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 Foto: the|G|™/Flickr Il Senato francese ha approvato ieri la legge che vieta l'uso del burqa e del niqab negli spazi pubblici. La legge è stata votata con 246 voti favorevoli e uno contrario, la maggior parte dei deputati di sinistra non ha partecipato allo scrutinio. Il testo, presentato dal Ministro della Giustizia, Michèle Alliot-Marie, prevede come sanzione 150 euro di multa con, se necessario, uno stage “di cittadinanza”. Inoltre, e qui sta anche la “novità” della legge francese, chi obbliga la donna a portare il velo integrale può rischiare un anno di carcere e 30mila euro di ammenda. La legge diventerà effettiva solo tra sei mesi, in modo da poter essere assimilata, sia dai cittadini – verso i quali verrà iniziato un procedimento di dialogo e persuasione – ma anche, e soprattutto, dalla forze dell'ordine. Molti, nelle forze di polizia confessano di non aver ricevuto «nessuna consegna particolare e di non sapere come gestire la questione», riporta il quotidiano francese Le Figaro. La paura è quella di aumentare le tensioni in quartieri già difficili. Il divieto è sulla base dei principi repubblicani «Vivere la République a visto scoperto: è una questione di dignità e di uguaglianza. È una questione di rispetto dei nostri principi repubblicani», ha dichiarato Alliot-Marie. «Il velo integrale dissolve l'identità di una persona in quella della comunità. Rimette in causa il modello di integrazione “alla francese”, fondato sull'accettazione dei valori della nostra società». Inoltre, secondo il Ministro, la legge si basa «sul un principio costituzionale, quello dell'ordine pubblico». Secondo i dati del ministero degli interni (da fonti di polizia) in Francia ci sono circa 2000 donne a portare il velo integrale. Ricordiamo che, sempre secondo le stime (visto che le statistiche etniche sono vietate in Francia), ci sono cinque milioni di mussulmani nel Paese, che rappresentano la più grande comunità in Europa. Si tratta del primo Paese europeo a mettere in atto questo provvedimento: il Belgio aveva tentato nell'aprile scorso, ma lo scioglimento del Parlamento ne ha impedito il voto definitivo; in Spagna, invece, una proposta in questo senso è stata avanzata. Sia il Consiglio d'Europa, che Amnesty International criticano questa decisione. Amnesty aggiunge che il divieto del velo integrale viola il diritto di libertà d'espressione e di religione. Immediata la reazione di Mara Carfagna, Ministro alla Pari Opportunità: «In Italia non esiste, come in altri Paesi, un'emergenza burqa, i casi di donne costrette ad indossarlo restano isolati. Ma non per questo sono meno gravi», dicendosi favorevole ad un provvedimento simile anche in Italia. Questo perché «il velo islamico rappresenta la negazione dei diritti della donna». Francesca BarcaEuropa451Leggi il nostro dossier: L'Europa a cui non piace il burqua
 Foto: Sweden.se Alla vigilia della prossime elezioni parlamentari svedesi, previste per il 19 settembre, la questione del velo si è imposta nel dibattito pubblico. Il Ministro dell'educazione, Jan Björklund, ha annunciato di voler modificare la legge sul niqab e il burqa nelle scuole e nelle università, lasciando la scelta ad ogni stabilimento. Alla vigilia della prossime elezioni parlamentari, previste in Svezia per il 19 ottobre prossimo, la questione del velo si è imposta nel dibattito pubblico. Jan Björklund, leader del Partito Liberale – membro della maggioranza di Governo e Ministro dell'educazione – ha annunciato che vorrebbe modificare la legge sul niqab e il burqa nelle scuole e nelle università, in modo da permettere ad ogni stabilimento scolastico di scegliere di vietare l'uso di entrambi gli indumenti “islamici” ai professori e agli alunni. Al momento esiste un provvedimento del 2003 che permette di vietare l'uso del solo velo integrale, se questo ha un impatto negativo sull'insegnamento. «L'educazione è la comunicazione, bisognerebbe poter essere capaci di vedere gli occhi e il viso in modo da poter comunicare gli uni con gli altri. Sostengo quindi che sia un male che dei vestiti coprano il viso», ha detto Björklund alla radio svedese. L'attuale Primo Ministro, Frederik Reinfeldt, si è detto contrario a questa proposta che, sostiene, isolerebbe ancor di più le donne. Dello stesso parere la leader dell'opposizione Mona Sahlin (Partito Social-Democratico). L'islam è già la seconda religione in Svezia, dopo il Cristianesimo. Nel 2007 si stimavano – secondo una ricerca dell' Open Society Institute – tra 250 e i 350mila mussulmani in Svezia (1,8-4,4% della popolazione): al momento la comunità maggiormente rappresentata è quella turca, che arriva al 10% del totale. Una parte arrivano da Iran (circa 50mila persone) e Iraq (molti curdi scappati dal regime di Saddam negli anni Ottanta), molti somali, marocchini, dai Paesi dell'ex-Jugoslavia (prioritariamente Bosnia-Herzegovina). Negli ultimi anni si è visto un aumento considerevole dei seguaci del sufismo, la corrente mistica (e pacifista) dell'Islam. Secondo dati Ocse i tassi di disoccupazione tra gli stranieri e i residenti hanno uno scarto di oltre il doppio. La proposta di Jan Björklund somiglia molto al modello spagnolo, dove – almeno per ora, vista la nuova legge in discussione – ogni consiglio d'istituto si occupa del proprio regolamento interno relativamente a questo soggetto. Questo non esclude le polemiche, come nel recente caso di Najwa Malha. Il velo è già vietato in Francia, insieme a tutti i segni di appartenenza religiosa (legge 1905 sulla laicità), e in moltissime scuole in Belgio: 110 su 129 della comunità francofona, mentre la comunità fiamminga lo ha vietato lo scorso settembre, e l’interdizione sarà effettiva dal prossimo anno scolastico.Sempre Francia e Belgio sono i campioni del divieto: Bruxelles ha fatto passare, il 29 scorso (subito dopo la caduta del Governo di Leterme) un provvedimento che lo vieta in tutti gli spazi pubblici; Parigi ha una legge in cantiere ormai da mesi. Francesca BarcaEuropa451
 Siviglia, Alcazares (foto di Bénédicte Salzes) Il divieto del burqa in Spagna è una iniziativa elettorale con sfumature xenofobe, piuttosto che un atto per difendere la dignità della donna. Contrariamente a quanto accade in Francia o in Belgio, il dibattito spagnolo non è stato preceduto da quello sull'identità nazionale. La posizione di Fernando Navarro Sordo spiegata durante il suo intervento a France24.
