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La sequenza di Persepolis che ha sollevato le proteste. (Foto dal film)
Venerdì 7 ottobre la tv privata Nessma TV ha proiettato il film Persepolis di Marjane Satrapi in dialetto tunisino. Circa 200 salafisti hanno attaccato i locali della Tv e manifestazioni sono apparse in tutto il paese. Nessma TV è stata denunciata e il suo presidente si è scusato con i tunisini. Manifestazioni islamiste anche all'università, a due settimane dalle elezioni. 

Venerdì 7 ottobre la Tunisia ha visto per la prima volta in Tv il film di Marjane Satrapi, “Persepolis”. La pellicola franco-iraniana è stata diffusa dalla televisione privata satellitare Nessma con i sottotitoli in arabo-tunisino.

A seguito di questa proiezione, domenica 9 ottobre circa 200 persone sono state disperse dalla polizia a Tunisi mentre marciavano in direzione dei locali di Nessma. Si trattava di gruppi di salafisti che, già nei giorni precedenti, come si evinceva dai social network, non approvavano la visione che il film da dell'Islam e della gioventù araba e, in particolare, una scena in cui Allah viene rappresentato come un vecchio con la barba, cosa vietata nell'Islam. 

Nessma Tv dopo gli eventi ha diffuso un comunicato stampa in cui si diceva che «gli uffici di Nessma oggi hanno subito un tentativo di assalto da parte di “barbuti” e di donne in niqab. Alcuni degli assalitori erano armati con coltelli e bastoni». A seguito dei fermi della polizia una decina di persone, secondo il Ministero degli Interni, sarebbero state arrestate.  
Oltre a questa manifestazione, che comunque si è risolta senza violenze, ci sono state marce contro il film a Gafsa, Nabeul, Ben Gardane, Le Kef, Susa e Medenina. 
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(foto: Persepolis)
Diversi gruppi, cittadini singoli e avvocati, per un totale di 143 persone, hanno, inoltre, denunciato  la Tv al punto che martedì  11 ottobre, in mattinata, l'Afp ha diffuso un comunicato dove annuncia che l'ufficio del procuratore della Repubblica di Tunisi ha deciso di aprire un'inchiesta preliminare sulla diffusione del film. 



Di stamattina, invece, la notizia che Nebil Karoui, presidente di Nessma Tv, si è scusato, sulle onde di radio Monastir, con il popolo tunisino: «Mi dispiace per coloro che sono stati offesi da questo passaggio, che offende anche me», ha detto ai giornalisti. Queste scuse sono particolarmente indicative del clima che la Tunisia sta vivendo: fino a ieri la posizione della Tv privata era piuttosto combattiva. Persepolis inoltre era già stato precedentemente diffuso in alcune sale cinematografiche in Tunisia. 

Polemiche sul velo all'università

Questi incidenti sono avvenuti a ridosso di altre manifestazioni di salafiti, questa volta a scapito della facoltà di Lettere di Susa dove il 5, 6 e 7 ottobre scorso dei gruppi sono entrati e hanno minacciato il rettore per “chiedere” l'iscrizione di una ragazza che porta il velo, precedentemente rifiutata dall'istituto in nome del regolamento interno. Il rettore ha obbligato l'istituto ad accettare la ragazza e, per questo, gli studenti e i professori stanno manifestando per chiedere sostegno. A questo è stata lanciata, Faïza Zouaoui Skandrani, presidente dell'associazione Egalité et Parité (che ha ottenuto la parità uomo-donna nelle liste elettorali in Tunisia), una petizione per chiedere che il velo sia vietato nelle istituzioni educative (NON AU NIKAB EN TUNISIE DANS LES INSTITUTIONS EDUCATIVES). Ad oggi la petizione ha raccolto 1137 firme. 

Questi incidenti, va ricordato, succedono a meno di due settimane dalle prime elezioni libere del dopo-Ben Ali. Il prossimo 23 ottobre, infatti, si terranno le elezioni per l'assemblea Costituente, che sarà incaricata di riscrivere la carta della nuova Tunisia. Per ora il partito Ennahda, islamico, è dato in testa a tutti i sondaggi. 

