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Le famiglie dei tunisini dispersi e/o morti in mare durante le traversate che hanno preceduto e seguito la caduta del regime di Ben Ali chiedono all'Unione europea l'istituzione di una  commissione di inchiesta sui dispersi che incroci i database disponibili: riprese di radar, satelliti, motovedette, elicotteri, dei mezzi dell'Ue, della Nato e dei Paesi coinvolti.

A sei mesi dall'appello al Governo italiano, che non ha sortito l'effetto desiderato, le madri, i padri, i fratelli dei tanti tunisini dispersi nel Mediterraneo tornano a chiedere giustizia: questa volta lo fanno  parlando direttamente all'Union Europea.  

Chi sono le persone disperse? Sono i tanti che hanno lasciato la Tunisia, o prima della Rivoluzione che ha fatto cadere il regime di Ben Ali, o subito dopo. 

"I nostri figli sono partiti per l’Italia e l’Europa subito prima o dopo la nostra rivoluzione, e l’hanno fatto nell’unico modo previsto per loro dalle politiche europee: attraversando il Mediterraneo su piccole imbarcazioni, dal momento che le politiche europee non prevedono che dalla Tunisia si possa prendere un aereo o una nave di linea con la stessa libertà con cui possono farlo i cittadini europei che vengono nel nostro paese", recita l'appello che si trova qui

Il regime di Ben Ali, infatti, e il governo che si è formato dopo il vuoto istituzionale che ha seguito la Rivoluzione, non permetteva ai cittadini del Paese di uscire. Erano e sono previste forti restrizioni e una trafila burocratica lunga, complicata e spesso senza uscita. 

Cosa chiedono le famiglie? La restituzione dei corpi dispersi e notizie su dove sono i loro figli, che spesso hanno riconosciuto nelle riprese televisive delle televisioni italiane e francesi. 

Cosa sanno le famiglie? "Quando sono partiti, da quali luoghi, verso dove, con quali imbarcazioni, il numero di persone per ogni imbarcazione, da quali numeri di telefono ci hanno telefonato durante il loro viaggio, l’ora delle telefonate, la compagnia telefonica da cui chiamavano, abbiamo i video dei telegiornali italiani e francesi in cui alcune famiglie riconoscono i loro figli, in un caso l’articolo di un giornale italiano che dà notizia dell’arrivo di una delle imbarcazioni e per alcuni naufragi accertati possiamo indicare i luoghi in cui sono avvenuti". 

Le famiglie vogliono che l'Ue metta in piedi una Commissione che riunisca i dati disponibili: riprese di radar, satelliti, motovedette, elicotteri, dei mezzi dell'Ue, della Nato e dei Paesi coinvolti. Vogliono che questi dati, insieme a quelli raccolti dal Governo italiano sulle persone in entrata vengano incrociati. 

"Vogliamo sapere e chiediamo:
1) la localizzazione delle imbarcazioni al momento delle telefonate pervenute durante il viaggio e tutte le informazioni raccolte dai mezzi tecnologici di controllo nei giorni interessati
2) il controllo nominale da parte dei nostri tecnici dello scambio di informazioni dattiloscopiche già avvenuto tra le autorità tunisine e italiane e l’approfondimento della ricerca in questo senso sui database europei
3) il confronto tecnico dei video in cui i genitori riconoscono i propri figli con le fotografie degli stessi e la messa a disposizione delle immagini di archivio precedenti e successive a quelle apparse nei reportage televisivi
4) il recupero dei corpi delle persone morte durante i naufragi e il recupero dei relitti
".

Maggiori informazioni su Le Ventiqueunidici: l'appello completo, con i nomi dei firmatari. 
Avevamo già parlato del primo appello delle famiglie qui e su Napoli Monitor

Europa451

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La sequenza di Persepolis che ha sollevato le proteste. (Foto dal film)
Venerdì 7 ottobre la tv privata Nessma TV ha proiettato il film Persepolis di Marjane Satrapi in dialetto tunisino. Circa 200 salafisti hanno attaccato i locali della Tv e manifestazioni sono apparse in tutto il paese. Nessma TV è stata denunciata e il suo presidente si è scusato con i tunisini. Manifestazioni islamiste anche all'università, a due settimane dalle elezioni. 

