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Le famiglie dei tunisini dispersi e/o morti in mare durante le traversate che hanno preceduto e seguito la caduta del regime di Ben Ali chiedono all'Unione europea l'istituzione di una  commissione di inchiesta sui dispersi che incroci i database disponibili: riprese di radar, satelliti, motovedette, elicotteri, dei mezzi dell'Ue, della Nato e dei Paesi coinvolti.

A sei mesi dall'appello al Governo italiano, che non ha sortito l'effetto desiderato, le madri, i padri, i fratelli dei tanti tunisini dispersi nel Mediterraneo tornano a chiedere giustizia: questa volta lo fanno  parlando direttamente all'Union Europea.  

Chi sono le persone disperse? Sono i tanti che hanno lasciato la Tunisia, o prima della Rivoluzione che ha fatto cadere il regime di Ben Ali, o subito dopo. 

"I nostri figli sono partiti per l’Italia e l’Europa subito prima o dopo la nostra rivoluzione, e l’hanno fatto nell’unico modo previsto per loro dalle politiche europee: attraversando il Mediterraneo su piccole imbarcazioni, dal momento che le politiche europee non prevedono che dalla Tunisia si possa prendere un aereo o una nave di linea con la stessa libertà con cui possono farlo i cittadini europei che vengono nel nostro paese", recita l'appello che si trova qui

Il regime di Ben Ali, infatti, e il governo che si è formato dopo il vuoto istituzionale che ha seguito la Rivoluzione, non permetteva ai cittadini del Paese di uscire. Erano e sono previste forti restrizioni e una trafila burocratica lunga, complicata e spesso senza uscita. 

Cosa chiedono le famiglie? La restituzione dei corpi dispersi e notizie su dove sono i loro figli, che spesso hanno riconosciuto nelle riprese televisive delle televisioni italiane e francesi. 

Cosa sanno le famiglie? "Quando sono partiti, da quali luoghi, verso dove, con quali imbarcazioni, il numero di persone per ogni imbarcazione, da quali numeri di telefono ci hanno telefonato durante il loro viaggio, l’ora delle telefonate, la compagnia telefonica da cui chiamavano, abbiamo i video dei telegiornali italiani e francesi in cui alcune famiglie riconoscono i loro figli, in un caso l’articolo di un giornale italiano che dà notizia dell’arrivo di una delle imbarcazioni e per alcuni naufragi accertati possiamo indicare i luoghi in cui sono avvenuti". 

Le famiglie vogliono che l'Ue metta in piedi una Commissione che riunisca i dati disponibili: riprese di radar, satelliti, motovedette, elicotteri, dei mezzi dell'Ue, della Nato e dei Paesi coinvolti. Vogliono che questi dati, insieme a quelli raccolti dal Governo italiano sulle persone in entrata vengano incrociati. 

"Vogliamo sapere e chiediamo:
1) la localizzazione delle imbarcazioni al momento delle telefonate pervenute durante il viaggio e tutte le informazioni raccolte dai mezzi tecnologici di controllo nei giorni interessati
2) il controllo nominale da parte dei nostri tecnici dello scambio di informazioni dattiloscopiche già avvenuto tra le autorità tunisine e italiane e l’approfondimento della ricerca in questo senso sui database europei
3) il confronto tecnico dei video in cui i genitori riconoscono i propri figli con le fotografie degli stessi e la messa a disposizione delle immagini di archivio precedenti e successive a quelle apparse nei reportage televisivi
4) il recupero dei corpi delle persone morte durante i naufragi e il recupero dei relitti
".

Maggiori informazioni su Le Ventiqueunidici: l'appello completo, con i nomi dei firmatari. 
Avevamo già parlato del primo appello delle famiglie qui e su Napoli Monitor

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Irene Volkova è una studentessa di Rostov sul Don, città russa di un milione di abitanti sul Caucaso. Oggi è osservatrice in un seggio per cercare di impedire brogli elettorali alle elezioni presidenziali russe. 

