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(Ammar Abd Rabbo/Flickr)
Dopo lo scandalo pedofilia che sta investendo la Chiesa Cattolica si apre, lentamente ma violentemente, il dibattito sul rapporto tra celibato ecclesiastico e pedofilia. Se per qualcuno il rapporto è diretto, per altri la domanda è mal posta. Rassegna stampa. 

Il 19 giugno 2009 il prefetto della Congregazione per il clero, card. Claudio Hummes, dichiarava sulla rivista spagnola Vida Nueva che – sebbene non esistano statistiche ufficiali – i casi di pedofilia nella Chiesa Cattolica non arrivano a toccare il 4% dei preti. L'anno prima, il prelato brasiliano, aveva proposto cifre un po' diverse: in un'intervista all'Osservatore Romano del gennaio 2008 aveva parlato, infatti dell'1%. C'è da dire che il 2009 è stato un anno duro da questo punto di vista per la Santa Romana Chiesa: America, Irlanda, Austria, Germania sono solo alcuni tra i Paesi dove il problema è emerso violentemente. 

Da una una ventina di giorni si discute del rapporto tra la scelta del celibato e la pedofilia. Ieri, in un'intervista al quotidiano austriaco Die Presse il Cardinal Carlo Maria Martini ha lanciato l'idea di riflettere sul celibato ecclesiastico, perché “le questioni di fondo della sessualità' vanno ripensate alla base del dialogo con le nuove generazioni”.  Va ricordato che il celibato ecclesiastico non è né un dogma né un voto ma una norma ecclesiastica, ribadita l'ultima volta durante il Concilio di Trento (1545-1563) e come tale può essere rivisto. 

L'undici marzo scorso Christoph Schoenborn, arcivescovo di Vienna, ha dichiarato che il problema della pedofilia riguarda "il tema del celibato, così come la formazione della persona", lanciando un appello perché la situazione cambi. Ancora più diretto l'intervento di Hans Küng, pubblicato interamente dal Le Monde il 4 marzo scorso. Per il teologo svizzero – noto per le sue posizioni in disaccordo sia con Giovanni Paolo II che con Benedetto XVI – il celibato richiesto dalla Chiesa Cattolica, anche se non è la ragione esclusiva delle devianze che si manifestano nella Chiesa, “è l'espressione strutturale della relazione incrinata che la gerarchia cattolica ha con la sessualità, la stessa che determina il suo rapporto con la contraccezione e altre questioni”. Küng fa un'analisi della scelta del celibato come parte della struttura della Chiesa Romana affermando che parte delle responsabilità della Chiesa è proprio nella non rimessa in discussione di questa scelta: “(...) per trattare, finalmente, la questione degli abusi sessuali bisognerebbe prendersela alla sua causa essenziale e strutturale: la regola del celibato. Ecco quello che i vescovi dovrebbero proporre, in maniera decisa e senza ambiguità”.   

A guisa di risposta – al Cardinal Martini e alle polemiche – la replica su La Stampa di oggi del vescovo tedesco Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell'Unità dei cristiani: “Il celibato non ha nulla a che vedere con gli abusi sessuali del clero sui minori. Il Pontefice definisce il celibato un segno della consacrazione con cuore indiviso, l'espressione del dono di sé a Dio e agli altri. Tutti gli esperti documentano che la stragrande maggioranza dei casi avviene nelle famiglie e non in ambiti ecclesiastici". Secondo il prelato “è dimostrato che la pedofilia non ha alcuna attinenza con la tradizione antichissima che impedisce ai sacerdoti di sposarsi. Anzi le statistiche sugli abusi ci dicono esattamente il contrario". Identica la posizione del vescovo di Ratisbona Gerhard Ludwig Müller, interpellato sul legame tra celibato del clero e pedofilia, l'11 marzo scorso: “È una stupidaggine. In Germania ogni anno ci sono quindicimila denunce di pedofilia e il novantanove per cento dei casi avviene in famiglia o per colpa di altri educatori, non ha niente a che vedere col celibato. Gli studi scientifici dicono che la pedofilia ha origine in un disturbo nello sviluppo della persona, ma le cause specifiche non si conoscono”. 