Venerdì 7 ottobre la Tunisia ha visto per la prima volta in Tv il film di Marjane Satrapi, “Persepolis”. La pellicola franco-iraniana è stata diffusa dalla televisione privata satellitare Nessma con i sottotitoli in arabo-tunisino.

A seguito di questa proiezione, domenica 9 ottobre circa 200 persone sono state disperse dalla polizia a Tunisi mentre marciavano in direzione dei locali di Nessma. Si trattava di gruppi di salafisti che, già nei giorni precedenti, come si evinceva dai social network, non approvavano la visione che il film da dell'Islam e della gioventù araba e, in particolare, una scena in cui Allah viene rappresentato come un vecchio con la barba, cosa vietata nell'Islam. 

Nessma Tv dopo gli eventi ha diffuso un comunicato stampa in cui si diceva che «gli uffici di Nessma oggi hanno subito un tentativo di assalto da parte di “barbuti” e di donne in niqab. Alcuni degli assalitori erano armati con coltelli e bastoni». A seguito dei fermi della polizia una decina di persone, secondo il Ministero degli Interni, sarebbero state arrestate.  
Oltre a questa manifestazione, che comunque si è risolta senza violenze, ci sono state marce contro il film a Gafsa, Nabeul, Ben Gardane, Le Kef, Susa e Medenina. 
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(foto: Persepolis)
Diversi gruppi, cittadini singoli e avvocati, per un totale di 143 persone, hanno, inoltre, denunciato  la Tv al punto che martedì  11 ottobre, in mattinata, l'Afp ha diffuso un comunicato dove annuncia che l'ufficio del procuratore della Repubblica di Tunisi ha deciso di aprire un'inchiesta preliminare sulla diffusione del film. 



Di stamattina, invece, la notizia che Nebil Karoui, presidente di Nessma Tv, si è scusato, sulle onde di radio Monastir, con il popolo tunisino: «Mi dispiace per coloro che sono stati offesi da questo passaggio, che offende anche me», ha detto ai giornalisti. Queste scuse sono particolarmente indicative del clima che la Tunisia sta vivendo: fino a ieri la posizione della Tv privata era piuttosto combattiva. Persepolis inoltre era già stato precedentemente diffuso in alcune sale cinematografiche in Tunisia. 

Polemiche sul velo all'università

Questi incidenti sono avvenuti a ridosso di altre manifestazioni di salafiti, questa volta a scapito della facoltà di Lettere di Susa dove il 5, 6 e 7 ottobre scorso dei gruppi sono entrati e hanno minacciato il rettore per “chiedere” l'iscrizione di una ragazza che porta il velo, precedentemente rifiutata dall'istituto in nome del regolamento interno. Il rettore ha obbligato l'istituto ad accettare la ragazza e, per questo, gli studenti e i professori stanno manifestando per chiedere sostegno. A questo è stata lanciata, Faïza Zouaoui Skandrani, presidente dell'associazione Egalité et Parité (che ha ottenuto la parità uomo-donna nelle liste elettorali in Tunisia), una petizione per chiedere che il velo sia vietato nelle istituzioni educative (NON AU NIKAB EN TUNISIE DANS LES INSTITUTIONS EDUCATIVES). Ad oggi la petizione ha raccolto 1137 firme. 

Questi incidenti, va ricordato, succedono a meno di due settimane dalle prime elezioni libere del dopo-Ben Ali. Il prossimo 23 ottobre, infatti, si terranno le elezioni per l'assemblea Costituente, che sarà incaricata di riscrivere la carta della nuova Tunisia. Per ora il partito Ennahda, islamico, è dato in testa a tutti i sondaggi. 

