Il sociologo francese Gilles Kepel e la sua equipe sono tornati in due banlieue difficili di Parigi – le stesse dei disordini del 2005 – per vedere che ruolo gioca qui l'Islam nella costruzione comunitaria e identitaria. Oggi la promessa della République non si realizza.
L'Istituto Montaigne ha da poco pubblicato una ricerca, diretta dal sociologo Gilles Kepel, che mette in relazione il rapporto tra società, politica, religione in due banlieue parigine particolarmente significative, perché al cuore dei disordini del 2005: Clichy-sous-Bois et Montfermeil.
L'inchiesta, a differenza della precedente (Les banlieues de l’islam, Seuil) fatta da Kepel e dalla sua equipe, si concentra su un agglomerato – considerato in tutti i sensi del termine – dove l'Islam gioca un ruolo importante, ma dove viene sovrapposto ad altri temi: la città, l'educazione, il lavoro, la sicurezza, la politica e la religione.
L'inchiesta si chiama “Banlieue de la République” (che è anche un sito Internet pieno di materiali) ed è stata realizzata da Kepel e da cinque ricercatori che sono stati nei quartieri in questione, passando tempo con la gente, nelle case, nei trasporti pubblici, nelle scuole e nelle cité. «La nostra scommessa è stata quella di contribuire a rendere comprensibile, osservando il quotidiano, come si realizza – o meno – la promessa repubblicana», dice Kepel nell'introduzione al rapporto. L'inchiesta è stata realizzata intervistando 100 persone (oltre mille pagine di trascrizione) sopratutto in francese, ma anche in arabo, turco, cambogiano, inglese, peulh e soninké. Due terzi degli intervistati hanno affermato di essere di religione mussulmana, un terzo si sono detti cristiani, buddisti, israeliti o atei.
«Clichy-Montfermeil è diventata famosa per gli eventi dell'autunno del 2005, le cui ragioni – nonostante i racconti della stampa – in parte restano misteriose. Questi moti, a parte la loro dimensione spettacolare, hanno colpito nelle fondamenta il racconto che fonda la Francia moderna, implicitamente condiviso, secondo il quel la nazione sarebbe stata sempre capace di integrare, qualunque fossero i problemi sociali, culturali o etnici, tutti coloro che arrivavano per rimanere e, ancora di più, i loro figli, nati sul suolo della nuova patria, educati nelle scuole della République e quindi imbevuti devi valori comuni loro inculcati», spiega Kepel.
La differenza con i moti del 2005-2006 I lavori che sono stati fatti dopo il 2005 hanno teso a dimostrare come questi giovani che bruciavano le automobili non stessero facendo altro che gridare la loro apparenza alla nazione francese che li rifiutava. I sondaggi pubblicati in seguito mostravano come la propensione di questi mussulmani, per esempio al matrimonio misto, o all'apertura verso gli ebrei, fossero un segno che il percorso di integrazione stava funzionando. La nuova inchiesta a Clichy-Montfermeil invece mette in dubbio questo assunto. Si osserva infatti una logica di costruzione comunitaria intorno all'Islam che, se da un lato si allontanano dalla società francese, dall'altro va verso i suoi valori, ma sempre contrastati dalla avversità sociali.
Tra questi due poli, dice Kepel, si evidenzia una vasta gamma di attitudini di persone che cercano di negoziare la loro situazione, in funzione delle risorse culturali e materiali che hanno: alcuni formulano delle esigenze identitarie nel linguaggio dell'halal, altri sottolineando un'agenda politica “islamica”, altri si muovono in ambito laico e associativo per lavorare sul degrado ambientale, sull'accesso all'impiego e sulla formazione.
Queste due banlieue sono esplicative di una realtà ma, allo stesso tempo in controtendenza rispetto al resto della Francia: qui la maggioranza si dice contraria al matrimonio con un non-mussulmano, mentre nel resto della Francia è l'opposto; qui quasi tutti gli uomini intervistati dicono di andare regolarmente in moschea, mentre nel resto della Francia si arriva a un terzo.
Cos'hanno di particolare queste banlieue? La maggior parte della popolazione qui è mussulmana, il comune è chiuso da un quasi deserto di trasporti pubblici, la disoccupazione raggiunge dei tassi record e l'influenza dei predicatori è forte fin dagli anni Ottanta.
