «questa crisi è l'effetto delle elezioni del 2007. In quel momento i partiti politici fiamminghi e valloni fecero promesse elettorali totalmente opposte, cosa che ha reso impossibile un governo federale stabile».
E cosa è successo?
L'Open VLD (partito liberale fiammingo) ha rifiutato di posticipare la decisione sul futuro di Bhv, alla quale i francofoni si oppongono per proteggere i diritti delle loro minoranze nella periferia di Bruxelles. E la cosa ha messo in crisi, il 22 aprile scorso, il Governo di Yves Leterme, in carica da soli cinque mesi. Delwit così giustifica questa decisione: «Nelle Fiandre, lo scacchiere politico molto frammentato. Il partito con più voti è al 22%, quindi un paio di punti in più o in meno fanno la differenza. In questo contesto, l’Open Vld è un partito che è passato, in questi ultimi anni, dal 24 al 14%. Anche se è riuscito a rimanere nel governo federale, non ci si sente a suo agio e desidera, già da qualche tempo passare all'opposizione. Bhv non è che una scusa per giustificare una manovra politica. Il problema è che il tema degli scontri comunitari non è, per questo partito, un dominio privilegiato. Né, tanto meno, lo è per il suo elettorato». E, effettivamente, gli elettori dell'Open Vld sono una sorta di classe media cittadina, di professioni liberali e di cultura medio-alta, non troppo interessati al discorso nazionalista. Continua Delwitt: «Se al momento delle elezioni il partito si lancerà in questo tipo di dibattito non potrà certo competere con le destre nazionaliste, molto più credibili da questo punto di vista. E non bisogna dimenticare una cosa: facendo cadere il Governo, l’Open Vld si è resto infrequentabile, perdendo ogni credibilità come partner serio di coalizione». Van Parijs sostiene, inoltre, che «i media stanno facendo molti sforzi, da qualche anno a questa parte, per lavorare insieme e cercare di costruire un ponte tre le due opinioni pubbliche. Ma allo stesso tempo sono in parte responsabili della crisi: cercando sempre il sensazionalismo per aumentare la competizione tra i giornali e scrivere quello che la gente vuole sentire». E tutto questo a due mesi dalla Presidenza di turno belga dell'Unione europea, che in tempo di elezioni è difficile da gestire.
E per il Primo Ministro, ormai ex, Yves Leterme, si tratta della terza dimissione. Gli era già successo nel 2008, sempre a causa delle tensioni linguistiche, anche se il re le aveva rifiutate. Alla fine del 2008 non ha però retto lo scandalo della Banca Fortis ed era caduto, per poi tornare per rimpiazzare Van Rompuy che, nel frattempo, è partito alla Presidenza del Consiglio europeo. «Quello di cui il Belgio avrebbe bisogno è un federalismo basato sulle regioni (quattro: Fiandre, Vallonia, parte germanofona e Bruxelles), sopprimendo, allo stesso tempo, le comunità linguistiche», conclude Van Parijs.
Francesca Barca Interviste realizzate da Jean-Sébastien Lefebvre (Qui la versione originale dell'intervista a Pascal Delwit pubblicata su L'Express.fr) Europa451
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