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Foto: jean-pierre jeannin/Flicr
Anche il Marocco si sta mobilitando come le vicine Algeria, Tunisia e Egitto? Anche qui un giovane si è dato fuoco, come a Sidi Bouzid, mentre altri quattro sono stati bloccati. Prevista, su Facebook una manifestazione per il 20 febbraio.

Mourad Raho, 26 anni, si è dato fuoco lo scorso 10 febbraio a Benguerir, una città nel centro del Marocco. Riporta il sito rhamna.org che il giovane era stato licenziato dall'esercito lo scorso luglio. Raho è morto il giorno successivo in ospedale a causa delle ustioni riportate. Pare che dopo “l'esempio” di Mohamed Bouaziz, il giovane tunisino che si è immolato a Sidi Bouzid – cittadina a 300 km a sud di Tunisi e che ha dato vita alle proteste che hanno rovesciato il regime di Ben Ali – siano già quattro i tentativi di giovani che hanno cercato di darsi fuoco nel Regno del Marocco.

Quello che è certo è che le cose iniziano a muoversi in Marocco, almeno su Facebook. Alcuni media, come il caso de El Pais, per citare uno dei più importanti, hanno diffuso la notizia che un appello alla mobilitazione il prossimo 20 febbraio via un gruppo Facebook avesse già raccolto oltre 20mila adesioni.
La notizia, benché parzialmente incorretta, è vera. Esistono però due gruppi Facebook (entrambi in arabo): “Il Movimento del 20 febbraio, il popolo vuole il cambiamento”, che raccoglie ad oggi (venerdì 18 febbraio) 14576 membri e “Movimento di libertà e democrazia ora” che ne ha 9009. Quindi sì, oltre 20mila, ma solo ad oggi. Quello che è certo è che esistono invece decine (solo in francese) di gruppi che si dichiarano contro la manifestazione del 20 febbraio.
Il quotidiano francese La Croix aggiunge che una ventina di associazioni, tra cui l'Associazione marocchina dei diritti umani (AMDH), la Lega marocchina dei diritti umani, il Forum per le alternative del Marocco (FMAS) e Amnesty Marroco hanno manifestato il loro sostegno alla manifestazione del 20 febbraio. «Molti democratici marocchini, soprattutto i giovani, aspirano ad un dei cambiamenti in Marocco. Tranne qualche differenza la situazione marocchina non è troppo diversa da quella tunisina o egiziana: dittatura, Costituzione non democratica, elezioni che non rispettano la volontà popolare, Parlamento illegittimo, Governo senza potere esecutivo, strapotere del Re», ha detto Khadija Ryadi, presidente di AMDH. Ricordiamo che il Marocco è formalmente una monarchia costituzionale, retta da Mohammed VI: si tratta della più antica dinastia monarchica tutt'ora al potere.


E la politica?

Il sito maghrebemergent.info riporta la reazione della politica marocchina: il Ministro della Comunicazione Khalid Naciri ha subito affermanto che il Paese «è impegnato in un processo di democrazia e di apertura degli spazi di libertà»; il Ministro della Gioventù e dello Sport, Moncef Belkhayat, dalla sua pagina Facebook ha chiamato i suoi sostenitori a mobilitarsi contro queste iniziative dei “nemici del Marocco”.
Alcuni media spagnoli, poi smentiti da fonti officiali marocchine, avevano parlato, nei giorni scorsi, di assemblamenti di truppe nel Sahara occidentale, pronti per interventi in caso di disordini.
Il quotidiano spagnolo El Pais si chiede se in Marocco sta per succedere quello che è successo in Tunisia e Egitto: «Anche la popolazione marocchina è “giovane” (le persone tra i 15 e i 29 anni rappresentano un terzo della popolazione) e il tasso di disoccupazione è ugualmente alto. In Marocco l'82% dei disoccupati sono giovani (il 56% in Tunisia e il 73% in Egitto). E, anche qui, tocca soprattutto i giovani laureati».
Mulay Hicham, principe e cugino di Mohammed VI, conosciuto per le sue posizioni critiche verso la monarchia, in un'intervista a El Pais del 31 gennaio scorso, dice che l'onda tunisina arriverà anche in Marocco: «Quasi tutti i sistemi autoritari saranno toccati dall'onda di proteste. Il Marocco non sarà un'eccezione. Bisogna vedere se la contestazione sarà solo sociale o se sarà anche politica e se le formazioni politiche, risvegliate dagli ultimi avvenimenti, si risveglieranno».
Ma la situazione sembra anche più complessa: Karim Boukhari, direttore della rivista Tel Quel, in passato critica verso la democrazia marocchina, così oggi commenta i recenti avvenimenti: «I tunisini e gli egiziani avevano questo in comune: hanno fatto, prima di tutto, una rivoluzione contor i loro presidenti. Il Marocco ha la fortuna di essere diverso: è un Paese che ha bisogno di una correzione, non di una ristrutturazione. Non è un Paese da rifare, ma da fare meglio».

