Europa451, laboratorio di giornalismo transnazionale e europeo


 
Picture
B Tal/Flickr


Robert Schuman e Jean Monet, i padri fondatori dell'attuale costruzione europea, erano due ferventi cattolici. Ma non fecero della loro fede, sempre vissuta con discrezione, una questione fondamentale per l'Ue. Ciononostante, la bandiera europea è un geroglifico cristiano. 


Molti europei negli anni Ottanta pensavano che le dodici stelle della bandiera europea corrispondessero ai dodici Paesi membri dell'Unione. Si sbagliavano. E infatti i successivi allargamenti non hanno aumentato il numero di stelle. Le dodici stelle sulla nostra bandiera rappresentano la corona sopra il capo della vergine Maria e, last but not least, il colore blu  è il colore mariano per eccellenza. A chiudere il cerchio? La bandiera è stata approvata al Consiglio d'Europa l'8 dicembre 1955, il giorno dell'Immacolata concezione. Tre giorni dopo il Consiglio d'Europa ha inaugurato una vetrata della cattedrale di Strasburgo con un'immagine della vergine incoronata con un'aureola di dodici stelle. Il suo autore, il disegnatore, l'alsaziano Arsène Heitz, ha tranquillamente spiegato più volte l'ispirazione religiosa della sua opera. 


Fernando Navarro Sordo
Europa451

 
 

Domenica 29 novembre gli svizzeri si sono pronunciati con un referendum popolare – con il 57% dei voti favorevoli – contro la costruzione di minareti su tutto il territorio nazionale. L'iniziativa, originariamente proposta dal parlamentare cantonale ticinese Lorenzo Quadri – membro del movimento Lega dei Ticinesi, formazione politica populista e antieuropea che si è distinta per il rifiuto alla naturalizzazione degli immigrati – è stata poi sostenuta dall'Unione democratica di centro, partito conservatore al governo. L'iniziativa parlamentare, ora legge, vieta la costruzione di minareti richiamandosi all'identità cattolica della Svizzera che nella Costituzione ticinese (non federale) riconosce la “Chiesa cattolica apostolica romana e la Chiesa evangelica riformata come personalità di diritto pubblico”, mentre la Costituzione federale, nell'articolo 15, si limita a garantire la “libertà di credo e di coscienza”. 

Picture

Secondo l'iniziativa parlamentare il minareto serve a “marcare il territorio” e il divieto della sua costruzione permetterebbe di preservare l'identità culturale (cattolica?) svizzera. Ricordiamo che in tutto il Paese esistono solo quattro minareti e che la popolazione mussulmana svizzera non ha mai avuto particolari problemi di integrazione, provenendo in gran parte dalla Turchia o dalla Bosnia. Secondo il censimento realizzato nel 2000 in Svizzera dall'Ufficio federale di statistica (Ofs) solo per il 16% degli svizzeri la religione ha un “ruolo importante”. Questo viene anche messo in evidenza dal fatto che negli dal 1990 al 2000 il numero di fedeli praticanti (per le due maggiori religioni svizzere, la cattolica e la protestante) è sceso del 10%. Il 38,5% dei cattolici elvetici dichiara di non andare in chiesa, contro il 50,7% dei protestanti. La Svizzera non è, quindi, così diversa dal resto d'Europa: secondo un sondaggio Eurostat condotto nel 2005 la religione è un elemento fondamentale della vita per il 53% degli intervistati. In generale il 49,5% dei cittadini europei è cattolico, il 12,7% protestante, l'8,6% ortodosso, il 15,7% musulmano, lo 0.4% israelita. E un abbondante 25,4% si dichiara “non religioso”. Ma quando si tratta di moschee torniamo tutti all'ovile della grotta di Betlemme e rivendichiamo forte e chiaro che “sì, siamo cattolici”. 

Le risposte all'iniziativa elvetica? Il partito fiammingo di estrema destra Vlaams Belang, nelle parole di Filip Dewinter, si felicita del risultato, proponendo di estendere il provvedimento anche in Belgio; stessa cosa il Partito della libertà (per intenderci quello di Geer Wilders, che paragona il Corano al Main Kampf) in Olanda. Il vice Presidente del Front National, Marine Le Pen, si richiama alla volontà popolare degli europei: “Le élite dovrebbero ascoltare le paure e le aspirazioni del popolo europeo e che rifiuta i simboli dei gruppi religioso-politici musulmani”. Più colorita, come spesso accade, la reazione italiana: per l'ex Guardasigilli Roberto Castelli è ora giunto il momento di mettere la croce anche sul tricolore italiano. Marcare il territorio, quindi. Se il minareto non è un simbolo religioso, ma politco, bisogna rispondere marcando con il nostro simbolo. In un periodo, ormai sempre più lungo, in cui l'influenza religiosa perde piede ovunque in Europa rispondiamo e rivendichiamo che sì, siamo cattolici. E il crocefisso lo vogliamo eccome. 
Picture

