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Foto: deepchi1/Flickr
La decisione spetta a un gruppo di meno di venti persone, tra professori, genitori, alunni e rappresentati dell'amministrazione. Ecco chi decide se è lecito o meno il velo islamico nelle scuole spagnole: il consiglio scolastico di ogni istituto. Ovviamente dopo l'ultimo caso di cronaca (Najwa Malha, 16 anni, espulsa dall'istituto Camilo José Cela, a Pozuelo de Alarcón, provincia di Madrid) ci si interroga se per caso non tocchi allo Stato mettere mano a questo problema. "En el interior del edificio no se permitirá el uso de gorras ni deninguna otra prenda que cubra la cabeza": questo il regolamento della scuoal di Najwa. Si parla di “gorras”, “berrette”. Su El Pais Iván Jiménez-Aybar, avvocato di Najwa, sostiene che non era facile prevedere – benché la famiglia di Najwa, che tra l'altro le aveva sconsigliato di mettersi il velo, fosse a conoscenza del regolamento – che il codice scolastico si potesse applicare anche al velo. Dice Jiménez-Aybar : «La comunicazione (con lo studente) diventa difficile quando porta un capo che può nascondere il volto e quindi non ci si rende conto se ci sta guardando, se dorme o se ascolta musica. Non credo che l'uso dell'hiyab possa volontariamente causare problemi in classe o rendere difficile l'interlocuzione». Allora com'è possibile che venga applicato a questo caso? Per Jiménez-Aybar  probabilmente il problema è stato sollevato da qualche altro alunno che voleva portate a scuola un qualunque tipo di berretto (Najwa Malha è andata a scuola con il suo velo per circa un mese prima che si scatenasse la polemica) e che ha usato il caso di Najwa per lamentarsi. 

Quasi due anni fa ho intervistato, a Gines, un comune a pochi chilometri da Siviglia, Fátima Mohamed Kaddur (che ora ha cambiato opinione), consigliera comunale per, udite udite, il Partito Popolare spagnolo. All'epoca la signora era su tutti i giornali andalusi per una polemica –  strumentale secondo lei, sostanziale secondo me – nata quando il Mariano Rajoy, segretario del Pp, aveva lanciato la proposta di restrizioni all'uso del velo, sopratutto nelle scuole, sul modello francese. La reazione di Fátima? «Il velo non si tocca. Il velo è integrazione, e lavoro per questo. Io non mi sento discriminata. Ad esempio vado al Rocío con le donne con le quali lavoro, mi vesto da“flamenca”, ma con il velo. Questo rappresenta l’integrazione piena e serve, a titolo di esempio, a combattere il razzismo contro gli immigrati». Sicuramente, anche se la posizione sembra un po' utopica, qualcosa di vero c'è.

Francesca Barca
Europa451

Qui l'intervista a Fátima Mohamed Kaddur

Leggi anche: 
Francia: se il fast-food diventa halal 
Italia: il Pd propone una legge per il crocifisso
 


Comments

02/18/2011 23:32

To cease smoking is the easiest thing I ever did. I ought to know because I've done it a thousand times.

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