Dagli anni Ottanta esiste in Spagna il divieto di accesso negli edifici pubblici con il volto coperto, sia che si tratti di un casco da motociclista, di un passamontagna o di altro indumento. Si tratta di una misura adottata nel quadro della lotta contro il terrorismo dell'Eta, con il fine, evidente, di poter identificare una persona. Non ha quindi alcun senso che il Senato spagnolo, dopo la proposta del Partito Popolare, la Unión por el Pueblo Navarro – succursale del Pp in questa regione – e Convergencia y Unión, insista presso il Governo per proibire il velo e il burqa, visto che la materia è, di fatto, già legiferata. Lo stesso dibattito ha animato, negli ultimi mesi, anche Francia e Belgio, sospinti anche dal fatto che in entrabi i Paesi si sono affrontati problemi legati all'identità nazionale e, allo stesso tempo, si sono visti arrivare grandi flussi di immigrati. Se quello che stanno facendo questi due Paesi è civile e razionale, non si può dire la stessa cosa della Spagna, dove il dibattito sul velo islamico e sul burqa è nato qualche mese fa in vista delle prossime elezioni regionali in Catalogna. Se i principali partiti catalani (Psoe, Pp e Ciu) si sono resi responsabili di questa mossa, è stato per togliere spazio all'estrema destra, che ha usato questi argomenti per avere una visibilità elettorale sfruttando il fatto che in Spagna vi è, ora, il 20% di disoccupazione, con una particolarità del caso catalano: la regione di Barcellona arriva a un 17% di immigrati, di cui un terzo di origine mussulmana. Una realtà parecchio diversa da quella del resto del Paese, dove la popolazione immigrata rappresenta l'8% e solo l'1% è di origine musulmana.
Il Governo spagnolo è stato preso in contropiede dalla questione perché, diversi sindaci socialisti catalani hanno approvato il divieto di burqa: Zapatero e il suo Ministro per le Pari opportunità, Bibiana Aido Ministro – per nulla fan del volto coperto – temono che un divieto formale non faccia altro che radicalizzare le posizioni. La tradizione mussulmana spagnola, non solo medievale, è estremamente radicata: già il Consiglio Islamico rappresentato da Mansur Escudero, è malikita, corrente relativamente liberale e molto diversa dai salafita o dai wahabiti. Da questo ne deriva che la maggior parte dei mussulmani spagnoli sono contrari all'uso del burqa.
Il timore delle elezioni locali, a cui a volte possono partecipare gli immigrati, mette i partiti tradizionali in difficoltà: si teme che il voto immigrati sbilanci le posizioni in vista delle municipali del 2011.