Un'inchiesta pubblicata su El Paìs di oggi dice il contrario. Il quotidiano spagnolo interroga l'instituto de Estudios de la Sexualidad y la Pareja de Barcelona (Iespb, Istituto di Studio della Sessualità e della coppia di Barcellona): “Essere sacerdote o celibe inclina alla pedofilia? Decisamente no. Essere pedofilo inclina al sacerdozio? Sì, perché la Chiesa Cattolica funziona come elemento protettore”. A parlare, su El Pais, è Pere Font, direttore del  Iespb: “Gli istinti alla pedofilia appaiono durante l'adolescenza. Questo significa che quando un ragazzo entra in seminario già presenta questi stimoli. Voglio anche chiarire che il celibato complica ancora di più la situazione perché non offre sbocchi alle necessità sessuali. Detto questo non intendo assolutamente dire che la Chiesa fabbrica pedofili”. A questo si aggiunge la dichiarazione del vicepresidente dell'Associazione spagnola di Psichiatria legale, Alfredo Calcedo: “è dimostrato che la gente con inclinazioni pedofile cerca lavori che permettano loro di essere in contatto con ragazzini”. 

L'organo della Santa Sede, l'Osservatore Romano, ha affrontato la questione il 10 marzo con una articolo della storica e saggista Lucetta Scaraffia, che propone più spazio alle donne nella Chiesa. Dare più poteri alle donne “avrebbe potuto squarciare il velo di omertà maschile che spesso in passato ha coperto con il silenzio la denuncia dei misfatti”. Forse è per questo che Maureen Dowd, sulle colonne del New York Times propone una suora come Papa: “Le monache hanno, storicamente, risolto i casini dei preti. E questo è un casino storico. Benedetto dovrebbe tornarsene in Baviera. E i cardinali dovrebbero far uscire il fumo bianco proclameando 'Habemus Mama'”. 

Francesca Barca
Europa451
 
 
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(Foto: copertine Econonomist)
Il 25 marzo gli inglesi Times e Sunday Times hanno annunciato l'inizio dell'era pagante per l'accesso al loro sito Internet. E non si tratta di casi isolati. Quali modelli deve pensare la stampa su Internet per sopravvivere?

Dal 29 marzo prossimo il sito Internet de Le Monde non sarà più gratuito. Solamente pochissimi articoli saranno consultabili on line, mentre la maggior parte sarà riservata ai soli abbonati. Dal mese scorso anche un altro quotidiano francese ha fatto la stessa scelta:  Le Figaro ha optato per un'informazione a tre livelli, con un primo accesso gratuito per le news, e i successivi due paganti secondo i servizi richiesti.  La decisione dei due quotidiani francesi si inscrive nell'onda della dichiarazione fatta da Robert Murdoch lo scorso agosto: “Il giornalismo di qualità costa, e un'industria che regala i suoi prodotti sta cannibalizzando il fare buon giornalismo”. All'epoca Murdoch pensava al Wall Street Journal, ma il primo passo è invece stato fatto il 25 marzo scorso da altri due suoi giornali.  Da giugno prossimo gli inglesi Times e Sunday Times saranno a pagamento: una sterlina per la consultazione quotidiana, due per l'intera settimana, riporta il quotidiano inglese The Guardian. La notizia è stata data da Rebekah Brooks, amministratore delegato del gruppo New International, che assicura che la scelta sarà applicata anche al Sun e al New of the World. La Brooks ha sostenuto: “Si tratta di un passo cruciale per fare i modo che il mercato delle notizie torni ad essere (economicamente) interessante. Siamo orgogliosi del nostro giornalismo e non ci vergogniamo di dire che ha valore”. L'onda dell'accesso a pagamento non finisce qui: il gruppo francese Hersant ha annunciato che le notizie sul sito Internet svizzero arcinfo.ch, che riunisce i giornali L'Express e l'Impartial, saranno a pagamento a più tardi a partire dall'inizio del 2011. L'amministratore delegato di Hersant, Jacques Richard, ha così giustificato la scelta: “Il mercato pubblicitario non è in grado di sostenere le spese di un sito Internet”, e continua, “oggi nessuno guadagna su Internet, bisogna trovare una modo di renderlo proficuo”. John Humphrys, 63enne giornalista inglese, veterano della Bbc ha dichiarato, il 26 marzo su The Sun: “Il buon giornalismo di paga, così come paghiamo un idraulico per aggiustarci una fuga d'acqua”. Humphrys dichiara di spendere ogni anno oltre cinquecento sterline nella stampa. Il caso di Humphrys è ovviamente isolato. Quanti cittadini comprano più quotidiani al giorno? Quanti tutti i giorni? 
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Il 'muro' di Rue89
Ed è ancora colpa di Google