Francesca Barca
Europa451


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Obbligo di rettifica per i contenuti "impropri" o multa fino a 12.500 euro. Cos'è il comma ammazzablog e come funziona?  La Rete italiana protesta, unita, diffondendo lo stesso post, quello qui sotto. Per seguire il dibattito su Twitter: #noallaleggebavaglio a #areteunificata. 

Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma ammazzablog? 
Il comma 29 estende l’istituto della rettifica, previsto dalla legge sulla stampa, a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”, e quindi potenzialmente a tutta la rete, fermo restando la necessità di chiarire meglio cosa si deve intendere per “sito” in sede di attuazione. 

Cosa è la rettifica? 
La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere di questi media e bilanciare le posizioni in gioco, in quanto nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, questi potrebbero avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie. La rettifica, quindi, obbliga i responsabili dei giornali a pubblicare gratuitamente le correzioni dei soggetti che si ritengono lesi. 

Quali sono i termini per la pubblicazione della rettifica, e quali le conseguenze in caso di non pubblicazione? 
La norma prevede che la rettifica vada pubblicata entro due giorni dalla richiesta (non dalla ricezione), e la richiesta può essere inviata con qualsiasi mezzo, anche una semplice mail. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”, ma ad essa non possono essere aggiunti commenti. Nel caso di mancata pubblicazione nei termini scatta una sanzione fino a 12.500 euro. Il gestore del sito non può giustificare la mancata pubblicazione sostenendo di essere stato in vacanza o lontano dal blog per più di due giorni, non sono infatti previste esimenti per la mancata pubblicazione, al massimo si potrà impugnare la multa dinanzi ad un giudice dovendo però dimostrare la sussistenza di una situazione sopravvenuta non imputabile al gestore del sito. 

Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto? 
La rettifica prevista per i siti informatici è quella della legge sulla stampa, per la quale sono soggetti a rettifica tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni ritenute dai soggetti citati nella notizia “lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia, è quindi un criterio puramente soggettivo, ed è del tutto indifferente alla veridicità o meno della notizia pubblicata. 

Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false? 
E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri. 

Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica? 
La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi sarà il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso. 

Sono soggetti a rettifica anche i commenti?
Un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento (e contenuti similari) non dovrebbe essere soggetto a rettifica.

L'articolo è di Bruno Saetta, pubblicato su valigia blu: qui
Il blog di Bruno Saetta invece è qui

Qui, da Agorà digitale, invece le proposte di emendamento fatte 26 parlamentari alla Camera per modificare il testo in modo che venga applicato ai soli contenuti professionali e alle testate registrate. 

Europa451
 
 
Un rapporto pubblicato il 20 luglio e realizzato da tre associazioni di difesa dei diritti umani mette in evidenza violenze e torture da parte della polizia tunisina dopo il 14 gennaio scorso. La polizia, che è stata la mano della repressione durante il regime di Ben Ali, necessita una profonda riforma. 

Mercoledì 20 luglio è stato pubblicato un rapporto – ‘‘La Tunisie post-Ben Ali face aux démons du passé’’ (qui in versione completa) –  sulla situazione dei diritti dell'uomo in Tunisia basato sui dati raccolti da una missione compiuta dalla Federazione Internazionale dei Diritti Umani (Fidh), dal Consiglio Nazionale per le libertà in Tunisia (Cnlt) e dalla Lega Tunisina per la difesa dei diritti umani (Ltdh) lo scorso maggio. Le tre associazioni hanno raccolto delle testimonianze di manifestanti che hanno subito, a Tunisi, Kasserine e Siliana, delle violenze dopo il 14 gennaio 2011, data in cui l'ex Presidente Ben Ali ha lasciato il Paese in seguito alla rivoluzione.  