Come si riconosce una frode?
«Non è difficile. Basta “notare” un corposo gruppo di persone che arrivano in bus e che hanno, tutte, un documento per votare con delega. Questi gruppi votano e poi risalgono nel bus, facendo un giro degli uffici elettorali. È chiaramente illegale, ma la polizia non fa nulla per fermare queste pratiche e, piuttosto, arresta coloro che le segnalano. Per chi votano? Per Russia Unita, il partito di Putin.  Gli impiegati statali – insegnanti, soldati, personale medico, polizia... – sono chiamati a votare Putin facendo arrivare al loro superiore un documento che permette di delegare il voto. E se non lo fanno, rischiano il posto. Ci sono anche dei siti web dove le persone mettono in vendita il loro voto. Un altro metodo è quello di falsificare il protocollo dei risultati la sera stessa, alla chiusura del seggio. Eh, sì, si fa! E gli osservatori, come abbiamo visto lo scorso dicembre, non possono fare molto. La sola cosa è postare sul web le foto e i racconti di quello che hanno visto». 


Come sei diventata osservatrice?

«Ogni russo in età maggiore può farlo, basta fare domanda alla sede di un Partito, che poi ti contatta e ti fa una formazione». 
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Perché hai fatto domanda?
«Non pretendo di essere la persona più intelligente del Paese, ma non voglio che il governo mi prenda per un'imbecille. Il risultato di dicembre è stato un insulto per la popolazione: avrebbero votato il 146% degli abitanti (a Rostov sono stati dati questi risultati, visti i voti arrivati, come dalla foto, ndr). Io non conosco nessuno che ha votato il Partito di Putin, ma questo risultato rende chiaro il messaggio: “siamo intoccabili”». 

(Qui il video di Egor Zhgun: 12 anni di Putin in 2 minuti)

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Qual è l'atmosfera a Rostov sul Don?

«Da dicembre ci sono state, come sempre, molte manifestazioni. I dibattiti si tengono soprattuto sul Web, su Livejournal (la più grande piattaforma di blog russa, ndr) e per strada, dove appaiono graffiti di protesta». 



Hai visto dei cambiamenti negli ultimi mesi?
«C'è dell'ansia, sappiamo che qualcosa sta per succedere, ma non sappiamo cosa. Nessuno vuole una rivoluzione, ma questa finta stabilità che ci vendono alla televisione è peggio di tutto il resto». 


La gioventù russa si sente libera?

«Libera? Io sono troppo giovane per parlarne. Ma oggi è molto più facile impegnarsi, e ottenere delle informazioni sui problemi che ci inquietano. La manifestazioni che ci sono state a Mosca o altrove non sarebbero state possibili 5 anni fa. Ma dobbiamo restare vigili: non basta voler cambiare tutto in una volta. Dobbiamo parteciapre e domandarci quali sono i motivi di chi organizza le manifestazioni». 


Quali saranno i risultati delle elezioni?

«Sono sicura che saranno truccati. E questa cosa mi fa impazzire! Dall'altro lato se Putin vince ancora può darsi che sarà veramente la goccia che fa traboccare il vaso. A meno che la grande tolleranza russa non accetti un sistema così per altri dodici anni...». 

Sergio Marx
Europa451

Per seguire Irene su Twitter: @anti_rnd

 
 
Alcuni cittadini tedeschi si sono mobilitati per fare qualcosa di fronte a quella che leggono come una noncuranza della comunità internazionale, lanciando un'iniziativa – e un sito – che permette di finanziare gli attivisti siriani: Adopt a Revolution. Intervista con uno dei fondatori, Elias Perabo. 

Elias si trovava in viaggi in Medio Oriente nel marzo scorso, quando sono iniziate le manifestazioni in Siria. Da quel momento sono nati oltre 300 comitati di attivisti (Lccs), alcuni clandestini, che organizzano manifestazioni pacifiche e che documentano le violazioni dei diritti umani a Damasco. Questi comitati sono la colonna vertebrale del movimento di protesta. A causa della feroce repressione in molti, dalla Siria, si sono rifugiati in Libano, dove continuano l'attivismo per il loro Paese. Elias li ha incontrati e ha deciso di “unirsi” a loro. 
A 31 anni ha lasciato il suo lavoro in una Ong che si occupa di ecologia: «In maggio mi sono trasferito a Beirut per andare ad aiutarli», occupandosi della Comunicazione Internazionale del Coordinamento dei Comitati locali. 