Un'altra cosa molto cambiata rispetto all'inchiesta del 1985, oltre al fatto che sono molti di più i cittadini francesi di confessione mussulmana, è l'ubiquità dell'halal presso questa popolazione. L'halal è diventato uno spettro molto più vasto che il solo cibo, arrivando a definire in maniera molto ampia cosa è lecito e cosa è illecito. Khadidja, una madre di origine marocchina, dice: «L'halal è non far entrare cose rubate in casa. L'halal è far capire ai propri figli che devono essere onesti. L'halal è non mettere insieme denaro guadagnato lavorando e danaro sporco. Questo è l'halal. L'halal è essere fedeli al proprio marito, ai propri figli, ai propri amici. È molto vasto...».
A scuola, per esempio, si è rilevato che la mensa, un momento che unisce insegnamento e socializzazione, oggi ha un tasso di frequenza molto basso. Viene addotto il motivo economico (è meno caro preparare un pasto in casa) ma spesso viene accompagnato da motivazioni culturali -la mensa non offre pasti halal- e che si traduce in ragazzini che mangiano “panini halal” negli androni delle cité. A questo si aggiunge il fatto che la legge sui segni religiosi nei luoghi pubblici– accettata ma non capita – non è accompagnata dalle altre norme previste, come il rispetto delle feste non cristiane o lo studio delle lingue di origine.
E se l'halal è una marca comunitaria, lo è sopratutto come specchio del Kasher. «Lungo l'inchiesta gli ebrei appaiono come una minoranza che ha saputo imporre la sua specificità, dalla quale ottiene la potenza, la paura e il rispetto che genera, nonostante il piccolo numero», dice Kepel.
Qualche cifra dal rapporto: tasso di disoccupazione: Clichy-sous-Bois: 22,7 % Montfermeil: 17,5 % Ile de France (regione parigina): 11 % Percentuale di famiglie che non raggiungono il reddito minimo imponibile: Clichy-sous-Bois: 61,30 % Montfermeil: 45,40 % Ile de France: 33,60 % Percentuale di popolazione di nazionalità straniera : Clichy-sous-Bois: 33 % Montfermeil: 20 % Ile de France: 12,4 % Percentuale di minori con almeno un genitore nato all'estero: Clichy-sous-Bois: 76 % Montfermeil: 50 % Ile de France: 16,9 % (Qui è possibile scaricare tutta l'inchiesta in Pdf)
Anche il Parlamento belga ha votato il divieto dell'uso del burqa negli spazi pubblici. La legge era già passata un anno fa, ma l'iter non era mai giunto a termine a causa della caduta del Governo di Leterme. Si tratta del secondo Paese europeo, dopo la Francia, ad aver fatto questa scelta.
Il Parlamento belga ha votato, il 28 aprile scorso, il divieto dell'uso del burqa negli spazi pubblici. Solo un voto contrario e due astenuti, dalle file ecologiste. Già l'anno scorso – il 29 aprile 2010 – il Belgio aveva votato questa legge praticamente all'unanimità: la caduta del Governo di Yves Leterme e la lunga crisi che ha attraversato il Paese ha messo la cosa in stand by. Ora il testo è stato riproposto dagli stessi deputati e deve passare al Senato per essere approvato ed entrare in vigore.
Chi critica il provvedimento lo vede come troppo ristretto: contrariamente a quanto prevede la legge francese in Belgio non è prevista un'ammenda per chi obbliga la donna a portare il burqa (se esiste, ndr) e il principio della legge non è, come nel caso francese, l'ordine pubblico. «Il burqa non è un simbolo religioso, ma il simbolo della sottomissione della donna e dell'ineguaglianza di cui è vittima», ha detto André Frédéric (PS).
Ricordiamo che lo scorso 11 aprile in Francia è invece entrata in vigore la legge anti-burqa approvata lo scorso ottobre (e che ha dato una trentina di verbalizzazioni) e che il dibattito ha coinvolto anche la Spagna.
Dall'undici aprile scorso in Francia è entrata in vigore le legge anti-burqa approvata nello scorso ottobre. Al momento sono state verbalizzate 27 o 28 donne.
Claude Guéant, il Ministro degli Interni francese, sui canali di RTL si è felicitato, mercoledì 4 maggio, dell'efficacia della legge anti-burqa. La legge è entrata in vigore l'11 aprile scorso e fa della Francia il primo Paese europeo ad aver vietato questo capo in tutti gli spazi pubblici, pena una multa di 150 euro e/o uno stage di cittadinanza. «In molti avevano espresso dei timori in proposito (sulla legge, ndr). Ma ci sono state 27 o 28 verbalizzazioni e tutto è avvenuto senza alcun problema», ha dichiarato il Ministro. Le legge era stata votata nell'ottobre scorso, mentre nel Paese il contesto politico e culturale rispetto all'Islam si sta inasprendo.