Le testimonianze raccontano episodi di uso sproporzionato della violenza da parte delle Forze di Sicurezza Interna, cioè la polizia tunisina: persone malmenate, torture e arresti indiscriminati in presenza di persone con il volto coperto, riporta il quotidiano belga Le Soir. 

Ezzedin Guimouar racconta di essere stato picchiato fino ad aver perso la conoscenza e di essere stato arrestato mentre partecipava a una manifestazione pacifica a Tunisi, dopo la caduta di Ben Ali. Mohamed, gestore di una pizzeria a Siliana si è ritrovato la casa saccheggiata dalla polizia perché «dopo il 14 gennaio non volevo più lasciarli mangiare senza pagare». Secondo il documento non si tratta di una repressione sistematica, ma di qualcosa di «organizzato e deciso ad alti livelli» per mettere paura ai manifestanti. Il Ministro degli Interni tunisino,  Habib Essid, ha dichiarato che si tratta di atti isolati, da vedere come eredità del passato regime. 

Inoltre, anche se per la prima volta i tribunali tunisini accettano di prendere in carico casi di tortura, secondo il rapporto ci sono ancora seri problemi di funzionamento all'interno dell'apparato della polizia e di quello giudiziario. La polizia tunisina è stata l'organo che ha maggiormente contribuito alla repressione durante il regime di Ben Alì e oggi è mal vista dalla popolazione. In generale il sentimento è che nulla sia cambiato dopo la caduta del regime: la percezione si è amplificata dopo il rinvio delle elezioni per l'Assemblea Costituente, inizialmente previste per il 24 luglio, e spostate al 23 ottobre prossimo. 

Il rapporto mette in evidenza il fatto che le forze della polizia tunisina non sono mai state formate per gestire problemi di ordine pubblico. Un primo seminario sulla riforma della polizia si è tenuto a Tunisia il 16 maggio scorso organizzato dal Cnlt, dalla Coalizione della Società civile tunisina e dalla Ltdh. Hanno partecipato diversi responsabili del Ministero degli Interni, dei rappresentanti della società civile e degli esperti internazionali. 

Francesca Barca 

Europa451

Questo articolo è stato pubblicato su L'Indro il 27 luglio 2011
 
 
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Foto: www.bdouin.com
Nel giugno scorso la finanza islamica è stata introdotta in Francia grazie a una modifica del Codice Civile. Easi, una società nata nel gennaio scorso, si pone come interfaccia tra le banche e i mussulmani che cercano prodotti finanziari halal. E lo fa anche a fumetti. 

570easi (etica a sensibilità islamica) è una società nata nel gennaio scorso in Francia che ha come scopo quello di diffondere la finanza islamica ad un pubblico che potrebbe potenzialmente esserne interessato. Il progetto si chiama 570 (dall'anno islamico) ed è stato messo in piedi da privati, mussulmani, che si propongono come interfaccia tra le banche “classiche” e i clienti che sono interessati a questo tipo di prodotto. 
“Il progetto 570 è la risposta a una domanda della clientela francese per prodotti e servizi finanziari trasparenti e compatibili con le loro convinzioni religiose”, dice il sito della società. Secondo l'istituto di sondaggi e opinioni Ifop in Francia ci sarebbero tra 590.000 e un milione di clienti potenzialmente interessati ai prodotti finanziari compatibili con la sharia. Il mercato dei prestiti immobiliari e del risparmio halal è stimato intorno ai 7 miliardi di euro. 

La finanza islamica è uno strumento finanziario che è nato nel VII secolo e che si basa su precetti che sono conformi a quelli coranici. Oggi è molto usata in Malesia, Egitto e nei Paesi del Golfo. È stata introdotta ufficialmente sul suolo francese solo nello scorso giugno grazie a un voto parlamentare – sostenuto a maggioranza dall'Ump di Sarkozy e dal Nouveau Centre – attraverso una modifica del Codice Civile che permette l'emissione di strumenti finanziari, sulla piazza di Parigi, conformi ai principi della finanza islamica. 

