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A marzo, in data ancora da confermare, gli attivisti per le libertà di Internet e gli hacktivist di Anonymous scenderanno in piazza con una manifestazione per difendere Internet come “zona libera e indipendente, che preservi l'anonimato e che protegga la libertà di espressione, condivisione e pubblicazione”. 

Anonymous è il gruppo di hacktivist, che ha fatto sentire la sua voce negli ultimi mesi bloccando spesso siti di rilevanza mondiale. Attraverso attacchi DDoS, cioè di sospensione di  servizio, il gruppo ha fatto sentire la sua voce – e la sua opinione – su fatti di rilevanza mondiale: solo per citarne alcuni ricordiamo l'attacco contro Ebay, Amazoon, Paypal, MasterCard, Visa (nel caso Assange), contro il governo dello Zimbabue, contro diversi siti del governo tunisino dopo le rivolte di fine 2011 (qui e qui), contro il governo in Egitto, contro il sito dell'Enel e di Agcom in Italia e, in ultimo, contro molti siti del Governo americano dopo l'operazione che ha chiuso il sito di streaming Megavideo (#OpMegaupload). 

Qui il video di presentazione dell'evento:
A marzo, gli attivisti di Anonymous organizzano una grande festa/manifestazione a Parigi, Anonymact: lo scopo è portare in piazza il più persone possibile, pacificamente, per fare sentire la propria voce contro le leggi che vogliono controllare la diffusione dei materiali e della cultura su Internet (Hadopi, Loppsi, Acta, Sopa/Pipa, Ipred, Arjel…) e limitare la Neutralità della Rete. La manifestazione intende promuovere un'idea di Internet come “zona libera e indipendente, che preservi l'anonimato e che protegga la libertà di espressione, condivisione e pubblicazione”. 

Dove si terrà la manifestazione ancora non è sicuro: il luogo verrà specificato nei giorni a venire sul sito dell'operazione. Tutti i comportamenti che possono essere condannati dalla forze dell'ordine sono da tenere lontani: niente alcol, droghe, tende o qualunque altra cosa che possa essere motivo di dispersione. 

Tra le associazioni “simpatizzanti” con l'iniziativa ci sono Télécomix, la Quadrature du Net, il Partito Pirata, il Fnd (French Data Network, il primo fornitore di accesso Internet in Francia), April (Promouvoir et defendre le logiciel libre – Promozione e difesa del software libero) e le Ong che difendono libertà civili come Rsf (Reporter senza Frontiere), Fidh (Federation Internationale Droits de l'Hommes), Amnesty France e Human Rights Watch. 

Il sito della manifestazione è qui, sono su Twitter (@ anonymact) e hanno un hashtag (#Anonymact).


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La sequenza di Persepolis che ha sollevato le proteste. (Foto dal film)
Venerdì 7 ottobre la tv privata Nessma TV ha proiettato il film Persepolis di Marjane Satrapi in dialetto tunisino. Circa 200 salafisti hanno attaccato i locali della Tv e manifestazioni sono apparse in tutto il paese. Nessma TV è stata denunciata e il suo presidente si è scusato con i tunisini. Manifestazioni islamiste anche all'università, a due settimane dalle elezioni. 

Venerdì 7 ottobre la Tunisia ha visto per la prima volta in Tv il film di Marjane Satrapi, “Persepolis”. La pellicola franco-iraniana è stata diffusa dalla televisione privata satellitare Nessma con i sottotitoli in arabo-tunisino.

A seguito di questa proiezione, domenica 9 ottobre circa 200 persone sono state disperse dalla polizia a Tunisi mentre marciavano in direzione dei locali di Nessma. Si trattava di gruppi di salafisti che, già nei giorni precedenti, come si evinceva dai social network, non approvavano la visione che il film da dell'Islam e della gioventù araba e, in particolare, una scena in cui Allah viene rappresentato come un vecchio con la barba, cosa vietata nell'Islam. 

Nessma Tv dopo gli eventi ha diffuso un comunicato stampa in cui si diceva che «gli uffici di Nessma oggi hanno subito un tentativo di assalto da parte di “barbuti” e di donne in niqab. Alcuni degli assalitori erano armati con coltelli e bastoni». A seguito dei fermi della polizia una decina di persone, secondo il Ministero degli Interni, sarebbero state arrestate.  
Oltre a questa manifestazione, che comunque si è risolta senza violenze, ci sono state marce contro il film a Gafsa, Nabeul, Ben Gardane, Le Kef, Susa e Medenina. 
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(foto: Persepolis)
Diversi gruppi, cittadini singoli e avvocati, per un totale di 143 persone, hanno, inoltre, denunciato  la Tv al punto che martedì  11 ottobre, in mattinata, l'Afp ha diffuso un comunicato dove annuncia che l'ufficio del procuratore della Repubblica di Tunisi ha deciso di aprire un'inchiesta preliminare sulla diffusione del film. 