Fernando Navarro SordoEuropa451Qui il video dell'intervento di Fernando Navarro a France 24
 Foto: twocentsworth/Flickr Il Ministro della Giustizia spagnolo Francisco Caamaño ha annunciato che farà rientrare nella "Legge sulla Libertà Religiosa e di Coscienza" che presenterà in autunno il divieto del burqa. Un'ondata di provvedimenti che, dopo Belgio e Francia, si diffondono ovunque in Europa. Ieri il Ministro della Giustizia spagnolo, Francisco Caamaño, ha annunciato che nella legge per la "Libertà Religiosa e di Coscienza" che il Governo sta preparando non esclude di regolamentare (leggi vietare) l'uso del burqa come richiesto da numerose municipalità in Spagna, sopratutto catalane. La città di Barcellona, più altri sei comuni catalani, hanno infatti già emesso un decreto per impedire l'uso del velo integrale (a cui, per equità, sono stati aggiunti casco e passamontagna) nei luoghi pubblici. La norma si richiama, come ovunque, all'obbligo di riconoscibilità dell'individuo. Tale norma dovrebbe rientrare nella Ley de Libertad Religiosa y de Conciencia (Legge di Libertà Religiosa e di Coscienza) che il Governo ha in cantiere da mesi, in seguito alle polemiche su velo e burqa che stanno, come ovunque in Europa, animando la Spagna. Caamaño ha infatti invocato, a sostegno di questa proposta, motivi di «sicurezza» e la «libertà e dignità della donna» ma, anche, la necessità di «mettere ordine in questo tipo di questioni». Ricordiamo la polemica che ha seguito l'espulsione della giovane Najwa Malha dal suo istitutivo della provincia di Madrid a causa del velo islamico. Dopo questo episodio molte scuole hanno cambiato il loro statuto per includere il divieto di “capo coperto”: in Spagna, al momento, una decisione del genere spetta, per quanto riguarda le scuole, al consiglio di istituto, e per quanto riguarda le regione alle Comunità autonome. Il progetto di legge dovrebbe arrivare alla Cortes Generales (il Parlamento spagnolo) in autunno. Il Ministro alle Pari Opportunità, Bibiana Aído, è sulla linea del Governo: «Questo tipo di argomento ha bisogno di una riflessione seria, e la Legge sulla libertà religiosa è il luogo adatto. Il burqa e gli altri veli integrali attentano la dignità della donna. Mi piacerebbe che nessuna donna debba portarlo», riporta El Pais. Il quotidiano spagnolo cita anche la dichiarazione di Jaime Rossell, professore di Diritto Ecclesiastico all'Università dell'Estremadura. Secondo lo studioso non è «consigliabile che il legislatore proibisca un solo tipo di indumento. Inoltre la legge attualmente in vigore pone già come limite l'ordine pubblico» e permetterebbe di essere applicata là dove necessario. Dove già è fuori legge
E il velo è già vietato in Francia, insieme a tutti i segni di appartenenza religiosa (legge 1905 sulla laicità), e in moltissime scuole in Belgio: 110 su 129 della comunità francofona, mentre la comunità fiamminga lo ha vietato lo scorso settembre, e l'interdizione sarà effettiva dal prossimo anno scolastico. Sempre Francia e Belgio si stanno giocando il primato di chi arrivi prima a una legge per vietare l'uso del burqa negli spazi pubblici: il Belgio, il 29 aprile scorso, ha fatto passare – in piena crisi politica, subito dopo la caduta del Governo di Leterme – una legge all'unanimità. La Francia ci si avvicina: il Consiglio di Stato francese sta esaminando il provvedimento per il divieto del velo integrale. Il Governo aveva incaricato una Commissione parlamentare per studiare il problema, ed è ora pronto ad andare avanti. Secondo il quotidiano francese Le Figaro il progetto si concentra principalmente su due articoli che puntano a “punire le donne in maniera leggera” e a “sanzionare fortemente chi le obbliga”. Secondo il principio per il quale «nessuno nello spazio pubblico può coprire il suo volto» si può incorrere in multe fino a 150 euro o in uno «stage di utilità pubblica». La grande novità della legge francese è che instaura il delitto della «violenza, della minaccia e dell'abuso di potere o di autorità» per chi impone l'uso del burqa. Il testo passerà al Consiglio di Stato che, ricordiamo, aveva già rifiutato una prima proposta nel marzo scorso, ritenendo che mancassero i fondamenti giuridici (violazione principio di libertà di coscienza). Importante, per il Governo francese, far passare il messaggio che il burqa non si rifiuta in nome della laicità – perché sarebbe un cattivo messaggio per la comunità islamica – anche se ancora non ha chiarito se si porterà avanti il tema della sicurezza o quello della dignità della donna.
Parlando di sondaggi
Secondo un'inchiesta che ha toccato 21mila cittadini di quattordici Paesi Ue, realizzata dalla fondazione spagnola BBVA e coordinata da Ipsos, solo il 28% dei cittadini sono d'accordo sull'uso del velo nelle scuole, mentre il 50% è contrario, riporta il quotidiano spagnolo ABC. I Paesi che ci si oppongono maggiormente sono la Bulgaria, la Francia, la Germania, la Svizzera, il Belgio e la Grecia. Va detto che il 62% degli intervistati considera i valori cristiani una caratteristica europea. Nel caso spagnolo, riporta ABC, il 28% dei cittadini intervistati è d'accordo con il velo, mentre il 21% non se ne interessa. Ricordiamo che ci sono circa 14 milioni di musulmani – secondo uno studio della fondazione culturale tedesca ZentralInstitut Islam Archiv Deutschland – che già vivono nei Paesi Ue (non Europa, dove se si considerano gli oltre otto milioni dei Paesi di area Balcanica e i venti milioni delle Repubbliche della Federazione russa, si arriva a oltre quaranta). Il Paese con la più grande comunità islamica è la Francia (5,5 milioni, almeno ufficiosamente, visto che le statistiche etniche sono vietate), seguito dai Paesi Bassi (non in termini di cifre, vista la grande differenza di popolazione) dove, il 6% della popolazione è musulmana. Francesca BarcaEuropa451Sullo stesso argomento leggi:Francia: se il fast-food diventa halal Fatima Mohamed Kaddur: «Il Partito Popolare spagnolo mi ha usata come simbolo di integrazione»
 Foto: Bénédicte Salzes Fátima Mohamed Kaddur, 45 anni e originaria di Melilla, è una consigliera comunale della provincia spagnola di Siviglia. Il cinque maggio scorso ha lasciato il Partito Popolare spagnolo: «Mi hanno detto “basta parlare del velo"». Intervista.