Il settimanale francese Nouvel Observateur ha diffuso la circolare della polizia che spiega ai militari come comportarsi nell'applicazione della nuova legge. Prima di tutto si sconsigliano gli «eccessi di zelo», che significa utilizzare tatto e dialogo e non forzare la donna a togliersi il velo. Il testo mette in evidenza, secondo il settimanale, quanto per la polizia un testo del genere sia difficilmente applicabile.
Per quanto riguarda gli episodi di violenza, al momento il Ccif (Collectif contre l'Islamophobie en France) ha registrato un solo episodio. Il 16 aprile scorso una donna con il niqab – quindi un velo che lascia scoperto il volto – è stata aggredita nella periferia parigina da tre persone – due uomini e una donna – che hanno cercato di strapparle il copricapo.
A una donna di religione islamica è stato vietato l'ingresso in una scuola francese, basandosi sulla legge, non ancora in vigore, che vieta il burqa negli spazi pubblici. La donna indossava però un hijab, il velo che lascia scoperto il volto.
Lunedì 5 aprile al liceo di Poussan, nella Linguadoca-Rossiglione, nel Sud Est della Francia, la madre di uno degli allievi, Fatima Ouhamma, 38 anni, si è vista vietare l'entrata nello stabilimento per un incontro genitori-professori. La donna, che porta il velo – con il volto scoperto – aveva già partecipato, in passato, a riunioni di questo tipo. Il personale all'entrata ha motivato il divieto rifacendosi alle legge dell'11 ottobre 2010, che però entrerà in vigore solamente l'11 aprile 2011.
Si tratta della legge che vieta – primo Paese in Europa – l'uso del burqa in tutti i luoghi pubblici in Francia: trasporti, ristoranti, cinema, teatri, parchi, stazioni, musei, ospedali, biblioteche, stadi, palestre. Si potrà usare al volante, nelle camere d'hotel, in casa, negli stabilimenti privati, ad esclusione dei luoghi dove c'è contatto con il pubblico. Per la direzione del liceo si tratta di un incidente definito "banale". Il personale della scuola ha proposto alla donna di passare da una porta indipendente situata dietro il liceo, per evitare di attraversare la corte in modo, così, da non essere vista dagli studenti. La notizia è stata diffusa dall'Osservatorio contro l'Islamofobia in Francia. Di poche settimane prima la notizia di un problema "simile" in un liceo della periferia parigina.
Proprio martedì 6 aprile si è tenuto, a Parigi, il dibattito su "Islam e Laicità" voluto dal Governo Sarkozy che ha scatenato diverse polemiche.
Il partito del Presidente Sarkozy, l'Ump, ha lanciato un dibatto su Islam e laicità che ha aperto polemiche in Francia, per rivelarsi poi un fallimento. I mussulmani francesi sono al centro di discussioni da mesi il tutto, a una settimana dall'entrata in vigore della legge anti-burqa. "Laïcité : pour mieux vivre ensemble." (Laicità: per vivere meglio insieme) è il titolo della convenzione/discussione dell'Ump, il partito di Governo francese, che si è tenuta martedì 5 aprile a Parigi. Si tratta del famoso dibattito su “Islam e laicità” che il Presidente francese Nicolas Sarkozy ha voluto due mesi or sono. Nel febbraio scorso, durante la trasmissione “Paroles de Français” il Presidente della Repubblica dichiarò, parlando dell'integrazione dei mussulmani: «Questo pone la questione dell'Islam e dei nostri compatrioti mussulmani. (…) C'è chiaramente un problema. I nostri compatrioti mussulmani devono poter vivere, praticare la loro religione come chiunque altro cittadino. (…). Ma non può trattarsi che di un Islam di Francia, e non di un Islam in Francia». Per Sarkozy il multiculturalismo ha fallito e la lotta contro il proselitismo religioso deve andare avanti. Il dibattito è stato poi ufficializzato, sotto la direzione di Jean-François Copé, segretario dell'Ump. I rappresentanti dei culti religiosi francesi, riuniti nella Conférence des responsables de culte en France (CRCF) hanno pubblicato una lettera aperta e congiunta, il 29 marzo scorso, per manifestare la loro contrarietà a questo dibattito che, secondo molti, rischia di stigmatizzare l'Islam. Cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei, mussulmani e buddisti hanno invitato a non sprecare i preziosi passi avanti – la laicità – che la Francia ha conquistato e, «durante questo periodo elettorale, di mantenersi fermi e evitare gli amalgami e i rischi di stigmatizzazione. (…) Il dibattito è sempre un segno di vitalità e di salute. Ma un partito politico, benché maggioritario, è il luogo giusto per portarlo avanti da solo?». Per quanto riguarda gli