Francesca Barca
Europa451


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Strasburgo: interno della moschea (fb)
Mercoledì 3 agosto il Tagikistan, in nome della lotta all'integralismo, ha promulgato una legge che vieta ai minori l'ingresso nei luoghi di culto. 

Il Tagikistan ha vietato, mercoledì 3 agosto, l'ingresso ai minorenni nei luoghi di culto. La “legge sulla responsabilità parentale” era stata discussa a luglio e il Presidente tagiko, Emomali Rakhmon, l'ha promulgata due giorni fa. 

Il Paese, ex repubblica sovietica, ha oggi una forte maggioranza mussulmana: il 98% dei 7,5 milioni di cittadini del paese sono di religione islamica; ci sono inoltre 2500 protestanti e circa 70mila persone di origine russa di culto protestante.  La nuova legge vieta ai minori di 18 anni di frequentare i luoghi di culto, ad eccezione degli allievi di scuole religiose. 
Il Governo del Paese ha fatto della lotta contro l'integralismo religioso una delle sue priorità: questa legge contiene anche un emendamento che punisce, con pene fino ai 12 anni, i colpevoli di “insegnamento religioso illegale”. Va detto che il Paese condivide un migliaio di chilometri di frontiera con l'Afghanistan e che da circa vent'anni c'è in atto una guerra tra i sostenitori del Presidente e i ribelli islamici. 

Francesca Barca
Europa451


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Foto: www.bdouin.com
Nel giugno scorso la finanza islamica è stata introdotta in Francia grazie a una modifica del Codice Civile. Easi, una società nata nel gennaio scorso, si pone come interfaccia tra le banche e i mussulmani che cercano prodotti finanziari halal. E lo fa anche a fumetti. 

570easi (etica a sensibilità islamica) è una società nata nel gennaio scorso in Francia che ha come scopo quello di diffondere la finanza islamica ad un pubblico che potrebbe potenzialmente esserne interessato. Il progetto si chiama 570 (dall'anno islamico) ed è stato messo in piedi da privati, mussulmani, che si propongono come interfaccia tra le banche “classiche” e i clienti che sono interessati a questo tipo di prodotto. 
“Il progetto 570 è la risposta a una domanda della clientela francese per prodotti e servizi finanziari trasparenti e compatibili con le loro convinzioni religiose”, dice il sito della società. Secondo l'istituto di sondaggi e opinioni Ifop in Francia ci sarebbero tra 590.000 e un milione di clienti potenzialmente interessati ai prodotti finanziari compatibili con la sharia. Il mercato dei prestiti immobiliari e del risparmio halal è stimato intorno ai 7 miliardi di euro. 

La finanza islamica è uno strumento finanziario che è nato nel VII secolo e che si basa su precetti che sono conformi a quelli coranici. Oggi è molto usata in Malesia, Egitto e nei Paesi del Golfo. È stata introdotta ufficialmente sul suolo francese solo nello scorso giugno grazie a un voto parlamentare – sostenuto a maggioranza dall'Ump di Sarkozy e dal Nouveau Centre – attraverso una modifica del Codice Civile che permette l'emissione di strumenti finanziari, sulla piazza di Parigi, conformi ai principi della finanza islamica. 

Il gruppo 570, per diffondere i suoi prodotti, si è lanciato anche nell'editoria, con le edizioni del Bdouin (che letto in francese è “beduino”), che edita dei fumetti e dei cartoni animati che mettono in scena delle situazioni della vita quotidiana per rispondere alla domanda “come dovrei comportarmi per essere in regola con la sharia?”. Le edizioni del Bdouin, oltre alla finanza islamica, hanno serie sui matrimoni halal, sul Ramandan e su tanti tutti gli altri soggetti della vita quotidiana. 


Francesca Barca
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Foto: Kien Productions/Z'Yeux Noirs Movies
Si moltiplicano gli atti di aggressione e vandalismo da parte di estremisti islamici in Tunisia: la regista Nadia El Fani ha ricevuto minacce e il regista Nouri Bouzid è stato attaccato. Intanto in numerose città del Paese sono state segnalate manifestazioni fondamentaliste. 