E le voci contro Google sono sempre di più. Ancora una volta è Rupert Murdoch il precursore: nel novembre scorso ha dichiarato che i siti dei suoi giornali sarebbe scomparsi dagli aggregatori di notizie (Google News in primis) poiché questi ultimi guadagnano (in pubblicità) senza pagare per le notizie che, invece, per i giornali sono un costo. Stesso mese: la Fieg (Federazione italiana editori di giornali) ha denunciato Google Italia all'antitrust per, ancora una volta, Google News. L'accusa? Abuso di posizione dominante, creando una distorsione del meccanismo della pubblicità on line. Ed è ora il turno della Spagna: il 23 marzo Antonio Fernández Galiano, Presidente dell'associazione spagnola degli editori stampa (Aede) ha sostenuto la necessità che « Google News cambi completamente il suo modello economico ». Secondo Galiano: "Approfitta del lavoro e della crisi della stampa per guadagnare, non rispettando la legge che difende gli editori  contro gli abusi dei guadagni di terzi in Internet". 

Alla ricerca di un nuovo modello 

Se la stampa si rende ora conto che un sito non può vivere solo grazie alla pubblicità, non tutti tornano al modello a pagamento tout court. Alcuni seguono le evoluzioni tecnologiche: Pedro J. Ramírez, direttore dello spagnolo El Mundo ha lanciato, due settimane fa, il prodotto Orbyt. Per 15 euro mensili si ricevono contenuti differenziati (e più multimediali) di quelli che si trovano sul sito. È un sistema pensato per i nuovi prodotti come  I-Phone, I-Pad e Tablet Pc.  Ramírez ha dichiarato: “I problemi che la tecnologia ci sta ponendo, la tecnologia ce li risolverà (…) Sono convinto che presto o tardi rivivremo un'epoca d'oro del giornalismo e che saremo ancora in grado di assumere giornalisti”.  

Altra possibilità: si chiede al lettore di contribuire (economicamente). Il quotidiano on line francese Rue89 lo ha fatto con il suo wall (chiunque può acquistare un mattone sullo sfondo del sito dove far apparire la sua pubblicità) o con tutta una serie di gadget con il logo del giornale. Se il lettore si identifica con il prodotto sarà anche disposto a pagare. Un'altra scelta ancora è quella del “crowdfunding”: sul modello dell'americano Spot us, in Italia è nato You Capital. Come funziona? È il lettore stesso che finanzia progetti di suo interesse. Secondo le parole del fondatore, Antonio Rossano « La piattaforma Youcapital consentirà a giornalisti ed operatori del settore di pubblicare progetti, raccogliere adesioni e sostegno, ma soprattutto il finanziamento proveniente da donazioni ed erogazioni liberali». 

Per finire c'è il modello, ancora una volta francese, di Mediapart. Sito fondato dall'ex giornalista de Le Monde, Edwy Plenel nel 2008, è completamente a pagamento, ad esclusione dei blog. Con un abbonamento mensile di nove euro, Plenel sostiene che si avranno “degli abbonati che saranno sì dei lettori, ma anche dei contributori. (…)  Abbiamo unito tutti gli elementi della contribuzione on line. È l'idea del partecipativo di qualità: il lettore si può impossessare di Mediapart come di un luogo di riferimento  per far uscire, lui stesso, gli argomenti che gli interessano”.

Vedremo se il modello a pagamento sopravviverà o se semplicemente riverserà i lettori verso i siti concorrenti che restano gratuiti. La stampa cerca un modo per sopravvivere in un momento in cui la condivisione della notizia è alla base della sua diffusione. Le notizie a pagamento sono, ad esempio, escluse dai social network. A questo si può opinare che la televisione a pagamento, che si differenzia enormemente da quella gratuita per la qualità dei contenuti e per la personalizzazione della scelta ha invece avuto un  successo. Staremo a vedere. 

Francesca Barca
Europa451

 
 
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Foto: ~Firas/Flickr

L'Open Society Instituts, fondazione presieduta da Georges Soros con sede a New York, ha appena pubblicato una ricerca sulla presenza e l'integrazione mussulmana in undici città europee. 

Mussulmani in Europa è una ricerca comparativa della At Home in Europe Project, un'iniziativa del Open Society Institut, per analizzare la partecipazione politica, sociale ed economica dei mussulmani e degli altri gruppi “marginalizzati” a livello locale. Muslims in Europe cerca di mettere in relazione le prassi comuni, proponendo soluzioni alle amministrazioni locali. 