Fátima Mohamed Kaddur è originaria di Melilla, enclave spagnola in Marocco a grande maggioranza mussulmana. Vive, ed è consigliere comunale (fino a due giorni fa del Partito Popolare spagnolo, ora nel gruppo misto) di Gines, un comune in provincia di Siviglia con poco più di 12mila abitanti. Già due anni fa è stata al centro dell'attenzione mediatica in seguito a una polemica nata con Mariano Rajoy, segretario nazionale del Partito Popolare spagnolo. Quest'ultimo aveva lanciato l'idea di “regolamentare” il velo in Spagna sul modello francese dove, come tutti gli altri segni religiosi, è vietato a scuola così come nelle funzioni statali. In quell'occasione Mohamed Kaddur si era esposta contro Rajoy al grido di «il velo è integrazione». All'epoca era sicura che il Pp l'avesse capita: «Nel mio partito mi sento integrata, rispettata e voluta. Quando si sente dire che il Pp è razzista è semplicemente una menzogna».
Mercoledì 5 maggio Mohamed Kaddur ha abbandonato il Pp: «Due anni fa dicevo che non c'era nessun problema nel mio Partito riguardo al velo. Bhé, era una menzogna. Mi chiamarono dal Partito, dopo un'intervista al quotidiano spagnolo Publico.es, dicendomi “basta interviste sul velo”. Da quel momento mi sono sentita messa sotto veto e discriminata. Non venivo avvisata, non mi tenevano in considerazione per nulla. I dirigenti del Partito non volevano parlare con me. Dopo la storia di Najwa e le dichiarazioni dei dirigenti della Provincia di Madrid (del Pp) mi sono detta: “Me ne vado, non posso più dividere degli ideali con questa gente”». Mohamed Kaddur si riferisce al caso di Najwa Malha, 16 anni, espulsa un mese fa dall'istituto Camilo José Cela, a Pozuelo de Alarcón, provincia di Madrid, perché porta il velo islamico. La decisione è stata presa sulla base del regolamento dell'Istituto, che vieta di portare in classe qualsiasi “gorras”, “berretta”, che copra la testa. A Najwa è stata poi trovata un'altra scuola disposta ad accoglierla, ma la polemica sta facendo discutere la Spagna, soprattutto in un momento in cui il Belgio vieta il burqa e la Francia ha una legge quasi pronta. In seguito a questo episodio, che definisce «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», si è dimessa.
 Foto: B. Salzes Perché per due anni ha agito come se non ci fosse nessun problema, anzi come se fosse un punto d'onore per il Pp?
«Dopo l'intervista a Pubblico.es ho aspettato che qualcuno facesse un passo verso di me. Mi hanno usato, si sono fatti fare delle foto con me per vendere l'integrazione. E ora mi gettano via. E ora lo dico pubblicamente. Per ora continuerò a fare politica, integrando il gruppo misto, ma sono aperta ad ogni tipo di proposta, anche se per ora non ho incontrato e non ha discusso con nessun altro partito».
Cosa pensa della polemica europea su velo e sul burqa?
«Io parlo a partire dalla Spagna, dove la Costituzione non menziona il divieto del velo e dove, anzi, tutela la libertà religiosa. Non sono d'accordo con il burqa, ma preferisco non entrare nella polemica perché è una cosa che non conosco e che non fa parte della mia cultura. Quello che sto dicendo, semplicemente, è che quello che porto (hijab, ndr) è un simbolo delle mie radici, della mia identificazione, della mia cultura. Per questo lo difendo e per questo appoggio Najwa». Pensa che all'interno del Pp ci siano tendenze islamofobe o razziste?«No, quello che c'è è dell'ignoranza riguardo all'hijab: non si tratta di un simbolo di sottomissione all'uomo. Una volta solo schiavi e prostitute mostravano il loro corpo, e quest'uso è stato raccolto dalle scritture religiose mussulmane. L'hijab oggi significa solo sottomissione a Dio, non ha niente a che fare con gli uomini». Pensa che la fede mussulmana sia realmente compatibile con l'adesione a un partito di radici cattoliche come il Partito Popolare? «Aborro confondere la politica con la religione. E ho sempre evitato di definirmi policamente in maniera religiosa. Ho sempre rispettato le altre religioni e non chiedo nient'altro che lo stesso nei miei confronti». Bisognerebbe creare anche in Spagna un partito islamico che rappresenti gli interessi dei mussulmani? «Esiste già (Renacimiento y Unión, ndr) e si presenteranno alle elezioni municipali del 2011 e alle nazionali del 2012. Per ora non ho considerato la possibilità di militare in questo partito. Ho bisogno di tempo per riflettere al mio futuro politico, sapendo che è questo quello che voglio: restare in politica». Fernando Navarro Sordo e Francesca BarcaEuropa451Qui l'intervista fatta a Mohamed Kaddur nel 2008. Le foto sono di Bénédicte Salzes. Leggi anche: Velo islamico: un fronte di "No". In nome di cosa? Francia: se il fast-food diventa halal Italia: il Pd propone una legge per il crocifisso