Si moltiplicano gli atti di aggressione e vandalismo da parte di estremisti islamici in Tunisia. Il più noto è quello a scapito della regista Nadia El Fani. La donna ha appena vinto il “Prix international de la laïcité”: un premio che ogni anno viene assegnato dall'associazione francese “Laïcité République”.  Nadia El Fani lo ha ricevuto per il suo film, “Ni Allah ni maître” (Né Allah, né padrone), che sostiene la libertà di coscienza in Tunisia. L'opera, e la dichiarazione di ateismo della regista (“io non credo in dio”), sono costate a Nadia El Fani minacce di morte da parte di gruppo fondamentalisti. Un altro artista, questa volta uomo, è stato aggredito con una barra di ferro per strada: si tratta di Nouri Bouzid, uno dei registi tunisini più famosi all'estero, e che è stato anche un feroce oppositore del regime di Ben Alì. 


A questo si aggiungono aggressioni a donne il cui abbigliamento non è conforme alla morale islamica, e tutta una serie di atti di intimidazione e aggressione.  


Tra gli ultimi ha fatto particolare clamore, il 26 giugno scorso, l'attacco al cinema Africart di Tunisi, uno delle sale più famose della capitale e del Paese. Durante la serata, organizzata a sostegno della libertà di espressione, tra gli altri veniva proiettato “Ni Allah ni maître”: cinquanta membri del partito islamico Tahrir (tutt'ora illegale) hanno assaltato il cinema e i manifestanti. Solo dopo un'ora sono intervenute le forze dell'ordine, dice Le Monde. «Le persone, anche chi è più aperto, ci accusa di fare della provocazione volendo proiettare un film sulla laicità. Ma dove andiamo? Non abbiamo fatto una rivoluzione per arrivare a questo punto», dice Nohra Sekik, menbro del collettivo  Lam Echalm, tra gli organizzatori della serata, come riportato da AFP. 
Oltre a questo si sono tenute manifestazioni in varie città del Paese, come a Sfax ou Sidi Bouzid, nel Sud, contro “l'attacco ai valori dell'Islam”. Va aggiunto che in molti sostengono che gli atti di aggressione da molte parti denunciati sono in realtà inverificabili: voci dicono che si tratti di una manovra per far sembrare il paese in preda alla paura fondamentalista. 

Ennahda, il più grande e famoso partito islamico tunisino – dichiarato illegale da Ben Ali negli anni Novanta – ha condannato gli eventi ma, secondo le associazioni e i gruppi a difesa della laicità, usa un doppio linguaggio. Il partito è dato tra i favoriti alle elezioni per la Costituente del prossimo ottobre. Ennahda, inoltre è uscito dal Consiglio dell'Alta Istanza della Rivoluzione in polemica in seguito alla decisione di spostare le elezioni, inizialmente previste per il 24 luglio, al prossimo ottobre. 

A ottobre verranno, quindi, elette 218 persone che saranno incaricate di scrivere la nuova Costituzione del Paese. Le polemiche non mancano perché la Costituente non è, appunto, un governo. E questo fa pensare che l'attuale governo di transizione resterà in carica almeno un anno. In molti dai partiti – che oggi sono più di ottanta – e dalle associazioni, proponevano che a ottobre si andasse a votare anche per il Presidente, in modo da avere almeno una carica direttamente eletta dal popolo. L'attuale Primo Ministro è Beji Caid Essebsi (che fu anche primo Ministro durante il periodo di  Bourghiba), mentre  Foued Mebazaa (che ha svolto incarichi di governo sia con Bourghiba che con Ben Alì) è il capo dello Stato. 

Francesca Barca
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Foto: jean-pierre jeannin/Flicr
Anche il Marocco si sta mobilitando come le vicine Algeria, Tunisia e Egitto? Anche qui un giovane si è dato fuoco, come a Sidi Bouzid, mentre altri quattro sono stati bloccati. Prevista, su Facebook una manifestazione per il 20 febbraio.

Mourad Raho, 26 anni, si è dato fuoco lo scorso 10 febbraio a Benguerir, una città nel centro del Marocco. Riporta il sito rhamna.org che il giovane era stato licenziato dall'esercito lo scorso luglio. Raho è morto il giorno successivo in ospedale a causa delle ustioni riportate. Pare che dopo “l'esempio” di Mohamed Bouaziz, il giovane tunisino che si è immolato a Sidi Bouzid – cittadina a 300 km a sud di Tunisi e che ha dato vita alle proteste che hanno rovesciato il regime di Ben Ali – siano già quattro i tentativi di giovani che hanno cercato di darsi fuoco nel Regno del Marocco.