attacchi da parte dell'opposizione, invece, si sono concentrati sulle critiche all'Ump che, secondo il Ps, sta cercando di rubare elettorato all'estrema destra. Ricordiamo che nel dicembre scorso Marine Le Pen, a un'assemblea del Front National a Lione ha paragonato le preghiere dei mussulmani in Francia a una occupazione. E gli attacchi sono arrivati anche da dentro i partito stesso (da Juppé a Fillon, seguiti da altre otto persone), che ha cercato di serrare i ranghi e difendersi. Secondo Jean-François Copé non si «è mai trattato di dibattere sull'Islam, ma di fare una riflessione sul nostro patto repubblicano e sulla laicità». Dopo mesi di polemiche e discussioni, quindi, si è pianificato un incontro di ben (!) tre ore, animato da Valérie Rosso-Debord, deputato Ump dove si sarebbe dovuto parlare, secondo Claude Guéant, il Ministro degli Interni, «di menù nelle mense scolastiche, reparti misti negli ospedali, finanziamento dei luoghi di culto». Il risultato? Jean-François Copé deporrà all'Assemblea Nazionale una proposta di risoluzione che «richiama i principi di laicità», mentre il Ministro degli Interni fa sapere che continua il progetto di raggruppare tutti i testi che esistono sul soggetto per mettere insieme un “codice della laicità”. Secondo il quotidiano francese Le Monde, per la maggioranza al Governo si è trattato di evitare che i risultati dell'incontro apparissero “non all'altezza” della polemica che hanno scatenato. «Ma l'esercizio non è facile. Per quanto riguarda le polemiche sulle preghiere in strada, delle misure dovrebbe essere annunciate nei prossimi giorni dal Ministro degli Interni», fa sapere l'Ump. Ma il margine di manovra sembra ridotto, «perché il Governo ha escluso ogni modifica della legge del 1905 che ha instaurato la separazione tra Chiesa e Stato (...). Se le soluzioni concrete sembrano poco innovative, si porrà la questione del beneficio politico che tutto questo dibattito ha portato all'Eliseo, che avrebbe dovuto sedurre gli elettori, ma ha solo creato grandi polemiche». Le comunità mussulmane
I mussulmani di Francia si inquietano. Intanto è nato un collettivo contro l'Islamofobia, Collectif contre l'Islamophobie en France, che sta iniziando a mettere insieme gli atti contro i mussulmani, con tanto di GoogleMaps.
Abderahmane Dahmane, ex consigliere di Nicolas Sarkozy, ha chiamato i mussulmani di Francia a portare una “stella verde” in protesta contro il dibattito di ieri. Inoltre a una riunione alle Grande Mosche di Parigi Abdallah Zekri, del Consiglio francese dei Culti Mussulmani, ha chiamato i suoi correligionari a lasciare l'Ump. Ricordiamo che negli ultimi mesi ci sono state polemiche anche contro la macellazione rituale e sull'uso di capi di abbigliamento.
La laicità in Francia
La Francia è la patria della laicità: con la legge 1905 viene sancita la separazione totale fra Chiesa e Stato. Questa legge rimpiazza il Concordato con il Vaticano del 1801, che resta tutt'ora oggi in vigore in Alsazia-Mosella (la regione di Strasburgo) dove, tra le altre cose, esistono – unico caso in Francia – delle facoltà di teologia (Cattolica e Protestante) e i finanziamento diretto da parte dello stato ai culti nella costruzione, ad esempio, delle Chiese, dei Templi o delle Sinagoghe. La legge del 1905 stabilisce la libertà di coscienza e dichiara il libero esercizio dei culti. Allo stesso tempo lo Stato cessa di finanziare i culti religiosi quindi sono aboliti gli stipendi ai ministri di culto e le sovvenzioni pubbliche alle religioni. Anche le statistiche etnico-religiose sono vietate, motivo per il quale è difficile oggi fare stime. Nel 2004 un'ulteriore legge vieta l'uso di simboli religiosi a scuola (croci, kippa, velo islamico e quant'altro) per garantire lo spirito laico dell'istituzione pubblica.
Nell'ottobre 2010 la Francia è stato il primo Paese europeo a vietare l'uso del burqa negli spazi pubblici in nome dell'apparenza repubblicana. La legge entrerà in vigore lunedì 11 aprile prossimo. Le donne trovate con il burqa pagheranno una multa di 150 euro. Secondo le stime – alla cui origine è impossibile risalire – sarebbero 2000 le donne che portano il burqa in Francia. Il niqab non sarà toccato dalla legge, che però vieterà il velo integrale in tutti gli spazi pubblici: trasporti, ristoranti, cinema, teatri, parchi, stazioni, musei, ospedali, biblioteche, stadi, palestre. Si può usare al volante, nelle camere d'hotel, in casa, negli stabilimenti privati, ad esclusione dei luoghi dove c'è contatto con il pubblico.