Marcare il territorio


il collegamento con la recente decisione della Corte Europea di Strasburgo è immediato. E lo esplicita Ulrich Schlüer, politico svizzero dell'Unione Democratica del Centro (Udc): “Ora i paesi cristiani non posso più esporre simboli cristiani (…) ma siamo tenuti ad esporre simboli mussulmani”. Il 3 novembre scorso la Corte Euorpea dei Diritti dell'uomo di Strasburgo ha appunto dichiarato che il crocefisso nelle scuole italiane è "una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e  [rappresenta una violazione] della libertà di religione degli alunni". Il Governo italiano ha  fatto ricorso e il caso dovrebbe essere ridiscusso tra tre mesi. La questione  è stata sollevata da Soile Lautsi, cittadina italiana di origine finlandese e simpatizzante dell'Uaar (Unione atei e agnostici razionalisti). Da sinistra a destra i partiti politici italiani hanno reagito unanimemente alla decisione: “Il crocefisso è il segno della nostra identità culturale (per alcuni), per altri è il simbolo dell'identità religiosa italiana prima, europea poi. Anche per chi cattolico non si considera, abbandonare il crocefisso fa paura. E il dibattito sulla sua presenza nelle scuole (sollevato, ripetiamolo, da una finlandese laica e razionalista) ha scatenato le polemiche contro l'invasione islamica. Solo un esempio: la Lega Nord sezione di Bergamo finisce il suo articolo sull'argomento senza parlare dei musulmani con il poster “Noi non vogliamo morire islamici”. Su facebook sono nati come funghi gruppi che attaccano, non la Corte Europea, ma i musulmani: “TU nn vuoi il crocifisso in classe? IO nn ti voglio in Italia! Com la metti?”. Quasi settemila “fan” e un wall dal dibattito animatissimo. Che si tinge velocemente di razzismo. 
 
Quella che Marine Le Pen definisce “volontà popolare” va rispettata. Bisognerebbe chiedersi se il referendum è “lo strumento” per questo tipo di decisioni dove il populismo la fa da padrone. E ovviamente è normale interrogarsi sull'identità e sull'allargamento europeo: l'Ue, nonostante la sua debolezza, sta prendendo sempre più importanza nelle nostre vite e il ripiegarsi sull'identità nazionale, regionale e religiosa, pare al momento essere la soluzione più semplice. Un altro problema è che siamo in un'Europa in cui la volontà popolare viene rispettata a fasi alterne: nel 2005 Francia e Paesi Bassi, con referendum popolare, hanno rifiutato la Costituzione Europea. Quattro anni dopo i Governi dei Paesi europei hanno ratificato Lisbona, Forse pensando che cambiando nome alla “cosa” (Trattato di Lisbona per Costituzione europea) la volontà popolare non avesse poi così importanza, Ancora più eccitante il caso irlandese: nel giugno del 2008 gli irlandesi, esprimendo la loro volontà popolare, dicono “no”. Però il questa volontà era quella sbagliata. Un anno dopo, nell'ottobre 2009, sono richiamati alle urne. E hanno cambiato opinione, e di tanto: dal 53,4 per il “no” del 2008, siamo al “67,1” dei sì nel 2009.  


Ora, quello che stupisce, è che sia l'Islam l'altra faccia dell'identità europea: visti i recenti dibattiti parrebbe una questione che tocca molti Paesi europei – i sopracitati Svizzera e Italia, ma anche la Francia che discute del divieto del burka e la Germania che polemizza sulla costruzione di moschee – eppure nei discorsi dei politici (europei) non lo si sente nominare spesso. Alle ultime elezioni europee di giugno 2009 non è praticamente stato nominato. Ci si limita a discutere dell'entrata della Turchia nell'Ue, come se quella mussulmana non fosse già la seconda religione d'Europa. 


Francesca Barca
Europa451


L'articolo è stato pubblicato su Agoravox Italia il 1° dicembre 2009. 

 
 
Quasi tutti lo hanno dimenticato, ma nel 2003 l'Olanda ha appoggiato l'invasione dell'Iraq da parte degli Usa e dei loro alleati. Il 12 gennaio il comitato olandese che investiga su questa scelta pubblica i risultati dei suoi lavori alla luce della scoperta che in Iraq non c'erano armi di distruzione di massa. 


L'attuale Primo Ministro dei Paesi Bassi, il democristiano Jan Peter Balkenende, è stato l'uomo che ha dato l'appoggio, per il suo Paese, alla guerra in Iraq. Quando è poi stata diffusa la notizia che non solo non c'erano armi di distruzione di massa, ma che addirittura si praticava la tortura (compreso anche da membri dell'esercito olandese) lo stesso Balkenende ha chiesto l'apertura di una commissione di inchiesta. Una prima analisi diceva che non vi erano stati casi di tortura, anche se nessuno ha, a questo proposito, interrogato i detenuti o le vittime. Finalmente il sei gennaio 2010 verrà pubblicato il rapporto completo sulla questione. 



Fernando Navarro Sordo


Europa451
Articolo pubblicato il 12 gennaio 2010




 


Create a free website with Weebly