 Foto: deepchi1/Flickr La decisione spetta a un gruppo di meno di venti persone, tra professori, genitori, alunni e rappresentati dell'amministrazione. Ecco chi decide se è lecito o meno il velo islamico nelle scuole spagnole: il consiglio scolastico di ogni istituto. Ovviamente dopo l'ultimo caso di cronaca (Najwa Malha, 16 anni, espulsa dall'istituto Camilo José Cela, a Pozuelo de Alarcón, provincia di Madrid) ci si interroga se per caso non tocchi allo Stato mettere mano a questo problema. " En el interior del edificio no se permitirá el uso de gorras ni deninguna otra prenda que cubra la cabeza": questo il regolamento della scuoal di Najwa. Si parla di “gorras”, “berrette”. Su El Pais Iván Jiménez-Aybar, avvocato di Najwa, sostiene che non era facile prevedere – benché la famiglia di Najwa, che tra l'altro le aveva sconsigliato di mettersi il velo, fosse a conoscenza del regolamento – che il codice scolastico si potesse applicare anche al velo. Dice Jiménez-Aybar : «La comunicazione (con lo studente) diventa difficile quando porta un capo che può nascondere il volto e quindi non ci si rende conto se ci sta guardando, se dorme o se ascolta musica. Non credo che l'uso dell'hiyab possa volontariamente causare problemi in classe o rendere difficile l'interlocuzione». Allora com'è possibile che venga applicato a questo caso? Per Jiménez-Aybar probabilmente il problema è stato sollevato da qualche altro alunno che voleva portate a scuola un qualunque tipo di berretto (Najwa Malha è andata a scuola con il suo velo per circa un mese prima che si scatenasse la polemica) e che ha usato il caso di Najwa per lamentarsi. Quasi due anni fa ho intervistato, a Gines, un comune a pochi chilometri da Siviglia, Fátima Mohamed Kaddur (che ora ha cambiato opinione), consigliera comunale per, udite udite, il Partito Popolare spagnolo. All'epoca la signora era su tutti i giornali andalusi per una polemica – strumentale secondo lei, sostanziale secondo me – nata quando il Mariano Rajoy, segretario del Pp, aveva lanciato la proposta di restrizioni all'uso del velo, sopratutto nelle scuole, sul modello francese. La reazione di Fátima? «Il velo non si tocca. Il velo è integrazione, e lavoro per questo. Io non mi sento discriminata. Ad esempio vado al Rocío con le donne con le quali lavoro, mi vesto da“flamenca”, ma con il velo. Questo rappresenta l’integrazione piena e serve, a titolo di esempio, a combattere il razzismo contro gli immigrati». Sicuramente, anche se la posizione sembra un po' utopica, qualcosa di vero c'è. Francesca BarcaEuropa451Qui l'intervista a Fátima Mohamed Kaddur Leggi anche: Francia: se il fast-food diventa halal Italia: il Pd propone una legge per il crocifisso
 Siviglia: I Reales Alcazares (Foto: Bénedicte Salzes) Saranno anche senza Governo, c'avranno da pensare alle elezioni anticipate... Ma il tempo di far passare al Parlamento (e all'unanimità) la legge "anti-burqa" è rimasto. Ieri il Belgio, spaccato dalle dimissioni di Leterme e dalla questione linguistica, ha dato il via al percorso parlamentare per l'abolizione nello spazio pubblico dei “capi di abbigliamento che non rendono identificabili”. E presto anche la Francia prenderà lo stesso provvedimento. Una questione di sicurezza Il Parlamento belga ha approvato, giovedì 29 aprile, la legge che vieta l'uso del burqa (anche se non è direttamente nominato) in tutti i luoghi pubblici. La norma, che era stata proposta dai liberali fiamminghi e francofoni, aveva già fatto l'unanimità il 31 marzo scorso. Ieri il provvedimento è passato con 136 voti e due astensioni. Un chiaro «Sì, lo voglio». La legge, se approvata, sarà un primo in Europa. Il Senato ha ora un periodo di quindici giorni per studiare la proposta, più un rinvio, eventuale, di sessanta giorni, per proporre emendamenti. Il fatto che il Governo sia in crisi e che presto le Camere verranno sciolte potrebbe far annullare il provvedimento. I soli a sollevare dubbi sono i Verdi, che hanno fatto sapere, dal loro capogruppo al Parlamento, Muriel Gerkens, che al Senato chiederanno l'intervento del Consiglio di Stato, riporta il sito belga 7sur7. Va detto che si tratta di un provvedimento altamente simbolico (e ci si domanda “per chi?”) visto che la maggior parte dei mussulmani che vivono in Belgio sono di origine turca o magrebina. A Bruxelles l'anno scorso sono state fermane 29 persone per aver infranto la “regola”. Formalmente, alla base del provvedimento, c'è il principio della riconoscibilità dell'individuo negli spazi pubblici. Una questione di sicurezza, appunto. Questo non toglie che i deputati in Parlamento abbiamo parlato di “diritto della donna a non essere rinchiusa in quella prigione”. È escluso dal provvedimento il Carnevale, salvo aver domandato prima apposita autorizzazione. E la Francia... Il Consiglio di Stato francese esaminerà, il 19 maggio prossimo, il provvedimento per il divieto del velo integrale. Il Governo aveva incaricato una Commissione parlamentare per studiare il problema, ed è ora pronto ad andare avanti. Secondo il quotidiano francese Le Figaro il progetto si concentra principalmente su due articoli che puntano a “punire le donne in maniera leggera” e a “sanzionare fortemente chi le obbliga”. Secondo il principio per il quale «nessuno nello spazio pubblico può coprire il suo volto» si può incorrere in multe fino a 150 euro o incorrere in uno «stage di utilità pubblica». La grande novità della legge francese è che instaura il delitto della «violenza, della minaccia e dell'abuso di potere o di autorità» per chi impone l'uso del