Ieri, a Poussan, nella Linguadoca-Rosiglione, Fatima Ouhamma, 38 anni, non è potuta entrare nella scuola dei figli a causa del velo. Pur non portando un burqa si è vista vietare l'ingresso allo stabilimento sulla base della legge dell'ottobre 2010.
Di cosa si parla quando si dice "laicità alla francese".
La Francia è la patria della laicità: con la legge 1905 viene sancita la separazione totale fra Chiesa e Stato. Questa legge rimpiazza il Concordato con il Vaticano del 1801, che resta tutt'ora oggi in vigore in Alsazia-Mosella (la regione di Strasburgo) dove, tra le altre cose, esistono – unico caso in Francia – delle facoltà di teologia (Cattolica e Protestante) e il finanziamento diretto da parte dello Stato ai culti nella costruzione, ad esempio, delle Chiese, dei Templi o delle Sinagoghe.
La legge del 1905 stabilisce la libertà di coscienza e dichiara il libero esercizio dei culti. Allo stesso tempo lo Stato cessa di finanziare i culti religiosi: sono quindi aboliti gli stipendi ai ministri di culto e le sovvenzioni pubbliche alle religioni. Anche le statistiche etnico-religiose sono vietate, motivo per il quale è difficile oggi fare stime. Nel 2004 un'ulteriore legge vieta l'uso di simboli religiosi a scuola (croci, kippa, velo islamico e quant'altro) per garantire lo spirito laico dell'istituzione pubblica.
Nell'ottobre 2010 la Francia è stato il primo Paese europeo a vietare l'uso del burqa negli spazi pubblici in nome dell'apparenza repubblicana. La legge entrerà in vigore lunedì 11 aprile prossimo. Le donne trovate con il burqa pagheranno una multa di 150 euro. Secondo le stime – alla cui origine è impossibile risalire – sarebbero 2000 le donne che portano il burqa in Francia. Il niqab non sarà toccato dalla legge, che però vieterà il velo integrale in tutti gli spazi pubblici: trasporti, ristoranti, cinema, teatri, parchi, stazioni, musei, ospedali, biblioteche, stadi, palestre. Si può usare al volante, nelle camere d'hotel, in casa, negli stabilimenti privati, ad esclusione dei luoghi dove c'è contatto con il pubblico.
Un liceo della periferia parigina ha minacciato di espulsione alcune studentesse mussulmane, accusate di portare delle gonne o delle tuniche “troppo lunghe”. Scatta la polemica in un Paese dove l'Islam e i mussulmani sono al centro del dibattito pubblico e dove il burqa è già stato dichiarato fuori legge.
Un liceo della periferia parigina, a Saint-Ouen, è al centro del dibattito di diversi siti “comunitari” o specializzati in tematiche islamiche e mussulmane francesi: Al Kanz.org (che citiamo spesso), islamenfrance.fr, Ajib.fr, solo per citarne alcuni. Al liceo Auguste Blanqui, mercoledì 16 marzo, Aïcha Amghar, la direttrice, ha convocato alcune studentesse di religione mussulmana per comunicare loro che la tenuta vestimentaria che indossano abitualmente è troppo ostentatoria. La direttrice non si riferisce all'hijab, il velo che copre il capo, perché le ragazze – che pur lo indossano – lo fanno solo al di fuori dello stabilimento scolastico. Una legge del 2004 vieta, infatti, l'uso dei simboli religiosi nella scuola pubblica francese. Il capo del reato, in questo caso, sono delle gonne “troppo lunghe” o delle tuniche: la direttrice ha infatti invitato le ragazze convocate a vestirsi in «jeans e t-shirt come tutti gli altri» per non incorrere nell'espulsione dall'istituto perché una tunica «non può essere considerata che come un vestito ostentatorio e un segno religioso manifesto». Secondo la signora Amghar i vestiti lunghi che portano le giovani sono un pericolo per la laicità dell'istituto.