L'idea di Adopt a Revolution è nata nel settembre scorso, quando gli attivisti siriani cercavano un mondo per coinvolgere nel loro lavoro la società europea. Elias è quindi tornato a Berlino dove, con un gruppo di volontari, ha dato vita all'equipe che ha lanciato, lo scorso dicembre, il sito, che ora è in tedesco, inglese, francese e arabo. «L'idea è quella di creare un ponte tra le società civili di Siria e Germania. È una sorta di “adozione”: sul sito è possibile scegliere un comitato locale specifico e versare una somma tutti i mesi. In quattro settimane abbiamo raccolto abbastanza per finanziare 15 comitati: abbiamo versato dai 500 ai 900 euro mensili ciascuno. Non ci aspettavamo un successo del genere». I comitati da sostenere non vengono scelti a caso: «Vengono selezionati esclusivamente se praticano resistenza passiva. Non finanziamo comitati che usano le armi. Ed è per questo che chiediamo al Coordinamento dei Comitati Locali di Beirut di consigliarci i gruppi da sostenere. Questo coordinamento si basa, innanzitutto, sulla non-violenza». Per Elias questo tipo di lavoro è esemplare: «Eccezion fatta per l'esercito ribelle siriano, i siriani continuano a manifestare in maniera pacifica da mesi, nonostante la repressione e le molte vittime. Bisogna che questo movimento possa andare avanti». 


I fondi raccolti attraverso il sito vengono utilizzati per acquistare del materiale per manifestare, come pannelli e segnali; vengono anche acquistati strumenti per comunicare la rivoluzione, come macchine fotografiche o videocamere. Le donazioni vengono anche usate per trovare alloggi agli attivisti, per le connessioni Internet o per il cibo. «Non possiamo fare nessun bonifico verso la Siria, perché sarebbe troppo pericoloso per gli attivisti. Per questo mandiamo il denaro al Coordinamento, che lo fa passare dalle frontiere turche o giordane. Quando i gruppi locali lo ricevono ci devono rendicontare come lo hanno utilizzato. Questo per garantire la maggior trasparenza possibile». 

Al di là di Adopt a Revolution, che mostra comunque un momento di impegno della società civile europea, secondo Elias l'Europa dovrebbe fare di più: «Da un lato la Germania e gli altri Paesi europei devono aumentare le pressioni sulla Siria, e dall'altra far partire aiuti umanitari per i rifugiati». Allo stesso tempo, stima Elias, «L'Ue dovrebbe agire presso la Turchia, la Russia e la Cina, perché cambino la loro posizione verso il regime siriano, in modo che le pressioni possano arrivare sia dall'interno che dall'esterno». Ma senza un intervento militare, cosa che farebbe della Siria «un'altra Libia». 




Sergio Marx

europa451
 
 
A marzo, in data ancora da confermare, gli attivisti per le libertà di Internet e gli hacktivist di Anonymous scenderanno in piazza con una manifestazione per difendere Internet come “zona libera e indipendente, che preservi l'anonimato e che protegga la libertà di espressione, condivisione e pubblicazione”. 

Anonymous è il gruppo di hacktivist, che ha fatto sentire la sua voce negli ultimi mesi bloccando spesso siti di rilevanza mondiale. Attraverso attacchi DDoS, cioè di sospensione di  servizio, il gruppo ha fatto sentire la sua voce – e la sua opinione – su fatti di rilevanza mondiale: solo per citarne alcuni ricordiamo l'attacco contro Ebay, Amazoon, Paypal, MasterCard, Visa (nel caso Assange), contro il governo dello Zimbabue, contro diversi siti del governo tunisino dopo le rivolte di fine 2011 (qui e qui), contro il governo in Egitto, contro il sito dell'Enel e di Agcom in Italia e, in ultimo, contro molti siti del Governo americano dopo l'operazione che ha chiuso il sito di streaming Megavideo (#OpMegaupload). 