Di stamattina, invece, la notizia che Nebil Karoui, presidente di Nessma Tv, si è scusato, sulle onde di radio Monastir, con il popolo tunisino: «Mi dispiace per coloro che sono stati offesi da questo passaggio, che offende anche me», ha detto ai giornalisti. Queste scuse sono particolarmente indicative del clima che la Tunisia sta vivendo: fino a ieri la posizione della Tv privata era piuttosto combattiva. Persepolis inoltre era già stato precedentemente diffuso in alcune sale cinematografiche in Tunisia. 

Polemiche sul velo all'università

Questi incidenti sono avvenuti a ridosso di altre manifestazioni di salafiti, questa volta a scapito della facoltà di Lettere di Susa dove il 5, 6 e 7 ottobre scorso dei gruppi sono entrati e hanno minacciato il rettore per “chiedere” l'iscrizione di una ragazza che porta il velo, precedentemente rifiutata dall'istituto in nome del regolamento interno. Il rettore ha obbligato l'istituto ad accettare la ragazza e, per questo, gli studenti e i professori stanno manifestando per chiedere sostegno. A questo è stata lanciata, Faïza Zouaoui Skandrani, presidente dell'associazione Egalité et Parité (che ha ottenuto la parità uomo-donna nelle liste elettorali in Tunisia), una petizione per chiedere che il velo sia vietato nelle istituzioni educative (NON AU NIKAB EN TUNISIE DANS LES INSTITUTIONS EDUCATIVES). Ad oggi la petizione ha raccolto 1137 firme. 

Questi incidenti, va ricordato, succedono a meno di due settimane dalle prime elezioni libere del dopo-Ben Ali. Il prossimo 23 ottobre, infatti, si terranno le elezioni per l'assemblea Costituente, che sarà incaricata di riscrivere la carta della nuova Tunisia. Per ora il partito Ennahda, islamico, è dato in testa a tutti i sondaggi. 

Francesca Barca
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Obbligo di rettifica per i contenuti "impropri" o multa fino a 12.500 euro. Cos'è il comma ammazzablog e come funziona?  La Rete italiana protesta, unita, diffondendo lo stesso post, quello qui sotto. Per seguire il dibattito su Twitter: #noallaleggebavaglio a #areteunificata. 

Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma ammazzablog? 
Il comma 29 estende l’istituto della rettifica, previsto dalla legge sulla stampa, a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”, e quindi potenzialmente a tutta la rete, fermo restando la necessità di chiarire meglio cosa si deve intendere per “sito” in sede di attuazione. 

Cosa è la rettifica? 
La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere di questi media e bilanciare le posizioni in gioco, in quanto nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, questi potrebbero avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie. La rettifica, quindi, obbliga i responsabili dei giornali a pubblicare gratuitamente le correzioni dei soggetti che si ritengono lesi. 

Quali sono i termini per la pubblicazione della rettifica, e quali le conseguenze in caso di non pubblicazione? 
La norma prevede che la rettifica vada pubblicata entro due giorni dalla richiesta (non dalla ricezione), e la richiesta può essere inviata con qualsiasi mezzo, anche una semplice mail. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”, ma ad essa non possono essere aggiunti commenti. Nel caso di mancata pubblicazione nei termini scatta una sanzione fino a 12.500 euro. Il gestore del sito non può giustificare la mancata pubblicazione sostenendo di essere stato in vacanza o lontano dal blog per più di due giorni, non sono infatti previste esimenti per la mancata pubblicazione, al massimo si potrà impugnare la multa dinanzi ad un giudice dovendo però dimostrare la sussistenza di una situazione sopravvenuta non imputabile al gestore del sito. 

Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto? 
La rettifica prevista per i siti informatici è quella della legge sulla stampa, per la quale sono soggetti a rettifica tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni ritenute dai soggetti citati nella notizia “lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia, è quindi un criterio puramente soggettivo, ed è del tutto indifferente alla veridicità o meno della notizia pubblicata. 

Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false? 
E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri. 

Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica? 
La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi sarà il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso. 

Sono soggetti a rettifica anche i commenti?
Un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento (e contenuti similari) non dovrebbe essere soggetto a rettifica.

L'articolo è di Bruno Saetta, pubblicato su valigia blu: qui
Il blog di Bruno Saetta invece è qui

Qui, da Agorà digitale, invece le proposte di emendamento fatte 26 parlamentari alla Camera per modificare il testo in modo che venga applicato ai soli contenuti professionali e alle testate registrate. 

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Uno dei poster di sostegno alla Quadrature du Net (http://www.laquadrature.net/support)
Due associazioni per la difesa dai diritti digitali e della Neutralità della Rete hanno lanciato una piattaforma on line per raccogliere le testimonianze di coloro i cui diritti sono stati violati dagli operatori telecom e dagli Internet provider in tutta Europa.

 
La Quadrature du Net e  Bits of Freedom, francese la prima e olandese la seconda, sono due associazioni che si muovono in ambito europeo per difendere i diritti dei cittadini on line e la Neutralità della Rete in Europa. Insieme hanno lanciato, il 22 settembre scorso, un sito/piattaforma di condivisione che si chiama Respect My Net, che si pone come portaparola degli utenti Internet (e clienti di operatori delle telecomunicazioni) in tutta Europa. 

Respect My Net, infatti, è una piattaforma destinata a raccogliere le testimonianze di coloro i cui fornitori di accesso Internet, o operatori di telefonia, violano alcuni diritti o bloccano l'accesso ad alcuni servizi. 

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«La libertà digitale di ogni cittadino europeo è messa in discussione dagli operatori delle telecomunicazioni dominati, che vogliono controllare quello che fate su Internet. Per questo velocizzano e rallentano l'accesso ad alcuni siti e fanno pagare di più alcuni servizi», ha detto  Ot van Daalen di Bits of Freedom. 

Cosa vuol dire? L'esempio classico è quello di Skype. Seppure Skype sia un servizio gratuito al quale si accede semplicemente grazie a una connessione Internet, molti operatori, pur in presenza di un forfait di traffico, aggiungono una tariffazione extra se l'utente si connette a Skype dal suo smart-phone senza appoggiarsi a una rete Wi-fi. 

I dati e le testimonianze raccolte tramite Respect My Net saranno presentati alla Commissione europea e alle autorità nazionali, per chiedere azioni concrete da parte dei governi. «Respect My Net permetterà a tutti i cittadini di diventare dei guardiani di Internet», ha detto Jérémie Zimmermann, portaparola e co-fondatore della Quadrature du Net. 

In un rapporto pubblicato dalla Commissione europea nell'aprile scorso, infatti, la Commissione, pur rivendicando il principio della Neutralità della Rete, afferma che non vieterà agli operatori le restrizioni nei servizi che, di fatto, violano questa neutralità (nelle definizione data dai militanti) sperando che la regolazione arrivi dal mercato e da una comunicazione trasparente da parte degli operatori. Bruxelles spera che gli operatori che applicano maggiori restrizioni vengano messi da parte, in modo naturale, dal mercato. 

Come funziona Respect My Net? Bisogna riempire un formulario, dove si indica il paese di provenienza, l'operatore coinvolto e il tipo di servizio per il quale si hanno dei problemi (traffico VoIP, P2P, condivisione di file...) e inviare il tutto. 


Sul sito sono presenti testimonianze in arrivo dalla Francia, dalla Spagna, dalla Germania, dall'Inghilterra, dalla Svezia, dal Belgio, da Cipro, dall'Olanda, dal Portogallo e, una soltanto, dall'Italia. 
 
Francesca Barca
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Foto di Nina Bianchi (http://oti.newamerica.net/commotion_wireless_0=
A Washington si sta lavorando per realizzare il sogno di ogni hacker: un programma che permetta la creazione di una rete Wi-fi  indipendente da qualsiasi infrastruttura, anonima e criptata. Il progetto è finanziato dall'Open Technology Initiative e dal Dipartimento di Stato americano. 

Riporta Le Monde che a Washington qualcuno sta lavorando per realizzare il sogno di ogni hacker: un programma che permetta la creazione di una rete Internet Wi-fi completamente autonoma e indipendente da qualsiasi infrastruttura (telefono, cavo, satellite), anonima e criptata. 