Non sono servite a nulla le proteste dei genitori, di un rappresentante del consiglio degli Imam di Francia e della federazione dei genitori degli studenti che hanno ricordato alla preside che una tenuta di questo tipo non viola la legge del 2004. Il Collettivo contro l'Islamofobia in Francia (Ccif) ha condannato l'evento. Fateh Kimouche, dal blog specializzato in consumatori musulmani Al Kanz, così commenta: «Il velo non è un problema, l'halal non è un problema, le preghiere non sono un problema, l'arabo non è un problema. Il problema sono i mussulmani. Qualunque cosa facciano, qualcunque concesione siano disposti ad accettare, l'odio per quello che sono, l'odio per quello in cui credono resterà. L'Islamofobia attuale, che sia di stato o ordinaria, non è congiunturale».
La situazione in Francia
Ricordiamo che recentemente il Presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha annunciato l'imminente apertura di un dibattito nazionale su laicità e religioni che presto ha preso la forma di un dibattito sul posto dell'Islam in Francia. E il clima, in generale, è teso a causa dell'inasprimento del dibattito. La stessa Marine Le Pen da qualche mese sta aumentando il suo affondo contro le comunità mussulmane: nel dicembre scorso a un'assemblea del Front National a Lione ha affermato che le preghiere mussulmane del venerdì si possono comparare a una sorta di occupazione: «Certo, non ci sono blindati, non ci sono soldati, ma è un'occupazione di fatto che pesa sugli abitanti». Ricordiamo anche che la Francia è stato il primo Paese europeo a vietare il burqa negli spazi pubblici: nel settembre scorso la norma è passata al Senato e prevede multe fino a 30 mila euro, il carcere e “stage di cittadinanza” per le donne incriminate. Dal lato loro le comunità mussulmane stanno organizzando delle manifestazioni per inizio aprile sia contro il dibattito sulle religioni, che contro questo episodio di Saint-Ouen. Per il momento invitano a far girare il volanti (nell'immagine di apertura) e a far girare le informazioni.
Il tre gennaio è stata lanciata in Francia una campagna nazionale contro la macellazione rituale (islamica e ebraica) accusata di non utilizzare lo stordimento preventivo delle bestie. La polemica ha velocemente preso i toni dell'accusa razzista. Il giro d'affari dell'halal in Francia ammonta a 5,5 miliari di euro, mentre quello del kasher arriva a 2,5.
Il tre gennaio è stata lanciata in Francia una campagna nazionale contro la macellazione rituale (islamica e ebraica) degli animali. Sostenuta da associazioni animaliste tra cui la Fondazione Brigitte Bardot, la campagna lancia un'accusa contro la macellazione rituale che avviene senza che l'animale sia precedentemente stordito.
«Questo animale sarà sgozzato vivo senza essere stordito. Questa è la macellazione rituale».
Questo slogan è presente su 2.266 pannelli diffusi su tutto il territorio nazionale francese. Sotto la foto, su sfondo rosso, un'altra frase:
«Dal punto di vista della protezione degli animali e per il rispetto dell'animale in tanto che essere sensibile, la pratica per la quale si uccide un animale senza stordirlo precedentemente è inaccettabile, qualunque siano le circostanze. Federazione dei veterinari d'Europa».
Già nel novembre scorso una pubblicità in cui si descriveva la crudeltà di questo tipo di macellazione era stata diffusa, per poi essere bloccata dall'Autorità di Regolazione Professionale della pubblicità (ARPP), cosa che era stata letta dai militanti di destra come «islamizzazione della società». La nuova campagna ha sostituito i termini “halal” e “kasher” con “macellazione rituale”. I detrattori della campagna aggiungono anche che nel sito della stessa quando vengono illustrate le due tecniche di macellazione non si mostra obiettività: se per quella classica ci sono dei disegni stilizzati, per quella rituale si passa alle immagini. Brigitte Bardot stessa è considerata vicina al Front National per molte delle posizioni prese, anche se l'attrice ha sempre negato. Il suo impegno per la causa animalista risale agli anni anni Sessanta. Le associazioni dietro la campagna appena partita chiedono che venga messo in pratica un “etichettamento” specifico della carne che precisi le condizioni con le quali un animale è messo a morte perché, sostengono, animali uccisi in questa maniera si ritrovano poi nella filiera classica di distribuzione senza che il consumatore ne sia al corrente.
Fateh Kimouche, fondatore del sito mussulmano al-kanz.org, rigetta i toni parziali della campagna ma si dice favorevole a un metodo di etichettatura della carne: «C'è molto falso halal. Con un'etichettatura le industrie sarebbero obbligate alla trasparenza». L'uomo però non manca di far notare che la campagna rischia di essere recuperata dall'estrema destra: «Bardot ci racconta che l'halal ha travolto la Francia con cifre fantasiose. In questo modo fa del male agli animali: piuttosto che parlare della loro sofferenza si lancia contro il kascher e l'halal. (…) L'estrema destra riprenderà questo dibattito anche se non ha mai mostrato interesse per la macellazione tradizionale del maiale, che è ugualmente scioccante».