Il gruppo 570, per diffondere i suoi prodotti, si è lanciato anche nell'editoria, con le edizioni del Bdouin (che letto in francese è “beduino”), che edita dei fumetti e dei cartoni animati che mettono in scena delle situazioni della vita quotidiana per rispondere alla domanda “come dovrei comportarmi per essere in regola con la sharia?”. Le edizioni del Bdouin, oltre alla finanza islamica, hanno serie sui matrimoni halal, sul Ramandan e su tanti tutti gli altri soggetti della vita quotidiana. 


Francesca Barca
Europa451

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www.paspeurdhadopi.fr
Il 13 giugno parte la campagna (alla modica cifra di 3 milioni di euro) di comunicazione di Hadopi allo scopo di "proteggere la creazione artistica di domani". La Rete si mobilita per spiegare perché "non ha paura di Hadopi" e per difendere il download e lo sharing. 

Il 13 giugno prossimo verrà ufficialmente lanciata la campagna di comunicazione di Hadopi, la legge che favorisce la diffusione e la protezione della creazione su Internet  e che ha dato anche il nome all'autorità che si occupa, appunto, della protezione del copyright e della regolazione del controllo degli accessi alla Rete (per sapere come funziona Hadopi leggi qui). Il budget previsto per la campagna è di 3 milioni di euro. 
In cosa consiste? In tre spot pubblicitari e in una serie di manifesti che ci mostrano grandi artisti che nel 2020 faranno il successo della Francia, ma che senza Hadopi che «protegge la creazione artistica di domani» non raggiungerebbero il successo. Qui il pdf esplicativo.  
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Alcuni manifesti della campagna di Hadopi
«Con la sua nuova campagna di comunicazione Hadopi vuole far capire che la creazione artistica è una delle poste in gioco fondamentali nono solo per coloro che ne vivono. Hadopi vuole suscitare dei comportamenti solidari e responsabili, trasmettendo un messaggio forte. (…) Si tratta di unire il pubblico attorno a una soluzione collettiva. La campagna promuove usi responsabili e soluzioni semplici per coloro che vogliono sostenere la perennità della cultura: labellizzare l'offerta legale», hanno spiegato dalla Haute Autorité. Per questo è stato creato, appunto, un label: PUR (Promotion des Usages Responsables) che verrà esposto sui siti che hanno il marchio Hapodi. 

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In contemporanea la Quadrature du Net, associazione francese che si muove per la difendere le libertà digitali, ha lanciato un sito Pas peur d'Hadopi –  che si richiama a Pourquoi je pirate e Don't Make Me Steal – il cui scopo è spiegare perché gli internauti scaricano, condividono e ritengono che Hadopi non sia una soluzione. 
In particolare Don't Make Me Steal è tradotto in undici lingue e si fa promotore di un manifesto con il quale i firmatari si impegnano a smettere di scaricare se l'offerta culturale sarà ad un prezzo ragionevole, l'uso di tutte le lingue per i contenuti sarà garantito, l'uscita di un contenuto sarà simultanea in più paesei e le opere saranno prive del Digital Right Management in caso di acquisto (tutte le condizioni le trovate qui). 

Francesca Barca
Europa451

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Foto: jean-pierre jeannin/Flicr
Anche il Marocco si sta mobilitando come le vicine Algeria, Tunisia e Egitto? Anche qui un giovane si è dato fuoco, come a Sidi Bouzid, mentre altri quattro sono stati bloccati. Prevista, su Facebook una manifestazione per il 20 febbraio.

Mourad Raho, 26 anni, si è dato fuoco lo scorso 10 febbraio a Benguerir, una città nel centro del Marocco. Riporta il sito rhamna.org che il giovane era stato licenziato dall'esercito lo scorso luglio. Raho è morto il giorno successivo in ospedale a causa delle ustioni riportate. Pare che dopo “l'esempio” di Mohamed Bouaziz, il giovane tunisino che si è immolato a Sidi Bouzid – cittadina a 300 km a sud di Tunisi e che ha dato vita alle proteste che hanno rovesciato il regime di Ben Ali – siano già quattro i tentativi di giovani che hanno cercato di darsi fuoco nel Regno del Marocco.