Come si chiama? Commotion ed è diretto da Sascha Meinrath, un ex militante di Indimedia e dell'Internet libero. Commotion è a tutti gli effetti un progetto ufficiale: è finanziato dall'Open Technology Initiative (Oti) il dipartimento tecnologico della New America  Foundation che passa  all'equipe che lavora sul progetto 2,3 milioni di dollari all'anno (1,6 milioni di euro) a cui si aggiungono 2 milioni di dollari del Dipartimento di Stato Americano, interessato alle rete senza fili autonome da usare in situazioni di emergenza, come guerre e catastrofi. 

Una volta completato, Commotion funzionerà semplicemente installando, grazie a una chiavetta Usb, il programma su tutti i computer che si vogliono far rientrare nel network: alcune componenti sono già scaricabili dal sito Internet. Per la fine del 2012 dovrebbe essere pronta una versione del programma per il grande pubblico. 

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Qui l'articolo completo di Yves Eudes su Le Monde. 


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Foto: halmustafa.tumblr.com/
Lo scorso maggio il Tribunale di primo grado di Tunisi ha ordinato all'Ati, il fornitore di accesso Internet del Paese, di “filtrare” (leggi censurare) i siti porno. In maggio tre pagine Facebook sono state chiuse per ordine del Tribunale militare.  

Il tribunale di primo grado di Tunisi ha rifiutato, lunedì 13 giugno, l'appello dell'Agence tunisienne de l’internet (Ati) che chiedeva di non applicare la censura ai siti a carattere pornografico. L'Ati è l'Internet provider “nazionale”, che sottostà al Ministero delle Tecnologie e della Comunicazione. 
Lo scorso 26 maggio il tribunale di primo grado di Tunisi aveva deciso, infatti, di chiudere tutti i siti con contenuti porno perché, secondo i tre avvocati che hanno presentato la richiesta, rappresentano un pericolo per i bambini e non sono conformi ai valori mussulmani della Tunisia. Dopo la caduta del regime di Ben Ali, infatti sette siti porno sono apparsi nella Top 100 dei siti web più visitati del Paese. 
«Io non ho intenzione di “filtrare”», ha detto Moez Chakchouk, PDG dell'Ati, durante la conferenza stampa che si è tenuta il 31 maggio scorso per parlare della decisione di fare appello alla Corte di Tunisi in relazione alla decisione di “filtrare” (leggi chiudere) i siti porno. Ricordiamo che sotto il regime di Ben Ali ogni anno venivano “investiti” 1,200 milioni di dinari (circa la metà in euro) per queste opere di censura
Il settimanale Business New ricorda che qualche mese fa Ati ha chiuso alcune pagine Facebook su ordine del Tribunale Militare perché «diffondevano video, commenti e articoli falsi con lo scopo di danneggiare l'istituzione militare e le sue più alte cariche, la fiducia del cittadino verso l'esercito nazionale e di portare la confusione e il disordine nel Paese».

Francesca Barca
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www.paspeurdhadopi.fr
Il 13 giugno parte la campagna (alla modica cifra di 3 milioni di euro) di comunicazione di Hadopi allo scopo di "proteggere la creazione artistica di domani". La Rete si mobilita per spiegare perché "non ha paura di Hadopi" e per difendere il download e lo sharing. 

Il 13 giugno prossimo verrà ufficialmente lanciata la campagna di comunicazione di Hadopi, la legge che favorisce la diffusione e la protezione della creazione su Internet  e che ha dato anche il nome all'autorità che si occupa, appunto, della protezione del copyright e della regolazione del controllo degli accessi alla Rete (per sapere come funziona Hadopi leggi qui). Il budget previsto per la campagna è di 3 milioni di euro. 
In cosa consiste? In tre spot pubblicitari e in una serie di manifesti che ci mostrano grandi artisti che nel 2020 faranno il successo della Francia, ma che senza Hadopi che «protegge la creazione artistica di domani» non raggiungerebbero il successo. Qui il pdf esplicativo.  
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Alcuni manifesti della campagna di Hadopi
«Con la sua nuova campagna di comunicazione Hadopi vuole far capire che la creazione artistica è una delle poste in gioco fondamentali nono solo per coloro che ne vivono. Hadopi vuole suscitare dei comportamenti solidari e responsabili, trasmettendo un messaggio forte. (…) Si tratta di unire il pubblico attorno a una soluzione collettiva. La campagna promuove usi responsabili e soluzioni semplici per coloro che vogliono sostenere la perennità della cultura: labellizzare l'offerta legale», hanno spiegato dalla Haute Autorité. Per questo è stato creato, appunto, un label: PUR (Promotion des Usages Responsables) che verrà esposto sui siti che hanno il marchio Hapodi. 