burqa. In questo caso si può incorrere in un anno di prigione o in 15mila euro di ammenda. Il testo passerà al Consiglio di Stato (con valore consultivo) che, ricordiamo, aveva già rifiutato una prima proposta nel marzo scorso, ritenendo che mancassero i fondamenti giuridici. Importante, per il Governo francese, far passare il messaggio che il burqa non si rifiuta in nome della laicità – perché sarebbe un cattivo messaggio per la comunità islamica – anche se ancora non ha chiarito se si porterà avanti il tema della sicurezza o quello della dignità della donna. Francesca BarcaEuropa451La foto in alto è di Bénédicte Salzes. Qui il suo sito. Sullo stesso argomento leggi: Crisi del Governo belga: una questione linguisticaDivieto del burqa, più unanimi di così si muoreFrancia: se il fast-food diventa halalL'Europa non è cattolica? Sicuramente è anti-mussulmanaE il nostro dossier " L'Europa e l'identità (religiosa)"
 Foto: higlu/Flickr La Sigo (Società italiana di ginecologia e ostetricia) ha pubblicato i dati relativi all'uso della pillola del giorno dopo. L'uso di questo contraccettivo sarebbe aumentato nel 2009. Allo stesso tempo una senatrice del Pdl propone una legge per l'obiezione di coscienza dei farmacisti. Lo leggo sul blog di Flavia Amabile sul La Stampa di ieri. La Amabile riporta: «Nell’ultimo anno sono state vendute circa 50mila scatole in più di pillola del giorno dopo, passando da 320mila confezioni vendute a 370mila. E in molti casi questo è l’unico tipo di contraccezione adoperato dalle giovani, visto che il 58% delle ragazze afferma di non utilizzare metodi contraccettivi perché non li hanno a portata di mano». E il dato stupisce per due motivi. Primo sappiamo che “guerra”, e lo dico per non usare il termine religioso “calvario”, sia per una ragazza prendere la pillola del giorno dopo: se la guardia medica – e non è un caso raro – è un obiettore di coscienza succede che, o non te la prescrive, o ti sottopone alla terapia “stai uccidendo una vita”. Per cui significa che, nonostante questo boicottaggio, il farmaco è utilizzato. Secondo mi chiedo anche quanto questo non sia dovuto alla mancanza di una educazione sessuale e anti- contraccettiva più intelligente. Oggi leggo su Il Corriere della Sera che la Senatrice Ada Spadoni Urbani ha proposto a Palazzo Madama un disegno di legge “Disposizioni in materia di obiezioni di coscienza dei farmacisti nella dispensa dei farmaci rientranti nella contraccezione di emergenza”. Questo significa che i farmacisti potranno rifiutarsi di darci la pillola che ci è stata prescritta dall'obiettore precedente? Amen Francesca BarcaEuropa451
 Foto: ARTESAGRA@MONDOPOPGALLERYRoma La querelle sul crocefisso, dopo la sentenza della Corte Europea di Strasburgo del 3 novembre scorso, continua a questionare l’identità italiana prima, europea poi. Franco Frattini si è recato, il 26 gennaio, al Consiglio d'Europa a Strasburgo (del quale la Cedu è emanazione) per rivendicare la necessità delle “radici cristiane” nel Trattato di Lisbona. Il Ministro degli Esteri ha auspicato fortemente che il ricorso del Governo italiano alla Cedu venga accolto per “difendere un sentimento profondissimo del popolo italiano, un principio fondamentale che tocca l'identità del Paese”. A rendere evidente questa necessità c'è un progetto di legge, presentato al Senato il 18 dicembre 2009 scorso, firmato niente popò di meno che da undici senatori del Pd: Stefano Ceccanti, Vannino Chiti, Franca Chiaromonte, Mauro Del Vecchio, Roberto Di Giovan Paolo, Paolo Giarretta, Giuseppe Lumia, Alberto Maritati, Roberta Pinotti, Giorgio Tonini e Tiziano Treu. Rifacendosi a due ordinamenti locali (uno in Baviera e uno in Castiglia), esortano il Parlamento a “ le sue responsabilitàù” e a legiferare finalmente sulla questione del crocefisso. Sulla sua presenza o meno nelle scuole e nei luoghi pubblici in generale c'è, infatti, un “vuoto giuridico” che risale agli anni Venti: era stato dichiarato obbligatorio dal Ministro Rocco nel 1924, dichiarato parte degli arredi scolastici obbligatori negli anni Sessanta da parte del Ministero dell’Istruzione ma, con il Concordato del 1984 – con il quale la religione cattolica non è più considerata “di Stato” – le vecchie leggi non sono state né abrogate, né rafforzate. La Corte Costituzionale, in ultimo, con una sentenza del 2004, ritiene di non potersi pronunciare sulla questione perché “non competente”. Cristo e la Costituzione Per i Senatori del Pd è necessario colmare questo vuoto in modo da chiudere una questione che fa dibattere da anni. A sostegno delle loro tesi si rifanno al pensiero di Augusto Barbera, professore di Diritto Costituzionale a Bologna, Ministro (per quattro giorni) nel Governo Ciampi e deputato eletto nelle liste del Pci prima e del Pds poi. Secondo Barbera “adottando tale lettura la Corte [Europea] è venuta meno ai “margini di apprezzamento statale” nell’applicazione della Convenzione europea; vale a dire è venuta meno a quell’orientamento giurisprudenziale che è solita seguire al fine di leggere le norme della Convenzione europea dei diritti rispettando il più possibile le tradizioni costituzionali nazionali”.