Quello che è certo è che le cose iniziano a muoversi in Marocco, almeno su Facebook. Alcuni media, come il caso de El Pais, per citare uno dei più importanti, hanno diffuso la notizia che un appello alla mobilitazione il prossimo 20 febbraio via un gruppo Facebook avesse già raccolto oltre 20mila adesioni.
La notizia, benché parzialmente incorretta, è vera. Esistono però due gruppi Facebook (entrambi in arabo): “Il Movimento del 20 febbraio, il popolo vuole il cambiamento”, che raccoglie ad oggi (venerdì 18 febbraio) 14576 membri e “Movimento di libertà e democrazia ora” che ne ha 9009. Quindi sì, oltre 20mila, ma solo ad oggi. Quello che è certo è che esistono invece decine (solo in francese) di gruppi che si dichiarano contro la manifestazione del 20 febbraio.
Il quotidiano francese La Croix aggiunge che una ventina di associazioni, tra cui l'Associazione marocchina dei diritti umani (AMDH), la Lega marocchina dei diritti umani, il Forum per le alternative del Marocco (FMAS) e Amnesty Marroco hanno manifestato il loro sostegno alla manifestazione del 20 febbraio. «Molti democratici marocchini, soprattutto i giovani, aspirano ad un dei cambiamenti in Marocco. Tranne qualche differenza la situazione marocchina non è troppo diversa da quella tunisina o egiziana: dittatura, Costituzione non democratica, elezioni che non rispettano la volontà popolare, Parlamento illegittimo, Governo senza potere esecutivo, strapotere del Re», ha detto Khadija Ryadi, presidente di AMDH. Ricordiamo che il Marocco è formalmente una monarchia costituzionale, retta da Mohammed VI: si tratta della più antica dinastia monarchica tutt'ora al potere.


E la politica?

Il sito maghrebemergent.info riporta la reazione della politica marocchina: il Ministro della Comunicazione Khalid Naciri ha subito affermanto che il Paese «è impegnato in un processo di democrazia e di apertura degli spazi di libertà»; il Ministro della Gioventù e dello Sport, Moncef Belkhayat, dalla sua pagina Facebook ha chiamato i suoi sostenitori a mobilitarsi contro queste iniziative dei “nemici del Marocco”.
Alcuni media spagnoli, poi smentiti da fonti officiali marocchine, avevano parlato, nei giorni scorsi, di assemblamenti di truppe nel Sahara occidentale, pronti per interventi in caso di disordini.
Il quotidiano spagnolo El Pais si chiede se in Marocco sta per succedere quello che è successo in Tunisia e Egitto: «Anche la popolazione marocchina è “giovane” (le persone tra i 15 e i 29 anni rappresentano un terzo della popolazione) e il tasso di disoccupazione è ugualmente alto. In Marocco l'82% dei disoccupati sono giovani (il 56% in Tunisia e il 73% in Egitto). E, anche qui, tocca soprattutto i giovani laureati».
Mulay Hicham, principe e cugino di Mohammed VI, conosciuto per le sue posizioni critiche verso la monarchia, in un'intervista a El Pais del 31 gennaio scorso, dice che l'onda tunisina arriverà anche in Marocco: «Quasi tutti i sistemi autoritari saranno toccati dall'onda di proteste. Il Marocco non sarà un'eccezione. Bisogna vedere se la contestazione sarà solo sociale o se sarà anche politica e se le formazioni politiche, risvegliate dagli ultimi avvenimenti, si risveglieranno».
Ma la situazione sembra anche più complessa: Karim Boukhari, direttore della rivista Tel Quel, in passato critica verso la democrazia marocchina, così oggi commenta i recenti avvenimenti: «I tunisini e gli egiziani avevano questo in comune: hanno fatto, prima di tutto, una rivoluzione contor i loro presidenti. Il Marocco ha la fortuna di essere diverso: è un Paese che ha bisogno di una correzione, non di una ristrutturazione. Non è un Paese da rifare, ma da fare meglio».