Quello che è certo è che le cose iniziano a muoversi in Marocco, almeno su Facebook. Alcuni media, come il caso de El Pais, per citare uno dei più importanti, hanno diffuso la notizia che un appello alla mobilitazione il prossimo 20 febbraio via un gruppo Facebook avesse già raccolto oltre 20mila adesioni.
La notizia, benché parzialmente incorretta, è vera. Esistono però due gruppi Facebook (entrambi in arabo): “Il Movimento del 20 febbraio, il popolo vuole il cambiamento”, che raccoglie ad oggi (venerdì 18 febbraio) 14576 membri e “Movimento di libertà e democrazia ora” che ne ha 9009. Quindi sì, oltre 20mila, ma solo ad oggi. Quello che è certo è che esistono invece decine (solo in francese) di gruppi che si dichiarano contro la manifestazione del 20 febbraio.
Il quotidiano francese La Croix aggiunge che una ventina di associazioni, tra cui l'Associazione marocchina dei diritti umani (AMDH), la Lega marocchina dei diritti umani, il Forum per le alternative del Marocco (FMAS) e Amnesty Marroco hanno manifestato il loro sostegno alla manifestazione del 20 febbraio. «Molti democratici marocchini, soprattutto i giovani, aspirano ad un dei cambiamenti in Marocco. Tranne qualche differenza la situazione marocchina non è troppo diversa da quella tunisina o egiziana: dittatura, Costituzione non democratica, elezioni che non rispettano la volontà popolare, Parlamento illegittimo, Governo senza potere esecutivo, strapotere del Re», ha detto Khadija Ryadi, presidente di AMDH. Ricordiamo che il Marocco è formalmente una monarchia costituzionale, retta da Mohammed VI: si tratta della più antica dinastia monarchica tutt'ora al potere.


E la politica?

Il sito maghrebemergent.info riporta la reazione della politica marocchina: il Ministro della Comunicazione Khalid Naciri ha subito affermanto che il Paese «è impegnato in un processo di democrazia e di apertura degli spazi di libertà»; il Ministro della Gioventù e dello Sport, Moncef Belkhayat, dalla sua pagina Facebook ha chiamato i suoi sostenitori a mobilitarsi contro queste iniziative dei “nemici del Marocco”.
Alcuni media spagnoli, poi smentiti da fonti officiali marocchine, avevano parlato, nei giorni scorsi, di assemblamenti di truppe nel Sahara occidentale, pronti per interventi in caso di disordini.
Il quotidiano spagnolo El Pais si chiede se in Marocco sta per succedere quello che è successo in Tunisia e Egitto: «Anche la popolazione marocchina è “giovane” (le persone tra i 15 e i 29 anni rappresentano un terzo della popolazione) e il tasso di disoccupazione è ugualmente alto. In Marocco l'82% dei disoccupati sono giovani (il 56% in Tunisia e il 73% in Egitto). E, anche qui, tocca soprattutto i giovani laureati».
Mulay Hicham, principe e cugino di Mohammed VI, conosciuto per le sue posizioni critiche verso la monarchia, in un'intervista a El Pais del 31 gennaio scorso, dice che l'onda tunisina arriverà anche in Marocco: «Quasi tutti i sistemi autoritari saranno toccati dall'onda di proteste. Il Marocco non sarà un'eccezione. Bisogna vedere se la contestazione sarà solo sociale o se sarà anche politica e se le formazioni politiche, risvegliate dagli ultimi avvenimenti, si risveglieranno».
Ma la situazione sembra anche più complessa: Karim Boukhari, direttore della rivista Tel Quel, in passato critica verso la democrazia marocchina, così oggi commenta i recenti avvenimenti: «I tunisini e gli egiziani avevano questo in comune: hanno fatto, prima di tutto, una rivoluzione contor i loro presidenti. Il Marocco ha la fortuna di essere diverso: è un Paese che ha bisogno di una correzione, non di una ristrutturazione. Non è un Paese da rifare, ma da fare meglio».