Anche se non rappresentativo della situazione di tutti i mussulmani, il rapporto da uno spaccato dell'esperienza delle comunità islamiche in undici città europee:  Amsterdam, Anversa, Berlino, Copenhagen, Amburgo, Leicester, Londra, Parigi, Marsiglia, Rotterdam e Stoccolma. Secondo l'Open Society Institut, contrariamente a quanto si penserebbe, i mussulmani in Europa sono tutt'altro che alienati o segregati. Secondo i sondaggi realizzati nelle undici città di cui sopra, il 61% degli intervistati ha un forte senso si appartenenza al Paese nel quale vive, addirittura si arriva al 72% se si parla della città; quando si parla dei bisogni più immediati, si tratta degli stessi dei cittadini non mussulmani, come miglior educazione, città più pulite o abbassamento della criminalità. Interessante è il dato sulla partecipazione politica: oltre il 70% dei musulmani aventi diritto di voto intervistati hanno votato alle elezioni locali o nazionali. 

Muslims in Europe è parte di un progetto di 12 rapporti sui mussulmani nelle città europee. Per richiedere il report scrivere a Csilla Toth cstoth@osi.hu, per consultarlo on line invece vai qui

Francesca Barca
Europa451
 
 
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Foto: JSL

Ogni volta che si parla di Bielorussia, le notizie che sentiamo non sono delle migliori: tra le ultime polemiche la repressione della minoranza polacca e le leggi contro la libertà d'espressione su Internet. Nell'autunno 2008 abbiamo incontrato a Varsavia un membro dell'opposizione democratica, Alexander Milinkevich. Non ancora pubblicate, le frasi di questo vincitore del premio Sakharov (nel 2006) restano d'attualità.


Contesto: autunno 2008, qualche settimana dopo le elezioni legislative “controllate” durante le quali l'opposizione democratica non ha ottenuto alcun seggio nonostante abbia fatto campagna. Tutti i seggi sono andati al Presidente Alexander Lukashenko, al potere dal 1994. 


L'Unione europea è cosciente della necessità di un'evoluzione positiva per la Bielorussia, ma si concentra comunque solo su tre aspetti: liberazione dei prigionieri politici, libertà dei mezzi di comunicazione e elezioni democratiche. 

Per Alexandre Milinkevich, leader dell'opposizione, il risultato di queste azioni è piuttosto all'acqua di rose: “Per quel che riguarda  la liberazione dei prigionieri,  il 2008 è stato un anno piuttosto buono, visto che otto oppositori sono stati liberati. Ma per quanto riguarda i media non è stato fatto nessun progresso. Se il potere rispettasse le dodici condizioni poste dall'Ue allora sarebbe la sua fine”. 

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Alexander Milinkevich/wikipedia

Ciononostante il leader dell'opposizione resta ottimista: “Queste elezioni hanno permesso di incontrare persone nel Paese, di discutere con loro, di parlare della loro situazione. Abbiamo sfruttato questa possibilità per combattere la paura. Prima il 30% delle persone pensava che le elezioni non fossero democratiche, oggi si parla del 60%”.  Secondo lui una Rivoluzione arancione come quella in Ucraina sarà possibile solo quando la gente smetterà di aver paura: “Bisogna che le persone diventino dei cittadini. Solo in quel momento potremmo distruggere il potere”. 
Allo stesso tempo quello che preoccupa Milinkevich è la minaccia russa che pesa sul Paese: “Il mio Paese è in pericolo. In due anni la Bielorussia potrebbe sparire per ragioni economiche”. Questo timore, che in Europa non si sente evocare spesso, ha però dei fondamenti:”Il Presidente
bielorusso ha fatto a lungo credere a Mosca che voleva un'unione con la Russia. Questo gioco gli ha permesso di avere prezzi molto vantaggiosi sul gas e privilegi per la popolazione. Solo che oggi al Cremlino hanno capito che Lukashenko non accetterà mai un'unione”. In risposta la Russia ha quindi aumentato i prezzi del gas, forzando Minsk a indebitarsi per oltre cinque milioni di dollari. “E questo debito aumenterà ancora, perché l'economia non è stata modernizzata e dobbiamo ancora importare del gas. C'è il rischio che il nostro Paese si ritrovi in un protettorato russo negli anni a venire”. 