Francesca Barca
Europa451
 
 
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Una campagna per rilanciare il turismo in Tunisia dopo le rivolte che hanno portato alla caduta del regime di Ben Ali. Un logo accattivante per fare il buzz su Internet. 

Il 14 febbraio scorso, giorno di San Valentino, il Ministro del Turismo tunisino, Mehdi Houas, ha lanciato una campagna – pubblicità, Internet e social network – per rilanciare il settore turistico nel Paese, dopo le rivolte che hanno portato, il 14 gennaio scorso, alla caduta del regime del Presidente Ben Ali. L'idea di base si riassume in una frase: "I love Tunisia, the place to be now"; allo stesso tempo si vuole giocare sulla Rivoluzione con slogan come "Enfin libre de bronzer" (Finalmente liberi di abbronzarsi). 

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La campagna si baserà sull'idea di visitare, finalmente, una Tunisia libera e democratica. Numerosi viaggi sono già stati organizzati e sono in programma per i professionisti del settore turistico, in modo da mostrare loro lo stato del Paese e spingere il settore in vista dell'imminente stagione estiva. 

Il turismo in Tunisia rappresenta il 7% del Prodotto interno lordo e occupa, direttamente e indirettamente, un terzo della popolazione del Paese. Dalla fine delle rivolte il turismo è stato al centro di think tank per cercare soluzioni per rilanciare questo settore, trainante, dell'economia del Paese. La campagna è rivolta a tutti i Paesi, ma con particolare attenzione alla Francia, grande bacino di utenza per Tunisi (1,4 milioni di turisti ogni anno, contro i 530 mila italiani). «Il settore e le infrastrutture del turismo sono in attività e il livello di sicurezza è buono», ha dichiarato Houas alla stampa durante un viaggio in Italia mercoledì 16 febbraio. 

Infatti, se la Farnesina continua a sconsigliare i viaggi in Tunisia (se non per motivi importanti), il Ministero degli Esteri francese ha già abbassato la guardia: consiglia ora di viaggiare sulle coste e a Djerba, ma resta cauto per quanto riguarda le destinazioni nell'entroterra. Stessa cosa per Germania, Inghilterra e Svizzera. 

Francesca Barca
Europa 451

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Foto: halmustafa.tumblr.com/
La transizione tunisina continua, anche se i disordini nel Paese non cessano. Intanto il Ministro della difesa ha richiamato i riservisti, invitandoli a presentarsi a partire dal 16 febbraio prossimo. Una mossa, dicono molti, per contrastare il peso della polizia, organo privilegiato di Ben Ali. 

L'Assemblea nazionale tunisina ha sospeso il Partito dell'ex Presidente Ben Ali, il Rassemblement constitutionnel démocratique (RCD), che verrà dissolto nelle settimane a venire. Se il Governo di transizione di Mohammed Ghannouchi sta cercando di portare avanti il cambiamento, la transizione in Tunisia resta però difficile. 
Lo testimonia il fatto che il Ministero della Difesa ha richiamato, con un comunicato diffuso lunedì 6 febbraio, tutti i militari partiti in pensione tra il 2006 e il 2010 e i riservisti del 2008 e del 2009 a presentarsi, a partire dal 16 febbraio, «nei centri regionali di mobilitazione i più vicini alle loro residenze». Nessuna spiegazione è stata però data rispetto a questa decisione. 