Francesca Barca
Europa451
 
 
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Una campagna per rilanciare il turismo in Tunisia dopo le rivolte che hanno portato alla caduta del regime di Ben Ali. Un logo accattivante per fare il buzz su Internet. 

Il 14 febbraio scorso, giorno di San Valentino, il Ministro del Turismo tunisino, Mehdi Houas, ha lanciato una campagna – pubblicità, Internet e social network – per rilanciare il settore turistico nel Paese, dopo le rivolte che hanno portato, il 14 gennaio scorso, alla caduta del regime del Presidente Ben Ali. L'idea di base si riassume in una frase: "I love Tunisia, the place to be now"; allo stesso tempo si vuole giocare sulla Rivoluzione con slogan come "Enfin libre de bronzer" (Finalmente liberi di abbronzarsi). 

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La campagna si baserà sull'idea di visitare, finalmente, una Tunisia libera e democratica. Numerosi viaggi sono già stati organizzati e sono in programma per i professionisti del settore turistico, in modo da mostrare loro lo stato del Paese e spingere il settore in vista dell'imminente stagione estiva. 

Il turismo in Tunisia rappresenta il 7% del Prodotto interno lordo e occupa, direttamente e indirettamente, un terzo della popolazione del Paese. Dalla fine delle rivolte il turismo è stato al centro di think tank per cercare soluzioni per rilanciare questo settore, trainante, dell'economia del Paese. La campagna è rivolta a tutti i Paesi, ma con particolare attenzione alla Francia, grande bacino di utenza per Tunisi (1,4 milioni di turisti ogni anno, contro i 530 mila italiani). «Il settore e le infrastrutture del turismo sono in attività e il livello di sicurezza è buono», ha dichiarato Houas alla stampa durante un viaggio in Italia mercoledì 16 febbraio. 

Infatti, se la Farnesina continua a sconsigliare i viaggi in Tunisia (se non per motivi importanti), il Ministero degli Esteri francese ha già abbassato la guardia: consiglia ora di viaggiare sulle coste e a Djerba, ma resta cauto per quanto riguarda le destinazioni nell'entroterra. Stessa cosa per Germania, Inghilterra e Svizzera. 

Francesca Barca
Europa 451

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Foto: halmustafa.tumblr.com/
La transizione tunisina continua, anche se i disordini nel Paese non cessano. Intanto il Ministro della difesa ha richiamato i riservisti, invitandoli a presentarsi a partire dal 16 febbraio prossimo. Una mossa, dicono molti, per contrastare il peso della polizia, organo privilegiato di Ben Ali. 

L'Assemblea nazionale tunisina ha sospeso il Partito dell'ex Presidente Ben Ali, il Rassemblement constitutionnel démocratique (RCD), che verrà dissolto nelle settimane a venire. Se il Governo di transizione di Mohammed Ghannouchi sta cercando di portare avanti il cambiamento, la transizione in Tunisia resta però difficile. 
Lo testimonia il fatto che il Ministero della Difesa ha richiamato, con un comunicato diffuso lunedì 6 febbraio, tutti i militari partiti in pensione tra il 2006 e il 2010 e i riservisti del 2008 e del 2009 a presentarsi, a partire dal 16 febbraio, «nei centri regionali di mobilitazione i più vicini alle loro residenze». Nessuna spiegazione è stata però data rispetto a questa decisione. 


Più osservatori sostengono che con questa mossa il Governo stia cercando di mantenere l'ordine in Tunisia usando l'esercito, perché la polizia è stato un organo estremamente potente del passato regime. Il problema è che l'esercito tunisino può contare su 35mila uomini, mentre si stima che la polizia – ai tempi di Ben Ali – ne contasse più di 100mila. 
Dopo la caduta del vecchio regime il 14 gennaio scorso sono state numerosissime le tensioni in tutto il Paese: manifestazioni e disordini si sono sviluppati a Tunisi e nelle città circostanti. Ed è sempre l'esercito a intervenire per ristabilire l'ordine. 