Qui il video di presentazione dell'evento:
A marzo, gli attivisti di Anonymous organizzano una grande festa/manifestazione a Parigi, Anonymact: lo scopo è portare in piazza il più persone possibile, pacificamente, per fare sentire la propria voce contro le leggi che vogliono controllare la diffusione dei materiali e della cultura su Internet (Hadopi, Loppsi, Acta, Sopa/Pipa, Ipred, Arjel…) e limitare la Neutralità della Rete. La manifestazione intende promuovere un'idea di Internet come “zona libera e indipendente, che preservi l'anonimato e che protegga la libertà di espressione, condivisione e pubblicazione”. 

Dove si terrà la manifestazione ancora non è sicuro: il luogo verrà specificato nei giorni a venire sul sito dell'operazione. Tutti i comportamenti che possono essere condannati dalla forze dell'ordine sono da tenere lontani: niente alcol, droghe, tende o qualunque altra cosa che possa essere motivo di dispersione. 

Tra le associazioni “simpatizzanti” con l'iniziativa ci sono Télécomix, la Quadrature du Net, il Partito Pirata, il Fnd (French Data Network, il primo fornitore di accesso Internet in Francia), April (Promouvoir et defendre le logiciel libre – Promozione e difesa del software libero) e le Ong che difendono libertà civili come Rsf (Reporter senza Frontiere), Fidh (Federation Internationale Droits de l'Hommes), Amnesty France e Human Rights Watch. 

Il sito della manifestazione è qui, sono su Twitter (@ anonymact) e hanno un hashtag (#Anonymact).


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A un anno dalla Rivoluzione tunisina un comitato di famiglie cerca i propri figli partiti verso l'Italia e dispersi. Chiedono di usare le impronte digitali per ritrovarli. 

"Prova a immaginare: tuo fratello o tuo figlio parte e non dà più notizie di sé dopo la sua partenza. Non è arrivato? Non lo sai, potrebbe essere stato arrestato nello stato di arrivo che non prevede che si possa arrivare semplicemente partendo e che per questo arresta quelli che arrivano mettendoli nei centri di detenzione o in prigione. Aspetti qualche giorno, guardi immagini alla televisione del luogo in cui potrebbe essere arrivato, per sperare di vederlo. Capisci anche che tuo figlio o tuo fratello non è l’unico a non aver telefonato dopo essere partito. Insieme alle altre famiglie chiedi allora alle autorità del tuo paese di informarsi, di capire se sono tutti in qualche carcere, speri che lo siano anche se temi che non vengano trattati bene. Ma le autorità non fanno nulla, non chiedono e non ti ascoltano, per mesi. Tu nel frattempo fai presidi, manifestazioni, parli con i rappresentanti di alcune associazioni, con i giornalisti, porti la foto di tuo figlio o di tuo fratello ovunque, ti affidi a ogni persona che viene dall’altro paese, le dai le foto, la data di nascita, le impronte digitali. Vuoi sapere. Ma non accade nulla e cominci a immaginare: potrebbe essere in una cella di isolamento, potrebbe essere stato arrestato come passeur, potrebbe essersi rivoltato nel centro di detenzione, potrebbe…. Potrebbe essere in Italia, ma forse a Malta, forse in Libia" (Dall'appello per i migranti tunisini dispersi)

Ormai è passato un anno da quando il regime di Ben Ali è caduto in Tunisia. E dopo un anno è sorto un altro problema: quello delle persone disperse. In migliaia hanno lasciato la Tunisia dopo il 14 gennaio 2011: quasi tutti sono arrivati in Italia, facendo almeno una tappa a Lampedusa. 

All'epoca fu l'emergenza: Lampedusa invasa, la stagione turistica saltata, immigrati spostati in campi creati ad hoc in tutto il Paese, incidenti diplomatici in Europa perché nessuno voleva queste persone. Oggi, di coloro che hanno attraversato il mare, in 1000 circa mancano all'appello. 