Ed è proprio questa situazione a spiegare l'avvicinamento che il potere in carica sta facendo verso l'Ue, alla ricerca di un contrappeso alla Russia. “Se riuscissimo a modernizzare l'economia e a bloccare la crisi economica, si potrebbero profilare anche dei cambiamenti politici. Per questo non penso che le sanzioni economiche conto la Bielorussia siano sbagliate. Oltretutto possono servire al potere in carica per trovare un capro espiatorio per la crisi e fare dell'Unione europea un nemico per il nostro paese”. Per questo Alexandre Milinkevich sostiene piuttosto delle sanzioni mirate contro il potere che possano “essere aggiustate facilmente secondo gli avanzamenti del processo di democratizzazione”. 


Jean-Sébastien Lefebvre

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Panoramas/Flickr

Giovedì scorso due deputati tedeschi hanno proposto una soluzione per sanare i debito sta divorando la Grecia: vendere qualche isola inabitata e magari qualche opera d'arte. 


L'idea è stata ripresa su un articolo del tedesco Bild che riporta la proposta dei due deputati della Cdu – il partito al Governo di Angela Merkel –  Josef Schlarmann e Frank Schaeffler. L'articolo titola “Grecia, perché non vendi le tue isole? Sei talmente in bancarotta!... e magari anche l'acropoli!”


“Coloro che sono in insolvenza devono vendere tutto quello che possono per pagare i loro creditori”, ha detto  Schlarmann, “la Grecia possiede palazzi, compagnie e isole inabitate, che potrebbero essere usate per coprire i debiti”. Dimitris Droutsas, sottosegretario agli Esteri greco, è stato interrogato sulla proposta da Ard TV(il consorzio che raggruppa le televisioni pubbliche tedesche) e ha così commentato: “Ho sentito del consiglio di vendere l'Acropoli. Idee del genere non mi sembrano appropriate in questo momento”. La Grecia si trova ora con un debito pubblico più alto del Pil (300 miliardi di euro contro circa 240) e le misure prese del Governo stanno creando il caos nel Paese. 

E alcuni dicono che l'Italia non stia poi così meglio

In un'intervista all'economista canadese Robert Mundell apparsa su Le Mondedel 23 febbraio scorso si sostiene che il vero problema della zona euro non sia la Grecia, ma l'Italia. Secondo Mundell  la situazione italiana fa meno paura di quella Greca per il momento, anche se il Governo italiano sa di non poter finanziare un piano di rilancio. Ovviamente il nostro debito pubblico (5% del Pil) non ha nulla a che fare con il 13% greco, né con quelli assai critici di Irlanda, Portogallo e Spagna. Ciononostante l'Italia si classifica al secondo posto dopo la Grecia per il debito pubblico totale, che equivale al 120% del Pil (calcolando il debito previdenziale, che è una passività contingente e che non si manifesta necessariamente sul momento, ndr

Da un punto di vista economico l'idea di dei due tedeschi, di mentalità pratica, si sa, non è da sottovalutare. Personalmente avanzo l'ipotesi “vendi al miglior gestore”. Se i francesi volessero il Nord Italia e si prendessero pure le Ferrovie dello Stato farei pacchetto completo. Se gli spagnoli si riprendessero il Regno Borbonico e finalmente si potesse risolvere la questione  “Pacs no, Dico sì” e arrivassero i diritti civili per tutti ci starei. E forse anche gli italiani. 

E nel frattempo per saldare i debiti più impellenti perché non vendere anche la Sardegna? “È un'isola che è lontana, non serve a nessuno. Sentito Angius come parla? Non sarei mai uscito con questa idea se non avessi un compratore”. Lo dice Tremonti. 


Francesca Barca
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Articolo pubblicato su Agoravox Italia

 
 
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Foto: Bern@t/Flickr
La scarpa che il cittadino curdo – con passaporto siriano – J.H., di 27 anni, ha lanciato a Recep Tayyip Erdogan a Siviglia lo scorso 21 febbraio è “stato un atto di inciviltà che non si sarebbe prodotto se in Turchia ci fosse democrazia e un minimo impegno sulla pace e i diritti umani”. A parlare è l'avvocato Luís Ocaña, incaricato di difendere ill giovane che ha aggredito il Premier turco al grido di “Viva il Kurdistan libero!”. 
Si tratta di aggressione o insulto? Nel 2008 Muntazer al-Zaidi, il giornalista iracheno, che aveva rivolto lo stesso tipo di attenzione all'allora Presidente statunitense George Bush, era stato, ovviamente, arrestato e accusato di “vandalismo”. Al-Zaidi era stato originariamente condannato a tre anni per “vilipendio a capo di Stato straniero”, poi passati ad uno per buona condotta. È stato rilasciato nel dicembre 2009. 