Francesca Barca
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Foto: Caput Mundi (Eikonthestreet-urbandorbi) di omino71e mr.klevra@ARTE SAGRA - Mondo Pop Gallery ROMA/Flickr
La discussione sul matrimonio omosessuale è stata spesso sollevata in Perù, ma ora è diventata una questione elettorale in vista delle presidenziali del 10 aprile prossimo a causa delle affermazioni fatte dal vescovo di Chimbote, Luis Bambarén: «Diciamo finocchi, non gay». 

La discussione sul matrimonio omosessuale è stata spesso sollevata in Perù, ma ora è diventata una questione elettorale a causa delle affermazioni fatte da un altro rappresentante del clero peruviano, il vescovo di Chimbote, Luis Bambarén. Il religioso, in risposta alla possibilità, avanzata da diversi candidati alle presidenziali ha sostenuto che «il matrimonio è un'unione inscindibile tra uomo e donna, anche se si cerca di proporne altre versioni». Interrogato dai giornalisti ha poi continuato sostenendo che «i politi stanno solo cercando voti, proponendo cose inutili come il questione del matrimonio gay. Cosa cercano? E poi non ho capito perché si parla di gay. Parliamo in castigliano: sono finocchi. Si dice così, o no?». 
Qui il video sottotitolato in inglese. 
L'ex Presidente  Alejandro Toledo, del partito Perú Posible – e che è in testa ai sondaggi – ha sostenuto che il matrimonio tra persone dello stesso sesso saranno probabilmente nel suo programma, Manuel Rodríguez Cuadros, candidato di Fuerza Social, è della stessa opinione. Gli altri candidati, anche se meno radicali, hanno tutti avanzato la possibilità, se non di matrimoni, almeno di unioni civili.

Ricodiamo che il Messico ha prima approvato il matrimonio nella regione di Città del Messico, per poi estenderlo a tutto la Repubblica federale, mentre in Argentina è stato approvato nel luglio scorso. 


Francesca Barca
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Foto: MoMoNWI/Flickr
I giovani egiziani protestano da oltre una settimana contro il regime di Mubarak. In alcuni casi i cortei si sono bloccati per permettere ai manifestanti di pregare. Guarda i video. 

Continuato in Egitto le rivolte inziate il 25 gennaio scorso per chiedere la fine del regime di Hosni Mubarak, al potere dal 1981. Se inizialmente il regime aveva optato per una scelta più liberale - lasciar protestare la gente - poi, vista l'entità presa dagli scontri, sono iniziate azioni più violente: oscuramento dei social network, divieto di manifestazioni e arresti arbitrari. Il 28 gennaio sono stati anche oscurati i quattro principali Internet provider del Paese. Anche qui, come in Tunisia, sono i giovani a manifestare: si tratta del 70% della popolazione che è sotto i trent'anni e che, come in altri Paesi del Magreb, hanno vissuto sempre sotto la dittatura senza alcuna prospettiva lavorativa o di sviluppo. 

Nel video qui sotto (dal minuto 3, 18) si vedono i manifestanti interrompersi per mettersi a pregare. 

Qui sotto un video di AlJazeera English che mostra i manifestanti bloccarsi per pregare e contrattare con la polizia per poterlo fare. 
 
 
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http://saadharoon.com/
Un giovane comico pakistano, dopo aver dedicato una canzone satirica a una misteriosa donna dal burqa sullo note di Pretty Woman, si lancia in uno show televisivo umoristico. 

Il comico pakistano Saad Haroon ha postato, il nove dicembre scorso, un video su YouTube in cui, sulle note della famosa Pretty Woman di Roy Orbison, dedica il suo amore a una misteriosa Burka Woman. La canzone racconta l'amore platonico del giovane per questo "sexy ninja": Saad, con grande umorismo descrive le sue pene d'amore nel "flirtare con questo living-room curtain". O ancora: "Burka woman, il mio amore per te cresce ogni volta che vedo le tue dita". Il video ha fatto, ad oggi, oltre 160mila spettatori: alcuni lo accusano di dare dall'Occidente dei motivi per attaccare l'Islam, altri lo minacciano di morte, mentre alcuni si felicitano perché si può ridere anche di temi come questo. 
"Non so se sono coraggioso. Sono un comico e il mio lavoro è fare ridere", ha detto Haroon al Telegraph. Il giovane ha anche aggiunto di essere stato contattato da donne che lo ringraziano della canzone. 
Il giovane, 33 anni, oggi prova, secondo il Guardian, a creare uno show per la televisione: racconta di aver cominciato affittando una cantina e contattando tutti quelli che conosceva. La cosa ha funzionato e ora Haroon ha lasciato il suo lavoro "diurno" nella fabbrica di tessile del padre per iniziare a scrivere spettacoli. 