E per ritrovare queste mille persone esiste un comitato, nato da alcune delle famiglie dei ragazzi tunisini dispersi. Le famiglie hanno chiesto, senza risultati per ora, che il Governo di Tunisi intervenga presso quello italiano affinché si faccia il possibile per rintracciare queste persone, utilizzando le impronte digitali che vengono prese durante la registrazione a tutti coloro che sbarcano in Italia. 

L'appello si può leggere qui (in italiano, francese, arabo e inglese). 

In Italia questa iniziativa è supportata da una campagna “Da una sponda all'altra: vite che contano - Dove sono i nostri figli?”, sostenuta da diverse realtà: Associazione Pontes dei Tunisini in Italia, gruppo Le Venticinqueundici (Milano), Teatro della Cooperativa, gruppo Tunisia Libera di Tunisi, gruppo Tunisini di Parma e ZaLab

Dei mille scomparsi si sa poco: che sono partiti e che sono arrivati probabilmente (da foto, riprese televisive, video registrati o dal racconto di altri che erano con loro in viaggio). Questo perché non è possibile accedere ai registri dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) che, fino a dicembre scorso erano chiusi alla stampa a causa della circolare 1305, emanata dall'ex Ministro Maroni (lo spiega qui Fortesse Europe). 

Domani, martedì 10 gennaio, è prevista una prima iniziativa a Milano (qui). Il 14 gennaio prossimo, primo anniversario della Rivoluzione, si terrà invece un presidio davanti al Consolato tunisino a Milano. Chi fosse interessato a partecipare può contattare l'associazione Pontes scrivendo a pontes@live.it. 

Francesca Barca
Europa451

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shroncin/Flickr
Nel mercato centrale di Nairobi, che viene usato come base per il prezzo delle materie prime in Africa, il prezzo degli alimenti di prima necessità è aumentato del 42% nell'ultimo mese. Un chilo di farina costa già un quarto dello stipendio medio di un lavoratore della zona. 

La Ong Concern Worldwide ha presentato, il 12 ottobre scorso, il suo indice globale della fame nel mondo. La presentazione è avvenuta al Parlamento europeo a Bruxelles il 12 ottobre scorso. Secondo la classifica di Concern Worldwide il Paese che ha più fame è la Repubblica Democratica del Congo, insieme all'Eritrea e al Burundi. 

Secondo i responsabili di Concern Worldwide i prezzi delle materie prime nel Corno d'Africa sono un vero problema: nel mercato centrale di Nairobi, che viene usato come base per il prezzo delle materie prime in Africa, il prezzo degli alimenti di prima necessità è aumentato del 42% nell'ultimo mese. Un chilo di farina costa già un quarto dello stipendio medio di un lavoratore della zona. 

La domanda crescente di biocarburanti – soprattutto in Europa, Brasile e Stati Uniti – è una delle cause principali di questi aumenti. 

Si calcola che ogni giorni in Africa siano 239 milioni coloro che soffrono la fame: solo nella Repubblica Democratica del Congo sono in 50 milioni a soffrire di questo problema. 


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Obbligo di rettifica per i contenuti "impropri" o multa fino a 12.500 euro. Cos'è il comma ammazzablog e come funziona?  La Rete italiana protesta, unita, diffondendo lo stesso post, quello qui sotto. Per seguire il dibattito su Twitter: #noallaleggebavaglio a #areteunificata. 

Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma ammazzablog? 
Il comma 29 estende l’istituto della rettifica, previsto dalla legge sulla stampa, a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”, e quindi potenzialmente a tutta la rete, fermo restando la necessità di chiarire meglio cosa si deve intendere per “sito” in sede di attuazione. 

Cosa è la rettifica? 
La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere di questi media e bilanciare le posizioni in gioco, in quanto nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, questi potrebbero avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie. La rettifica, quindi, obbliga i responsabili dei giornali a pubblicare gratuitamente le correzioni dei soggetti che si ritengono lesi. 