Più osservatori sostengono che con questa mossa il Governo stia cercando di mantenere l'ordine in Tunisia usando l'esercito, perché la polizia è stato un organo estremamente potente del passato regime. Il problema è che l'esercito tunisino può contare su 35mila uomini, mentre si stima che la polizia – ai tempi di Ben Ali – ne contasse più di 100mila. 
Dopo la caduta del vecchio regime il 14 gennaio scorso sono state numerosissime le tensioni in tutto il Paese: manifestazioni e disordini si sono sviluppati a Tunisi e nelle città circostanti. Ed è sempre l'esercito a intervenire per ristabilire l'ordine. 

Da parte del Governo arrivano spesso voci di “complotto” contro la rivoluzione da parte di uomini vicini al partito dell'ex‐Presidente, l'RCD. Lo stesso Ghannouchi ha sostenuto che «ci sono delle persone che vogliono far tornare indietro il Paese». Intanto il Governo sta cercando di organizzare le elezioni (presidenziali e legislative), programmate nei prossimi sei mesi, anche se in molti stanno già sostenendo che non sarà possibile. 


Francesca Barca
Europa451
 
 
Creata nel maggio del 2009 dal Governo francese, l'Hadopi, la legge che favorisce la diffusione e la protezione della creazione su Internet (Loi favorisant la diffusion et la protection de la création sur Internet), ha dato anche il nome all'autorità che si occupa, appunto, della protezione del copyright e della regolazione del controllo degli accessi alla Rete. Il 4 ottobre scorso l'Hadopi è finalmente diventata operativa  e sono partite le prime mail di “avvertimento” per gli internauti che hanno scaricato materiale illegale. 



Il meccanismo di funzionamento è semplice: se un Internet user scarica illegalmente materiale da Internet viene “segnalato”. Questo significa che il suo Internet provider deve comunicare, entro otto giorni, il suo indirizzo all'Hadopi. L'Autorità invia una mail di avvertimento all'abbonato; se nei successivi sei mesi la persona non viene più segnalata i suoi dati vengono cancellati; diversamente riceverà un secondo avvertimento, per lettera raccomandata, che “costerà” una seconda sorveglianza per un anno. Se il soggetto è recidivo si riceve una seconda lettera raccomandata che annuncia che sono possibili delle azioni giudiziarie. Dopo aver studiato il dossier della persona, l'Hadopi può decidere di rivolgersi a un giudice. Conseguenze? Fino a 1500 euro di ammenda e il blocco dell'accesso a Internet per u anno. Il grosso delle critiche – oltre a quelle di ordine ideologico – sono rivolte al meccanismo di funzionamento della legge: ad occuparsi del monitoraggio è una società francese, Trident Media Guard, che controlla il webd “a campione”. Soltanto che, per necessità pratiche, sorveglia solamente circa 10mila titoli, tra le ultime uscite e i maggiori successi. Questo significa che più di nicchia sono i gusti dell'utente e più diventa impossibile trovarlo. Altra cosa: sono soprattutto i siti di Peer to Peer ad essere monitorati, mentre il download diretto non si può rilevare. 

La Francia sta ora pensando a come rafforzare ulteriormente i mezzi di protezione dell'accesso a Internet nella lotta contro il download illegale. Sono allo studio dei programmi di “sorveglianza”: una sorta di anti-virus da installare sul Pc che indica all'utente i contenuti da non scaricare, quindi illegali.  Sarà l'Agenzia nazionale della sicurezza dei Sistemi d'Informazione (Anssi ) a valutare i vari progetti presentati dagli editori: quelli ritenuti idonei passeranno al vaglio dell'Hadopi che darà, alla fine del processo, una sorta di etichetti di validità. I criteri ai quali gli editori devono sottomettersi per ricevere questo label “Hadopi” sono redatti da Michel Riguidel, professore alla scuola d'Ingegneria Telecom ParisTech. Per ammissione stessa dall'Hadopi gli internauti non sono obbligati ad utilizzarli ma, anche nel caso lo facciano, la cosa non dà alcuna immunità rispetto alla legge. 


Francesca Barca
Europa451

Leggi il nostro dossier sull'Hadopi
 


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