"In un Paese dove la maggior parte degli scrittori o muoiono di fame o scrivono drammi in Urdu è un grande rischio. E non solo per la sua carriera", dice The Guardian. Quello che il Guardian non spiega è come sarà possibile vista l'attuale legislazione in vigore in Pakistan. 

Ricordiamo che in Pakistan è in vigore dagli anni Ottanta una controversa legge sulla blasfemia promulgata dal generale Zia ul-Haq nel quadro dell'islamizzazione della società: la legge arrivava a condannare a morte coloro che offendevano l'Islam o il Profeta. Se nessuno è mai stato condannato alla pena capitale per questo motivo - la Corte Federale per la Sharia ha dichiarato questa pena non-conforme - molti sono stati incarcerati o multati. Ciononostante molti sono gli episodi di gente aggredita o uccisa a causa di questa legge. 

Francesca Barca
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Il sito di Saad Haroon
 
 
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Foto: deepchi1/Flickr
Il 31 marzo il Parlamento belga ha votato una legge per il divieto del velo integrale nei luoghi pubblici. La legge passerà alla Camera il 22 aprile. Si tratterebbe del primo Paese europeo a prendere questo provvedimento. Rassegna stampa. 

“Più unanimi di così si muore” titola il quotidiano belga La Libre Belgique. Il Parlamento belga ha votato, in modo unanime, mercoledì 31 marzo, una legge per vietare il burqa. Chiunque si presenti nei luoghi pubblici con il viso mascherato è suscettibile di ricevere un'ammenda o una reclusione da uno a sette giorni. Il Movimento Riformatore (Mr, partito di maggioranza) si felicita per la scelta attraverso il suo portavoce, Daniel Bacquelaine: la norma permetterebbe alla donna di “liberarsi da un fardello” e, allo stesso tempo, di lanciare un “messaggio forte agli islamisti”. Il Belgio diventerebbe, in questo modo, il primo Paese europeo ad andare fino in fondo in questa pratica: dopo le festività di Pasqua, infatti, la proposta dovrà passare alla Camera per essere approvata e diventare, dunque, legge. 

Per Isabelle Praile, vice Presidente dell'esecutivo dei mussulmani in Belgio, si tratta di una disposizione liberticida: “Sono contraria all'imposizione di questo genere di abiti, ma sono anche contraria al loro divieto, che di fatto fa violenza alle donne. Conosco donne che hanno scelto di portare il burka e che hanno detto al marito 'se non sei d'accordo puoi andartene'. Nel caso in cui, invece, sia imposto alle donne, questo divieto non cambierà nulla. Anzi, resteranno confinate nello spazio famigliare e diventeranno invisibili”. Secondo il consiglio mussulmano belga nel Paese ci sono circa 500mila mussulmani, di cui solamente una ventina portano il velo integrale. 

La notizia dal Belgio arriva due giorni dopo la decisione del Consiglio di Stato francese, la più alta istituzione amministrativa del Paese, che ha ritenuto che il divieto del velo integrale non ha alcun fondamento giuridico. Al contrario averebbe senso in alcuni luoghi e in alcune circostanze per la difesa dell'ordine pubblico. Il Primo Ministro francese, François Fillon aveva sollecitato il Consiglio di Stato, in modo da poter legiferare sulla questione dopo che una Commissione parlamentare d'inchiesta voluta del Governo ha reso il suo rapporto nel febbraio scorso. Caroline Sägesser, collaboratrice scientifica alla Libera Università di Bruxelles, interrogata dal quotidiano francese Libération, sostiene che si tratta di una “legge di fatto inapplicabile”, anche se dovesse passare al voto dopo Pasqua. Secondo la Sägesser si tratta di una proposta “opportunista che cerca di sedurre un elettorato che si teme ceda sempre più all'estrema destra”. L'urgenza con cui il provvedimento è stato preso (era stato deposto il 1°dicembre) non è “giustificato da alcun incidente avvenuto negli ultimi mesi”. 