Quali sono i termini per la pubblicazione della rettifica, e quali le conseguenze in caso di non pubblicazione? 
La norma prevede che la rettifica vada pubblicata entro due giorni dalla richiesta (non dalla ricezione), e la richiesta può essere inviata con qualsiasi mezzo, anche una semplice mail. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”, ma ad essa non possono essere aggiunti commenti. Nel caso di mancata pubblicazione nei termini scatta una sanzione fino a 12.500 euro. Il gestore del sito non può giustificare la mancata pubblicazione sostenendo di essere stato in vacanza o lontano dal blog per più di due giorni, non sono infatti previste esimenti per la mancata pubblicazione, al massimo si potrà impugnare la multa dinanzi ad un giudice dovendo però dimostrare la sussistenza di una situazione sopravvenuta non imputabile al gestore del sito. 

Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto? 
La rettifica prevista per i siti informatici è quella della legge sulla stampa, per la quale sono soggetti a rettifica tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni ritenute dai soggetti citati nella notizia “lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia, è quindi un criterio puramente soggettivo, ed è del tutto indifferente alla veridicità o meno della notizia pubblicata. 

Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false? 
E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri. 

Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica? 
La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi sarà il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso. 

Sono soggetti a rettifica anche i commenti?
Un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento (e contenuti similari) non dovrebbe essere soggetto a rettifica.

L'articolo è di Bruno Saetta, pubblicato su valigia blu: qui
Il blog di Bruno Saetta invece è qui

Qui, da Agorà digitale, invece le proposte di emendamento fatte 26 parlamentari alla Camera per modificare il testo in modo che venga applicato ai soli contenuti professionali e alle testate registrate. 

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Foto di Nina Bianchi (http://oti.newamerica.net/commotion_wireless_0=
A Washington si sta lavorando per realizzare il sogno di ogni hacker: un programma che permetta la creazione di una rete Wi-fi  indipendente da qualsiasi infrastruttura, anonima e criptata. Il progetto è finanziato dall'Open Technology Initiative e dal Dipartimento di Stato americano. 

Riporta Le Monde che a Washington qualcuno sta lavorando per realizzare il sogno di ogni hacker: un programma che permetta la creazione di una rete Internet Wi-fi completamente autonoma e indipendente da qualsiasi infrastruttura (telefono, cavo, satellite), anonima e criptata. 

Come si chiama? Commotion ed è diretto da Sascha Meinrath, un ex militante di Indimedia e dell'Internet libero. Commotion è a tutti gli effetti un progetto ufficiale: è finanziato dall'Open Technology Initiative (Oti) il dipartimento tecnologico della New America  Foundation che passa  all'equipe che lavora sul progetto 2,3 milioni di dollari all'anno (1,6 milioni di euro) a cui si aggiungono 2 milioni di dollari del Dipartimento di Stato Americano, interessato alle rete senza fili autonome da usare in situazioni di emergenza, come guerre e catastrofi. 

Una volta completato, Commotion funzionerà semplicemente installando, grazie a una chiavetta Usb, il programma su tutti i computer che si vogliono far rientrare nel network: alcune componenti sono già scaricabili dal sito Internet. Per la fine del 2012 dovrebbe essere pronta una versione del programma per il grande pubblico. 

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Qui l'articolo completo di Yves Eudes su Le Monde. 


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Strasburgo: interno della moschea (fb)
Mercoledì 3 agosto il Tagikistan, in nome della lotta all'integralismo, ha promulgato una legge che vieta ai minori l'ingresso nei luoghi di culto. 

Il Tagikistan ha vietato, mercoledì 3 agosto, l'ingresso ai minorenni nei luoghi di culto. La “legge sulla responsabilità parentale” era stata discussa a luglio e il Presidente tagiko, Emomali Rakhmon, l'ha promulgata due giorni fa. 