La Cedu, quindi, ha violato la “giurisdizione” nazionale, ispirandosi a orientamenti, come quello turco o francese, troppo lontani dal modello italiano; a questo si aggiunge, secondo Barbera, la diretta discendenza dell'illuminismo e del costituzionalismo da Gesù di Nazaret: “A me sembra riduttivo ritenere la Croce solo un simbolo di identità nazionale. È molto di più. Anche per chi non ha il dono della Fede (…)non può ignorare che Gesù di Nazaret è comunque un figlio di uomo (“Figlio dell’Uomo”), grande protagonista della storia dell’umanità. (…) Il sacrificio di Cristo, “di Gesù, ebreo di Galilea”, ha alimentato movimenti religiosi su cui si fondano non solo i valori più profondi dell’Europa ma gli stessi valori del costituzionalismo liberaldemocratico”. Con queste premesse la proposta di legge è la seguente: 1) In considerazione del valore della cultura religiosa, del patrimonio storico del popolo italiano e del contributo dato ai valori del costituzionalismo, come segno del valore e del limite delle costituzioni delle democrazie occidentali, in ogni aula scolastica, con decisione del dirigente scolastico, è affisso un crocifisso. 2) Se l’affissione del crocifisso è contestata per motivi religiosi o di coscienza dal soggetto che ha diritto all’istruzione, ovvero dai suoi genitori, il dirigente scolastico, sulla base del princìpio di autonomia scolastica, nel rispetto dei princìpi di tutela della privacy e di non discriminazione nonché tenendo conto delle caratteristiche della comunità scolastica, cerca un accordo in tempi brevi, anche attraverso l’esposizione di ulteriori simboli religiosi. 3) Qualora non venga raggiunto alcun accordo ai sensi del comma 2, nel rispetto dei princìpi di cui al medesimo comma 2, il dirigente scolastico adotta, previo parere del consiglio di circolo o di istituto, una soluzione che operi un giusto contemperamento delle convinzioni religiose e di coscienza di tutti gli alunni della classe coinvolti e che realizzi il più ampio consenso possibile. Religione e cultura sovrapposte quindi. E alla base il principio secondo il quale la croce smette di essere (solo) un simbolo religioso per assurgere a simbolo culturale di una nazione. La croce come il tricolore quindi? In Italia pare che stia prendendo questa connotazione. Sul Il Giornale del 10 gennaio scorso Marcello Veneziani parlava degli italiani come di un “grande popolo in un piccolo Stato, una nazione con una grande personalità e una piccolo-media statura”, tanta “italianità”, ma molto poca “Italia”. A dispetto di un'identità nazionale che pare debole, perché non consolidata, ci rivolgiamo al crocefisso invece che al tricolore. E ne facciamo una legge, arrabbattando, all'ultimo e di fronte a un'Europa che chiede sempre di più, un'identità che ha odore di sagrestia invece che di Costituzione. Francesca Barca Europa451Articolo pubblicato su Agoravox Italia il 31 gennaio 2010.
 Jordon/Flickr Dal luglio scorso otto degli oltre 350 ristoranti Quick in Francia stanno sperimentando il fast food halal. Si tratta di una “prova” che dovrebbe durare sei mesi per poi essere estesa ad altri ristoranti. Quick è la risposta franco-belga al Mac Donald's: fondata nel 1971 in Belgio, è stata la prima catena di ristorazione rapida in Europa con oltre 400 fast-food sul continente. Diventata francese nel 2006 – aquistata dalla Caisse des dépôts et des consignations (Cdc), ente finanziario pubblico francese – è diffusa soprattutto in Belgio, Francia e Lussemburgo. Concretamente, l'esperimento halal consiste nel fatto che il bacon è bandito dagli hamburger, sostituito con del tacchino affumicato, mentre per la carne di manzo viene assicurata la macellazione secondo il rito religioso islamico.