Il quotidiano spagnolo El Paìs interroga Riay Tatary, Presidente dell'Unione delle Comunità islamiche spagnola (Ucide), secondo il quale la scelta belga “è una manovra politica. E la stessa cosa anche in Francia”. Tatary, cosi come Mansur Escudero, Presidente della Giunta Islamica di Spagna, sostengono che “sia il nikab che il burqa sono appena utilizzati in Europa”.  Per entrambi gli uomini, alla testa delle due maggiori organizzazioni musulmane spagnole, “con questo provvedimento si rompe il principio della convivenza basato sul rispetto. Specialmente quello della libertà religiosa. (…) La decisione spetta alle donne, che sia essa religiosa o personale. Non tocca allo stato regolarlo”. 

Giuliana Sgrena, sulle pagine del Il Manifesto, sostiene invece che “si tratta innanzitutto di una misura che garantisce la dignità della donna. C’è chi ha sollevato il problema della libertà di espressione ma ha mai osservato gli occhi di quelle donne completamente velate? (…) C’è chi parla di sicurezza. Anche la sicurezza ha due facce: una occidentale e una dei paesi di origine. In occidente la destra tratta il velo come il casco da impedire per garantire l’ordine. Nei paesi di origine i fondamentalisti impongono il burqa perché dovrebbe garantire l’integrità del corpo della donna (leggi controllo della sessualità) anche se la maggior parte delle violenze si consumano in famiglia (in Afghanistan il codice della famiglia per le sciite legittima la stupro) vuol dire che il burqa non è una garanzia. (…) Il divieto del burqa non deve essere accompagnato da pene o dal carcere ma da incentivi che garantiscano diritti per queste donne: istruzione, corsi di formazione e di insegnamento della nostra lingua, lavoro, diritti di partecipare alla vita sociale e politica del paese in cui vivono”. 

Il 2 ottobre scorso la Lega Nord ha presentato un testo per modificare la legge 645 del 1975 in materia di ordine pubblico che punisce chi, “senza giustificato motivo” indossa indumenti o accessori che ne impediscono il riconoscimento. Con il pretesto si “affiliazione religiosa” e togliendo il “giustificato motivo” la legge potrebbe essere applicata al burqa. 

Francesca Barca
Europa451

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(Ammar Abd Rabbo/Flickr)
Dopo lo scandalo pedofilia che sta investendo la Chiesa Cattolica si apre, lentamente ma violentemente, il dibattito sul rapporto tra celibato ecclesiastico e pedofilia. Se per qualcuno il rapporto è diretto, per altri la domanda è mal posta. Rassegna stampa. 

Il 19 giugno 2009 il prefetto della Congregazione per il clero, card. Claudio Hummes, dichiarava sulla rivista spagnola Vida Nueva che – sebbene non esistano statistiche ufficiali – i casi di pedofilia nella Chiesa Cattolica non arrivano a toccare il 4% dei preti. L'anno prima, il prelato brasiliano, aveva proposto cifre un po' diverse: in un'intervista all'Osservatore Romano del gennaio 2008 aveva parlato, infatti dell'1%. C'è da dire che il 2009 è stato un anno duro da questo punto di vista per la Santa Romana Chiesa: America, Irlanda, Austria, Germania sono solo alcuni tra i Paesi dove il problema è emerso violentemente. 

Da una una ventina di giorni si discute del rapporto tra la scelta del celibato e la pedofilia. Ieri, in un'intervista al quotidiano austriaco Die Presse il Cardinal Carlo Maria Martini ha lanciato l'idea di riflettere sul celibato ecclesiastico, perché “le questioni di fondo della sessualità' vanno ripensate alla base del dialogo con le nuove generazioni”.  Va ricordato che il celibato ecclesiastico non è né un dogma né un voto ma una norma ecclesiastica, ribadita l'ultima volta durante il Concilio di Trento (1545-1563) e come tale può essere rivisto. 