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In contemporanea la Quadrature du Net, associazione francese che si muove per la difendere le libertà digitali, ha lanciato un sito Pas peur d'Hadopi –  che si richiama a Pourquoi je pirate e Don't Make Me Steal – il cui scopo è spiegare perché gli internauti scaricano, condividono e ritengono che Hadopi non sia una soluzione. 
In particolare Don't Make Me Steal è tradotto in undici lingue e si fa promotore di un manifesto con il quale i firmatari si impegnano a smettere di scaricare se l'offerta culturale sarà ad un prezzo ragionevole, l'uso di tutte le lingue per i contenuti sarà garantito, l'uscita di un contenuto sarà simultanea in più paesei e le opere saranno prive del Digital Right Management in caso di acquisto (tutte le condizioni le trovate qui). 

Francesca Barca
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Social Media Phobias (Foto: Intersection Consulting/Flickr)
La Senatrice  Catherine Morin-Desailly ha deposto una legge al Senato francese che prevede, nella formazione degli studenti, la protezione della vita privata e dei dati personali. 

La Senatrice Catherine Morin-Desailly ha presentato una legge al Senato francese che prevede, nella formazione degli studenti, la protezione della vita privata. «Di fronte allo sviluppo e alla moltiplicazione delle fonti di informazione on line gli studenti saranno ormai formati a sviluppare un'attitudine critica e a riflettere di fronte all'informazione disponibile con lo scopo di acquisire un comportamento responsabile» nell'uso delle nuove tecnologie e di controllare le informazioni che diffondono. In pratica gli studenti verranno informati su come controllare la loro immagine pubblica e quali pericoli  questa cosa può avere. Inoltre gli allievi dovranno conoscere il contenuto della legge “Informatica e libertà” e il funzionamento della Cnil (Commission nationale de l'informatique et des libertés), un'autorità amministrativa che si occupa di protezione dei dati personali. 


La Desailly si rifà a una proposta di emendamento già presentata da Yves Détraigne e Anne-Marie Escoffier nel novembre 2009, che aveva come scopo  quello di avviare agli studenti «al controllo dell'immagine pubblica, all'analisi critica delle informazioni che circolano su Internet e all'uso responsabile dei social network e delle applicazioni interattive». La legge esiste dal 22 marzo del 2010, quando è stato discusso al Senato, ma non è ancora stato iscritto nel dibattito dell'Assemblea Nazionale francese. 

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Prima dell'apertura dei lavori del G8 di Deauville, un forum e-G8 si terrà a Parigi il 24 e 25 maggio. Voluto dal Presidente francese Sarkozy e sponsorizzato da società private, vedrà personaggi come Mark Zuckerberg, di Facebook, Eric Schmidt di Google, Jeff Bezos di Amazon e Jimmy Wales di Wikipedia discutere del futuro di Internet. E c'è chi denuncia un tentativo di controllo della Rete. 

Dal 26 al 27 maggio nella località normanna di Deauville si riunirà il G8, il tradizionale summit degli otto Paesi più industrializzati del mondo. Quest'anno Internet sarà al centro della discussione degli otto grandi e, per questo, è stata introdotta una (già discussa) novità. Il Presidente francese, Nicolas Sarkozy, quest'anno ha deciso l'e-G8. Di cosa si tratta? Di un incontro, in forma di forum e workshop, che «riunirà i leader e gli esperti di nuove tecnologie informatiche e di Internet di tutto il mondo» che si terrà il 24 e 25 maggio prossimo alle Tuileries a Parigi. Il tema dell'incontro sarà "Internet: accelerare la crescita economica". L'incontro parigino sarà presieduto e organizzato dal Publicis Group, grande multinazionale della comunicazione, e sponsorizzato da società private (tra cui Orange, Vivendi, Iliad e Microsoft) con partecipazione esclusivamente su invito. Tra i partecipanti illustri ci saranno Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, Eric Schmidt di Google, Jeff Bezos di Amazon e Jimmy Wales di Wikipedia. Il comunicato stampa dell'evento spiega che «l'e-G8 forum si concentrerà sull'impatto di Internet sull'economia: crescita, creazione di posti di lavoro, creazione di valore, trasformazioni e modernizzazione di mestieri e industrie tradizionali dopo l'impatto della rottura tecnologica. (…) Il forum si interrogherà sulle condizioni favorevoli all'innovazione tecnologica nell'economia digitale, soprattutto per quanto riguarda l'educazione, la formazione e il finanziamento». Si parlerà anche di proprietà intellettuale, privacy e democratizzazione (martedì 24 maggio: “La proprietà intellettuale all'epoca del digitale? Quali regole bisognerebbe prevedere per incoraggiore e stimolare la creazione di contenuti su Internet?). 