«Questa campagna è una calamità»
La sociologa Florence Bergeaud-Blackler, parte del progetto culturevisuelle.org, sostiene che, benché la nuova campagna si basi su delle «verità difficili ma necessarie, è una calamità». Una legge degli anni Sessanta rende obbligatorio, in Francia, lo stordimento dell'animale: le comunità ebraiche, nel 1964, riuscirono ad ottenere una deroga per la macellazione kascher che fu allargata, negli anni Ottanta, alle comunità islamiche. Il problema, dice la sociologa, è che oggi si utilizza il metodo senza stordimento in maniera diffusa – e su scala industriale – perché è più “conveniente” economicamente: niente tempi morti e più produttività. «Non si tratta di un problema tra religiosi e politici, ma di un rapporto di forza tra politica e economia, ormai sempre più favorevole a quest'ultima». Per Bergeaud-Blackler questo è un messaggio pericoloso: gli animali sono difesi male perché «soffrono di una macellazione industriale – qui detta rituale – che rappresenta una regressione» e di, fatto, mettono nella polemica toni «razzisti» e «antisemiti» che allontanano dal vero problema. La questione andrebbe risolta in Europa, dove esiste una direttiva al riguardo (CE n°1099/2009 del 24 settembre 2009) che non è applicata.
Le cifre dell'halal e del kasher
Il mercato dell'halal in Francia ha registrato, nel 2010, un aumento del 23% rispetto al 2009: questo secondo uno studio del gabinetto Insights SymphonyIRI Group. L'insieme dei prodotti halal è stimato a 5,5 miliardi di euro. Lo studio mostra anche, ovviamente, che questo mercato è legato alla diffusione della popolazione mussulmana: la regione parigina rappresenta il 32% del consumo di questi prodotti, in una zona dove si stima ci sia un 36% di popolazione “straniera” (le virgolette sono mie, ndr). Per quanto riguarda le stime per il cibo kasher (secondo la preparazione rituale ebraica) si stima che arrivino a 2,5 miliardi all'anno. Va detto che secondo le stime (le statistiche etniche in Francia sono vietate) la popolazione mussulmana si aggira sui cinque milioni di individui, mentre quella ebraica sulle 700mila unità.
Ricordiamo la polemica nata in Italia nello scorso febbraio quando la coop decise di aprire in alcune città dei reparti halal: le associazioni animaliste come l'Enpa (Ente nazionale protezione animali) entrarono in piede di guerra contro questo metodo «atroce per gli animali». Per sedare la polemica l'azienda diffuse i termini dell'accordo con i suoi fornitori: «Le bestie vengono stordite prima dell'uccisione».
Non puoi sopportare la vista di un topless? Allora forse la Danimarca non è il posto per te. Almeno secondo Peter Skaarup, porta parola per la politica estera del Partito Popolare danese.
Anche in Danimarca si stanno sperimentando nuove "tecniche di integrazione". L'ultima proposta è arriva dal Partito Popolare danese, di orientamento conservatore. Secondo il porta parola per la politica estera,Peter Skaarup, i documentari sulla Danimarca che vengono mostrati agli immigrati come parte del test di integrazione sono carenti in topless. Perché? Perché l'esposizione del seno come segno di libertà è un messaggio importante da dare agli stranieri che intendo trasferisci in Damimarca.
Ricordiamo che la Danimarca prevede un test di integrazione che tenga conto della conoscenza della lingua e dalla cultura generale del Paese. «Un documentario del genera in Olanda mostra seni scoperti. Credo che dovremmo seguire l'esempio», ha detto Skaarup al quotidiano Berlingske Tidende. Ovviamente, continua Skaarup, «può sembrare uno scherzo, ma credo ci sia anche del serio. Mettendo il topless in questo tipo di documentari sul nostro Paese non facciamo che mettere in evidenza il fatto che abbiamo il diritto di vestirci - e svestirci - come preferiamo».
Nei Paesi Bassi dal 2006 è in vigore una legge che limita pesantemente gli accessi al Paese con un test di lingua e una “tassa” di 350 euro a cui va aggiunta una “prova di integrazione” che prevede un esame sulla cultura e i valori del Paese e un test, appunto, dove vengono mostrate immagini che descrivono la cultura e la civilizzazione, tra cui un bacio gay e topless.
Ovviamente una proposta del genere è rivolta contro quegli immigrati che potrebbero considerare il topless come un'eccessiva libertà. Quindi mussulmani.