Il Paese, ex repubblica sovietica, ha oggi una forte maggioranza mussulmana: il 98% dei 7,5 milioni di cittadini del paese sono di religione islamica; ci sono inoltre 2500 protestanti e circa 70mila persone di origine russa di culto protestante.  La nuova legge vieta ai minori di 18 anni di frequentare i luoghi di culto, ad eccezione degli allievi di scuole religiose. 
Il Governo del Paese ha fatto della lotta contro l'integralismo religioso una delle sue priorità: questa legge contiene anche un emendamento che punisce, con pene fino ai 12 anni, i colpevoli di “insegnamento religioso illegale”. Va detto che il Paese condivide un migliaio di chilometri di frontiera con l'Afghanistan e che da circa vent'anni c'è in atto una guerra tra i sostenitori del Presidente e i ribelli islamici. 

Francesca Barca
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Un rapporto pubblicato il 20 luglio e realizzato da tre associazioni di difesa dei diritti umani mette in evidenza violenze e torture da parte della polizia tunisina dopo il 14 gennaio scorso. La polizia, che è stata la mano della repressione durante il regime di Ben Ali, necessita una profonda riforma. 

Mercoledì 20 luglio è stato pubblicato un rapporto – ‘‘La Tunisie post-Ben Ali face aux démons du passé’’ (qui in versione completa) –  sulla situazione dei diritti dell'uomo in Tunisia basato sui dati raccolti da una missione compiuta dalla Federazione Internazionale dei Diritti Umani (Fidh), dal Consiglio Nazionale per le libertà in Tunisia (Cnlt) e dalla Lega Tunisina per la difesa dei diritti umani (Ltdh) lo scorso maggio. Le tre associazioni hanno raccolto delle testimonianze di manifestanti che hanno subito, a Tunisi, Kasserine e Siliana, delle violenze dopo il 14 gennaio 2011, data in cui l'ex Presidente Ben Ali ha lasciato il Paese in seguito alla rivoluzione.  

Le testimonianze raccontano episodi di uso sproporzionato della violenza da parte delle Forze di Sicurezza Interna, cioè la polizia tunisina: persone malmenate, torture e arresti indiscriminati in presenza di persone con il volto coperto, riporta il quotidiano belga Le Soir. 

Ezzedin Guimouar racconta di essere stato picchiato fino ad aver perso la conoscenza e di essere stato arrestato mentre partecipava a una manifestazione pacifica a Tunisi, dopo la caduta di Ben Ali. Mohamed, gestore di una pizzeria a Siliana si è ritrovato la casa saccheggiata dalla polizia perché «dopo il 14 gennaio non volevo più lasciarli mangiare senza pagare». Secondo il documento non si tratta di una repressione sistematica, ma di qualcosa di «organizzato e deciso ad alti livelli» per mettere paura ai manifestanti. Il Ministro degli Interni tunisino,  Habib Essid, ha dichiarato che si tratta di atti isolati, da vedere come eredità del passato regime. 

Inoltre, anche se per la prima volta i tribunali tunisini accettano di prendere in carico casi di tortura, secondo il rapporto ci sono ancora seri problemi di funzionamento all'interno dell'apparato della polizia e di quello giudiziario. La polizia tunisina è stata l'organo che ha maggiormente contribuito alla repressione durante il regime di Ben Alì e oggi è mal vista dalla popolazione. In generale il sentimento è che nulla sia cambiato dopo la caduta del regime: la percezione si è amplificata dopo il rinvio delle elezioni per l'Assemblea Costituente, inizialmente previste per il 24 luglio, e spostate al 23 ottobre prossimo. 

Il rapporto mette in evidenza il fatto che le forze della polizia tunisina non sono mai state formate per gestire problemi di ordine pubblico. Un primo seminario sulla riforma della polizia si è tenuto a Tunisia il 16 maggio scorso organizzato dal Cnlt, dalla Coalizione della Società civile tunisina e dalla Ltdh. Hanno partecipato diversi responsabili del Ministero degli Interni, dei rappresentanti della società civile e degli esperti internazionali. 

Francesca Barca 

Europa451

Questo articolo è stato pubblicato su L'Indro il 27 luglio 2011
 


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