Per gli attivisti è una trappola

Per gli attivisti delle libertà della rete si tratta di una trappola: «Sotto la copertura di un processo pseudo-consultivo c'è la volontà dei governi di controllare sempre di più Internet. Dietro il fumo del “forum” c'è un tentativo di trasformare Internet in uno strumento di repressione e di controllo», ha dichiarato Jérémie Zimmerman, porta parola de La Quadrature du Net. L'associazione, insieme ad altre, ha aperto un sito “G8 vs INTERNET” dove discutere, insieme ai cittadini, di queste tematiche. La Quadrature du Net ricorda che Nicolas Sarkozy (il cui governo è già famoso per l'Hadopi) ha dichiarato, nel gennaio scorso, pensando a questo G8, a un progetto per un Internet “civilizzato”: «Metteremo sul tavolo una questione centrale, quella dell'Internet civilizzato. Non parlo di Internet regolato, ma di Internet civilizzato. È nell'interesse di tutti. Non si può, da un lato, consumare come non mai immagini, musica, autori e creazione e non assicurare il rispetto del diritto di proprietà di colui che ha ci speso tutta la sua emozione, tutto il suo talento e tutta la sua creatività. Il giorno in cui non si paga più la creazione, la si uccide». 
Ricordiamo anche le recenti polemiche sollevate dalla proposta del L aw Enforcement Working Party, un gruppo di lavoro interno al Consiglio europeo, per la creazione di una lista di siti da bannare. Chi critica la proposta, come The Pirate Bay, parla di un “Firewall europeo” o di una “Schengen virtuale”. La Quadrature du Net denuncia anche (ma è la sola fonte trovata in proposito) che al G8 di Deaville si metterà sul tavolo anche la discussione sull'Acta

Francesca Barca
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Foto: https://9000tunnels.appspot.com/thepiratebay.org/
Durante una riunione nel febbraio scorso, il Law Enforcement Working Party (Lewp), un gruppo di lavoro interno al Consiglio europeo, ha prodotto un documento per mettere in piedi una sorta di “Firewall europeo”. The PirateBay lancia un appello contro la «guerra degli Internet». 

PirateBay ha lanciato un appello per la difesa di un Internet libero e senza censure contro un progetto di un gruppo di deputati europei che hanno proposto una sorta di «Schengen virtuale». PirateBay parla dell'arrivo di una «guerra degli Internet». Durante una riunione che si è tenuta nel febbraio scorso il Law Enforcement Working Party (Lewp) ha messo insieme una lista di siti da bloccare. Si tratta, insomma, di una sorta di Firewall europeo. 


Ma partiamo dall'inizio. Cos'è il Law Enforcement Working Party? È un gruppo di lavoro che fa parte del settore “Giustizia e Affari Interni” del Consiglio europeo. Il Lewp è composto da rappresentanti di tutti gli Stati Membri dell'Ue e ha il compito di preparare documenti e progetti di legge sulle frodi e il terrorismo. 

Gli attivisti contro la censura e per la libertà su Internet hanno paragonato questo progetto al sistema di controllo della Rete in funzione in Cina. Secondo il britannico Telegraph il documento del Lewp parla della creazione di un «cyberspazio europeo securizzato» che dovrebbe funzionare come una sorta di «Schengen virtuale» con punti di accesso dove gli Internet provider potrebbero bloccare i contenuti illeciti sulla base di una lista nera europea. Il quotidiano britannico dice di aver tentato di contattare i rappresentati della Presidenza di turno dell'Ue (Ungheria) per avere chiarimenti sull'espressione «contenuti illeciti», ma non si è avuta alcuna risposta. Un portavoce del Consiglio ha risposto, invece, che non c'era nessuno disposto a discutere del soggetto, perché i responsabili sono in vacanza. 

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Qui il pdf del documento del Lewp
 


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