«Il bagno in topless non è probabilmente così normale sulle spiagge del Pakistan, mentre da noi è cosa accettata. Credo onestamente che mettendo immagini di questo genere nel film potrà indurre gli estremisti a pensarci due volte prima di decidere di venire in Danimarca».
Il video è stato postato undici giorni fa su Vimeo e sta facendo il buzz in Francia. Loro si chiamano NiqaBitch e sono due giovani che, in protesta (e risata) contro la legge adottata dal Parlamento francese il 14 settembre scorso contro l'uso del niqab e del burqa negli spazi pubblici hanno deciso di metterlo (il burqa), ma in short e tacchi. E di passeggiare in centro a Parigi.
Il video è stato postato undici giorni fa su Vimeo e sta facendo il buzz in Francia. Loro si chiamano NiqaBitch e sono due giovani che, in protesta (e risata) contro la legge adottata dal Parlamento francese il 14 settembre scorso contro l'uso del niqab e del burqa negli spazi pubblici hanno deciso di metterlo (il burqa), ma in short e tacchi. E di passeggiare in centro a Parigi. Rue89, lo scorso giovedì, ha pubblicato una loro tribuna dove spiegano le ragioni della loro “protesta”. «Mettersi semplicemente il burqa sarebbe stato troppo semplice. Allora ci siamo poste la questione: come reagirebbero le autorità di fronte a una donna con un burqa E degli short?». Ecco il video:
(Per correttezza aggiungo che il video originale si trova su Vimeo - dove le ragazze hanno un conto - ma che questo blog non ne supporta il formato)
Le due ragazze, che dicono di essere intorno ai vent'anni, sostengono che l'aspetto del dibattito che le ha interpellate maggiormente – al di là dell'ingiustizia che rappresenta questa legge – è «l'ipocrisia degli uomini politici, che agitano la bandiera femminista sotto pretesto di difendere queste povere donne con il velo dalla forza dei loro selvaggi mariti. Molto gentile! Ma abbiamo veramente bisogno di una “legge speciale burqa” per ricordarci che è vietato obbligare un individuo a fare qualcosa contro la sua volontà? Dirci come vestirci sarebbe dunque il ruolo dello Stato?». Ma qual è stata la reazione in strada? Le ragazze dicono di non aver incrociato nessun politico – benché abbiano sfilato sotto i ministeri – ma che la gente è apparsa entusiasta. Qualcuno divertito, qualcuno curioso, chi clacsonava: i dettagli nel video. Le NiqaBitch precisano che, benché una di loro sia mussulmana, non si sentono particolarmente toccate dalla legge – «Lo diciamo chiaramente: coprirsi il viso e prendere le sembianze di Dark Vador in nome dell'Islam.. non è che ci è chiaro...» – e che lo scopo non è «attaccare gli integralisti mussulmani, ma piuttosto interpellare i politici che hanno votato questa legge, che riteniamo anticostituzionale. E poi.. una risata è un buon modo di denunciare, no?»
La legge in Francia
Ricordiamo che la legge francese prevede il divieto dell'uso del burqa e del niqab negli spazi pubblici e, come sanzione, 150 euro di multa con, se necessario, uno stage “di cittadinanza”. Inoltre, e qui sta anche la “novità” della legge francese, chi obbliga la donna a portare il velo integrale può rischiare un anno di carcere e 30mila euro di ammenda.
«Vivere la République a visto scoperto: è una questione di dignità e di uguaglianza. È una questione di rispetto dei nostri principi repubblicani», ha dichiarato il Ministro della Giustizia francese Alliot-Marie dopo il voto il 14 settembre scorso. «Il velo integrale dissolve l'identità di una persona in quella della comunità. Rimette in causa il modello di integrazione “alla francese”, fondato sull'accettazione dei valori della nostra società». Inoltre, secondo il Ministro, la legge si basa «sul un principio costituzionale, quello dell'ordine pubblico». Secondo i dati del ministero degli interni (da fonti di polizia) in Francia ci sono circa 2000 donne a portare il velo integrale. Ricordiamo che, sempre secondo le stime (visto che le statistiche etniche sono vietate in Francia), ci sono cinque milioni di mussulmani nel Paese, che rappresentano la più grande comunità in Europa.
E, a proposito di ordine pubblico, Le Figaro racconta di due rapine avvenute a Marsiglia: una nel novembre 2009 e una nell'agosto scorso. In entrambi i casi i rapinatori hanno agito nascondendosi dietro a un burqa.
Francesca Barca Europa451
Qui l'articolo apparso su Rue89 Qui i dettagli della legge francese Qui il nostro dossier sulle leggi e proposte per vietare il burqa in Europa
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