Da parte del Governo arrivano spesso voci di “complotto” contro la rivoluzione da parte di uomini vicini al partito dell'ex‐Presidente, l'RCD. Lo stesso Ghannouchi ha sostenuto che «ci sono delle persone che vogliono far tornare indietro il Paese». Intanto il Governo sta cercando di organizzare le elezioni (presidenziali e legislative), programmate nei prossimi sei mesi, anche se in molti stanno già sostenendo che non sarà possibile. 


Francesca Barca
Europa451
 
 
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Foto: Caput Mundi (Eikonthestreet-urbandorbi) di omino71e mr.klevra@ARTE SAGRA - Mondo Pop Gallery ROMA/Flickr
La discussione sul matrimonio omosessuale è stata spesso sollevata in Perù, ma ora è diventata una questione elettorale in vista delle presidenziali del 10 aprile prossimo a causa delle affermazioni fatte dal vescovo di Chimbote, Luis Bambarén: «Diciamo finocchi, non gay». 

La discussione sul matrimonio omosessuale è stata spesso sollevata in Perù, ma ora è diventata una questione elettorale a causa delle affermazioni fatte da un altro rappresentante del clero peruviano, il vescovo di Chimbote, Luis Bambarén. Il religioso, in risposta alla possibilità, avanzata da diversi candidati alle presidenziali ha sostenuto che «il matrimonio è un'unione inscindibile tra uomo e donna, anche se si cerca di proporne altre versioni». Interrogato dai giornalisti ha poi continuato sostenendo che «i politi stanno solo cercando voti, proponendo cose inutili come il questione del matrimonio gay. Cosa cercano? E poi non ho capito perché si parla di gay. Parliamo in castigliano: sono finocchi. Si dice così, o no?». 
Qui il video sottotitolato in inglese. 
L'ex Presidente  Alejandro Toledo, del partito Perú Posible – e che è in testa ai sondaggi – ha sostenuto che il matrimonio tra persone dello stesso sesso saranno probabilmente nel suo programma, Manuel Rodríguez Cuadros, candidato di Fuerza Social, è della stessa opinione. Gli altri candidati, anche se meno radicali, hanno tutti avanzato la possibilità, se non di matrimoni, almeno di unioni civili.

Ricodiamo che il Messico ha prima approvato il matrimonio nella regione di Città del Messico, per poi estenderlo a tutto la Repubblica federale, mentre in Argentina è stato approvato nel luglio scorso. 


Francesca Barca
Europa451

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Nell'anno del coniglio, che si inaugura mercoledì 2 febbraio, un video "a tema" è censurato in Cina. Lo presenta Pierre Haski, autore del blog "ChinaTown" sul sito francese Rue89. Un appello, nemmeno troppo velato, alla rivolta con il regime di Pechino. Guarda il video. 

Nell'anno del coniglio (che si inaugura mercoledì 2 febbraio) un video "a tema" è censurato in Cina. Lo presenta Pierre Haski, autore del blog "ChinaTown" su Rue89, sito di cui è anche cofondatore.L'autore del video, sotto pseudonimo, è un tale "Xiao Hong" che ci racconta in immagini di una società, "senza alcun riferimento a fatti realmente accaduti" una storia di oppressione dove protagonisti sono dei conigli, animali all'apparenza docili e obbedienti, ma che possono rivoltarsi. 
(continua sotto il video)


Haski ci dice che, nonostante il video sia senza sottotitoli, possiamo riconoscere alcuni eventi noti anche all'estero come lo scandalo del latte alla melanina (agosto 2008) che causò diversi decessi tra neonati cinesi e l'esproprio violento di case (ottobre 2010). 

Il messaggio? Semplice dice Hasky: 
"Il coniglio è un animale è un animale carino, ma se si arrabbia può mordere" (come il miliardo e 300 milioni di cinesi). 

Questo video ha parecchio circolato in Cina prima di essere eliminato dalla rete: è ancora visibile su You Tube, ma non nei territorio cinesi e non per i cinesi che non sanno come oltrepassare il "muro" della censura. 

Qui l'articolo completo su Rue89. 
Puoi anche seguire Pierre Haski su Twitter

Francesca Barca
Europa451
 


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