Il 21 febbraio scorso, durante la visita del Premier turco in Spagna, una scarpa gli è volata contro mentre rientrava in macchina. L'autore del gesto, rapidamente arrestato dalla polizia, è un giovane curdo di origine siriana. L'episodio è capitato la stessa settimana nella quale l'ex Presidente spagnolo, José María Aznar, ha mostrato il dito medio a uno studente che lo aveva accusato di essere un terrorista (sui fatti di Madrid del2004 e sulla guerra in Irak, ndr): “Uno è detenuto e in isolamento, l'altro no”, sostiene Luis Ocaña, è avvocato e specialista dei diritti umani. L'uomo critica la definizione stessa del crimine: secondo lui il fatto di lanciare una scarpa dovrebbe essere considerato come un insulto, non come un'aggressione. “Si tratta di un gesto simbolico, una protesta contro una situazione di violazione dei diritti dell'uomo contro un popolo di 40 milioni di persone”. 

Detto questo, bisogna precisare che tutti i sistemi giuridici occidentali si fondano sulla distinzione tra integrità fisica e morale. Colpire qualcuno con un pugno o rompergli un osso è sanzionato in maniera più dura che il semplice insultato, questo che si sia Canada, in Spagna, in Venezuela o in Turchia. Invece, Luis Ocaña pensa, invece, che si tratti di una differenza nelle intenzioni: “Io non qualificherei il gesto come un'aggressione, perché una scarpa non è un'arma e non può fare del male a qualcuno”. Questo caso ci ricorda avvenimenti simili: verdure tirate contro gli attori teatrali o torte in faccia ai personaggi politici o dello spettacolo. Senza parlare della già citata scarpa contro Bush. 

Una questione di Kurdistan


“Il fatto di essere curdo lo discrimina”, continua l'avvocato: qualunque spagnolo che avesse fatto una cosa del genere sarebbe già in libertà. “D'altronde, l'ex Capo del Governo spagnolo, Aznar, non è certo stato arrestato per il suo gesto, quando invece si tratta della stessa cosa”. “Ovviamente tirare una scarpa non è appropriato, ma resta proporzionato alla situazione che sta sopportando il popolo curdo e alle poche opzioni che hanno per potersi esprimere”, commenta Ocaña. La regione del Kurdistan è divisa tra Turchia, Iraq, Siria e Iran: attraverso diverse azioni politiche e militari, richiedono l'autodeterminazione dal 1806. Questo diritto, secondo più voci autorevoli, sarebbe loro accordato dalle risoluzioni 2625 e 1415 dell'Onu, e dal Trattato di Sèvres, firmato nel 1920 dopo la disfatta dell'Impero Ottomano dopo la Prima Guerra Mondiale. Ma gli interessi strategici contano molto di più delle aspirazioni all'indipendenza: il Kurdistan raggruppa la maggior parte delle riserve petrolifere dell'Iraq, dell'Iran e della Siria. Inoltre, il principale partito indipendentista, il Pkk è sulla lista delle organizzazioni terroristiche dell'Unione europea, degli Usa e della Turchia. Tra l'altro il 26 febbraio scorso in Italia la polizia ha smantellato una rete che organizzava giovani guerriglieri destinati ad ingrossare le fila del Pkk. 



E una questione di immigrazione


A difendere l'autore del gesto, oltre al suo avvocato, è arrivata la comunità curda spagnola e numerose Ong e associazioni per la difesa dei diritti dell'uomo. Il giovane vive in Spagna dal 2005 e, anche se non ha documenti, lavorava come cameriere e aveva appena aperto una procedura per ottenere la residenza. Secondo Ocaña “rispetta tutti i requisiti richiesti dallo Stato spagnolo”. Dal lato polizia, invece, la reazione è diversa: è stato chiesto di commutare la sua eventuale pena con l'espulsione verso la Siria. Per Luis Ocaña, il caso curdo mostra che in Europa “i giudici la fanno ancora da padroni e applicano spesso la dottrina penale de nemico. L'Ue dovrebbe essere paladina dei diritti dell'uomo sia per quel che riguarda la politica interna, sia per quella estera”. 


Fernando Navarro Sordo
Europa451
 


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