L'undici marzo scorso Christoph Schoenborn, arcivescovo di Vienna, ha dichiarato che il problema della pedofilia riguarda "il tema del celibato, così come la formazione della persona", lanciando un appello perché la situazione cambi. Ancora più diretto l'intervento di Hans Küng, pubblicato interamente dal Le Monde il 4 marzo scorso. Per il teologo svizzero – noto per le sue posizioni in disaccordo sia con Giovanni Paolo II che con Benedetto XVI – il celibato richiesto dalla Chiesa Cattolica, anche se non è la ragione esclusiva delle devianze che si manifestano nella Chiesa, “è l'espressione strutturale della relazione incrinata che la gerarchia cattolica ha con la sessualità, la stessa che determina il suo rapporto con la contraccezione e altre questioni”. Küng fa un'analisi della scelta del celibato come parte della struttura della Chiesa Romana affermando che parte delle responsabilità della Chiesa è proprio nella non rimessa in discussione di questa scelta: “(...) per trattare, finalmente, la questione degli abusi sessuali bisognerebbe prendersela alla sua causa essenziale e strutturale: la regola del celibato. Ecco quello che i vescovi dovrebbero proporre, in maniera decisa e senza ambiguità”.   

A guisa di risposta – al Cardinal Martini e alle polemiche – la replica su La Stampa di oggi del vescovo tedesco Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell'Unità dei cristiani: “Il celibato non ha nulla a che vedere con gli abusi sessuali del clero sui minori. Il Pontefice definisce il celibato un segno della consacrazione con cuore indiviso, l'espressione del dono di sé a Dio e agli altri. Tutti gli esperti documentano che la stragrande maggioranza dei casi avviene nelle famiglie e non in ambiti ecclesiastici". Secondo il prelato “è dimostrato che la pedofilia non ha alcuna attinenza con la tradizione antichissima che impedisce ai sacerdoti di sposarsi. Anzi le statistiche sugli abusi ci dicono esattamente il contrario". Identica la posizione del vescovo di Ratisbona Gerhard Ludwig Müller, interpellato sul legame tra celibato del clero e pedofilia, l'11 marzo scorso: “È una stupidaggine. In Germania ogni anno ci sono quindicimila denunce di pedofilia e il novantanove per cento dei casi avviene in famiglia o per colpa di altri educatori, non ha niente a che vedere col celibato. Gli studi scientifici dicono che la pedofilia ha origine in un disturbo nello sviluppo della persona, ma le cause specifiche non si conoscono”. 

Un'inchiesta pubblicata su El Paìs di oggi dice il contrario. Il quotidiano spagnolo interroga l'instituto de Estudios de la Sexualidad y la Pareja de Barcelona (Iespb, Istituto di Studio della Sessualità e della coppia di Barcellona): “Essere sacerdote o celibe inclina alla pedofilia? Decisamente no. Essere pedofilo inclina al sacerdozio? Sì, perché la Chiesa Cattolica funziona come elemento protettore”. A parlare, su El Pais, è Pere Font, direttore del  Iespb: “Gli istinti alla pedofilia appaiono durante l'adolescenza. Questo significa che quando un ragazzo entra in seminario già presenta questi stimoli. Voglio anche chiarire che il celibato complica ancora di più la situazione perché non offre sbocchi alle necessità sessuali. Detto questo non intendo assolutamente dire che la Chiesa fabbrica pedofili”. A questo si aggiunge la dichiarazione del vicepresidente dell'Associazione spagnola di Psichiatria legale, Alfredo Calcedo: “è dimostrato che la gente con inclinazioni pedofile cerca lavori che permettano loro di essere in contatto con ragazzini”. 

L'organo della Santa Sede, l'Osservatore Romano, ha affrontato la questione il 10 marzo con una articolo della storica e saggista Lucetta Scaraffia, che propone più spazio alle donne nella Chiesa. Dare più poteri alle donne “avrebbe potuto squarciare il velo di omertà maschile che spesso in passato ha coperto con il silenzio la denuncia dei misfatti”. Forse è per questo che Maureen Dowd, sulle colonne del New York Times propone una suora come Papa: “Le monache hanno, storicamente, risolto i casini dei preti. E questo è un casino storico. Benedetto dovrebbe tornarsene in Baviera. E i cardinali dovrebbero far uscire il fumo bianco proclameando 'Habemus Mama'”. 

Francesca Barca
Europa451
 


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