L’islamizzazione della Francia
L'esperimento va avanti da luglio, ma la polemica è nata dopo che Marine Le Pen, il 14 febbraio scorso, ha denunciato l'iniziativa in un'intervista a Canal plus. Per la presidentessa del Front National “quelli che non mangiano halal non avranno nemmeno possibilità di scelta”. Marine Le Pen arriva poi a sostenere che sono tutti i contribuenti francesi a pagare la “tassa islamica” (la tassa per la macellazione rituale, ndr) perché Quick è, di fatto, a una società francese: «Qualium investissement, la società che possiede il 99,63 % del capitale di Quick, non è altro che una filiale d’investimento della Caisse des Dépôts et Consignations, braccio finanziario dello Sato […]. È dunque lo Stato che sta dietro questo processo d’islamizzazione forzata della Francia e di messa in atto della tassa islamica”. Il lunedì successivo (15 febbraio) è il turno di René Vandierendonck, sindaco socialista di Roubaix, città della regione Nord Passo di Calais (una delle otto dove si sperimenta l'halal), che sul quotidiano La voix du Nord dichiara: "Mi felicito della scelta di Quick. Diventa però discriminante quando si tratta della sola scelta possibile". In seguito al rifiuto di Quick di modificare la sua politica il comune ha denunciato la catena di fast-food alla Halde, l'organismo francese per la lotta alla discriminazione. Da parte sua la direzione di Quick si dice decisa a continuare l''esperimento per "poter valutare la fattibilità tecnica di quest'offerta commerciale", aggiungendo che la scelta di prodotti “non halal” resta, dal pesce alla birra. Mohammed Moussaoui, presidente del Consiglio francese dei Culti musulmani (Cfcm: organo creato da Sarkozy nel 2003 e che raggruppa la maggior parte delle associazioni islamiche, ndr), aggiunge che in Francia ci sono da sempre ristoranti solo halal o solo kasher (ammessi secondo il rituale ebraico) e che la cosa non ha mai sollevato nessun problema.
Va ricordato che la polemica si colloca nel clima pre-elettorale: il 14 e il 21 marzo prossimi, infatti, i francesi si recheranno alle urne in 26 consigli regionali. Elezioni nelle quali, tra l’altro, sono state approvate due liste, una nella regione della Franca Contea e l’altra in Mosella, che si di richiamano alla lega ticinese del “no ai minareti”. A questo si aggiunga la recente discussione sulla possibilità di vietare il burka e il dibattito sull’identità nazionale francese per capire in che contesto una scelta del genere possa venire letta. Più 30% con l’halal Il sito Al-Khanz.org, che si occupa degli interessi dei consumatori islamici, ha rivoltato l'argomento chiedendosi se si sarebbe scatenata la stessa polemica se Quick avesse deciso di vendere solo biologico o solo messicano. Il suo fondatore, Fateh Kimouche, in un'intervista al sito Le Postdice che “nella scelta di Quick non c'è nessuna filantropia, si tratta di business”. Kimouche sostiene – anche se Quick si rifiuta per il momento di confermare i dati – che nel ristorante di Villeurbanne, cittadina vicino a Lione parte dell'esperimento halal, gli affari siano aumentati del 30% durante la prima settimana, mentre ad d'Argenteuil, nella regione parigina, il ristorante ha dovuto chiudere prima per mancanza di scorte. Pare inoltre che gli otto ristorante scelti fossero tutti in perdita. Il mercato dell'halal in Francia, secondo Solis, società che si occupa di studi di mercato etnici, ha avuto un giro d'affari, nel 2009, di quattro milioni di euro, che potrebbero diventare cinque nel 2010. Se si pensa che il biologico, decisamente più di moda, è intorno ai 2,6 milioni, il tornaconto è evidente. E Quick non è il solo a fare questa scelta: la catena americana Kentucky Fried Chicken sostiene di vendere, nei suoi oltre cento ristoranti in Francia, solo pollo halal anche se la certificazione non è mai stata ufficialmente esibita e non tutti i ristoranti espongono l’informazione. La questione non è nuova, e si è già posta fuori dalla Francia: Mac Donald’s serve, infatti, carne halal in alcune città americane con una grossa comunità mussulmana e in sei ristoranti in Australia. L’azienda ha, inoltre, ha tentato, tra il 2006 e il 2007, lo stesso esperimento che Quick sta lanciando in Francia a Londra, ma ha rinunciato per mancanza di una risposta positiva da parte del mercato. Non della politica, appunto. Regole di mercato, quindi. E effettivamente se consideriamo che nell’Ue si parla di quindici milioni di musulmani, di cui cinque solo in Francia – che arrivano a quaranta se contiamo i Paesi di area balcanica e i Paese dell’ex Urss – il calcolo è presto fatto. Il tutto dipende se la scelta di Quick la si intende come business o come discriminazione (nei confronti del consumatore non musulmano). Dubitando di una scelta filantropica o direttamente discriminatoria da parte di Quick ci si chiede se la regola di mercato – in questo caso quella dell’halal – si debba bloccare di fronte al diritto del cittadino non mussulmano (o cattolico?) di mangiare maiale. Lo stesso principio non è certo applicato, per esempio, ai vegetariani: difficilmente un ristorante francese propone un’opzione vegetariana, e questo nonostante il fatto che il 2% della popolazione abbia fatto questa scelta. Eppure, laddove sono più numerosi la scelta si impone: in Gran Bretagna, secondo la Vegetarian Society, il 7% della popolazione è vegetariano, percentuale che arriva al 12% tra i giovani. E questo è probabilmente il motivo per il quale praticamente tutti i ristoranti inglesi hanno un menu vegetariano. Compresi i Macdonald’s e i Burger King. Francesca BarcaEuropa451Articolo pubblicato su Agoravox ItaliaSullo stesso argomento leggi: Divieto del burqa, più unanimi di così si muoreL'Europa non è cattolica? Sicuramente è anti-mussulmanaE il nostro dossier " L'Europa e l'identità (religiosa)"
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