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Strasburgo: interno della moschea (fb)
Mercoledì 3 agosto il Tagikistan, in nome della lotta all'integralismo, ha promulgato una legge che vieta ai minori l'ingresso nei luoghi di culto. 

Il Tagikistan ha vietato, mercoledì 3 agosto, l'ingresso ai minorenni nei luoghi di culto. La “legge sulla responsabilità parentale” era stata discussa a luglio e il Presidente tagiko, Emomali Rakhmon, l'ha promulgata due giorni fa. 

Il Paese, ex repubblica sovietica, ha oggi una forte maggioranza mussulmana: il 98% dei 7,5 milioni di cittadini del paese sono di religione islamica; ci sono inoltre 2500 protestanti e circa 70mila persone di origine russa di culto protestante.  La nuova legge vieta ai minori di 18 anni di frequentare i luoghi di culto, ad eccezione degli allievi di scuole religiose. 
Il Governo del Paese ha fatto della lotta contro l'integralismo religioso una delle sue priorità: questa legge contiene anche un emendamento che punisce, con pene fino ai 12 anni, i colpevoli di “insegnamento religioso illegale”. Va detto che il Paese condivide un migliaio di chilometri di frontiera con l'Afghanistan e che da circa vent'anni c'è in atto una guerra tra i sostenitori del Presidente e i ribelli islamici. 

Francesca Barca
Europa451


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Un rapporto pubblicato il 20 luglio e realizzato da tre associazioni di difesa dei diritti umani mette in evidenza violenze e torture da parte della polizia tunisina dopo il 14 gennaio scorso. La polizia, che è stata la mano della repressione durante il regime di Ben Ali, necessita una profonda riforma. 

Mercoledì 20 luglio è stato pubblicato un rapporto – ‘‘La Tunisie post-Ben Ali face aux démons du passé’’ (qui in versione completa) –  sulla situazione dei diritti dell'uomo in Tunisia basato sui dati raccolti da una missione compiuta dalla Federazione Internazionale dei Diritti Umani (Fidh), dal Consiglio Nazionale per le libertà in Tunisia (Cnlt) e dalla Lega Tunisina per la difesa dei diritti umani (Ltdh) lo scorso maggio. Le tre associazioni hanno raccolto delle testimonianze di manifestanti che hanno subito, a Tunisi, Kasserine e Siliana, delle violenze dopo il 14 gennaio 2011, data in cui l'ex Presidente Ben Ali ha lasciato il Paese in seguito alla rivoluzione.  

Le testimonianze raccontano episodi di uso sproporzionato della violenza da parte delle Forze di Sicurezza Interna, cioè la polizia tunisina: persone malmenate, torture e arresti indiscriminati in presenza di persone con il volto coperto, riporta il quotidiano belga Le Soir. 

Ezzedin Guimouar racconta di essere stato picchiato fino ad aver perso la conoscenza e di essere stato arrestato mentre partecipava a una manifestazione pacifica a Tunisi, dopo la caduta di Ben Ali. Mohamed, gestore di una pizzeria a Siliana si è ritrovato la casa saccheggiata dalla polizia perché «dopo il 14 gennaio non volevo più lasciarli mangiare senza pagare». Secondo il documento non si tratta di una repressione sistematica, ma di qualcosa di «organizzato e deciso ad alti livelli» per mettere paura ai manifestanti. Il Ministro degli Interni tunisino,  Habib Essid, ha dichiarato che si tratta di atti isolati, da vedere come eredità del passato regime. 

Inoltre, anche se per la prima volta i tribunali tunisini accettano di prendere in carico casi di tortura, secondo il rapporto ci sono ancora seri problemi di funzionamento all'interno dell'apparato della polizia e di quello giudiziario. La polizia tunisina è stata l'organo che ha maggiormente contribuito alla repressione durante il regime di Ben Alì e oggi è mal vista dalla popolazione. In generale il sentimento è che nulla sia cambiato dopo la caduta del regime: la percezione si è amplificata dopo il rinvio delle elezioni per l'Assemblea Costituente, inizialmente previste per il 24 luglio, e spostate al 23 ottobre prossimo. 

Il rapporto mette in evidenza il fatto che le forze della polizia tunisina non sono mai state formate per gestire problemi di ordine pubblico. Un primo seminario sulla riforma della polizia si è tenuto a Tunisia il 16 maggio scorso organizzato dal Cnlt, dalla Coalizione della Società civile tunisina e dalla Ltdh. Hanno partecipato diversi responsabili del Ministero degli Interni, dei rappresentanti della società civile e degli esperti internazionali. 

Francesca Barca 

Europa451

Questo articolo è stato pubblicato su L'Indro il 27 luglio 2011
 
 
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Foto: www.bdouin.com
Nel giugno scorso la finanza islamica è stata introdotta in Francia grazie a una modifica del Codice Civile. Easi, una società nata nel gennaio scorso, si pone come interfaccia tra le banche e i mussulmani che cercano prodotti finanziari halal. E lo fa anche a fumetti. 

570easi (etica a sensibilità islamica) è una società nata nel gennaio scorso in Francia che ha come scopo quello di diffondere la finanza islamica ad un pubblico che potrebbe potenzialmente esserne interessato. Il progetto si chiama 570 (dall'anno islamico) ed è stato messo in piedi da privati, mussulmani, che si propongono come interfaccia tra le banche “classiche” e i clienti che sono interessati a questo tipo di prodotto. 
“Il progetto 570 è la risposta a una domanda della clientela francese per prodotti e servizi finanziari trasparenti e compatibili con le loro convinzioni religiose”, dice il sito della società. Secondo l'istituto di sondaggi e opinioni Ifop in Francia ci sarebbero tra 590.000 e un milione di clienti potenzialmente interessati ai prodotti finanziari compatibili con la sharia. Il mercato dei prestiti immobiliari e del risparmio halal è stimato intorno ai 7 miliardi di euro. 

La finanza islamica è uno strumento finanziario che è nato nel VII secolo e che si basa su precetti che sono conformi a quelli coranici. Oggi è molto usata in Malesia, Egitto e nei Paesi del Golfo. È stata introdotta ufficialmente sul suolo francese solo nello scorso giugno grazie a un voto parlamentare – sostenuto a maggioranza dall'Ump di Sarkozy e dal Nouveau Centre – attraverso una modifica del Codice Civile che permette l'emissione di strumenti finanziari, sulla piazza di Parigi, conformi ai principi della finanza islamica. 

Il gruppo 570, per diffondere i suoi prodotti, si è lanciato anche nell'editoria, con le edizioni del Bdouin (che letto in francese è “beduino”), che edita dei fumetti e dei cartoni animati che mettono in scena delle situazioni della vita quotidiana per rispondere alla domanda “come dovrei comportarmi per essere in regola con la sharia?”. Le edizioni del Bdouin, oltre alla finanza islamica, hanno serie sui matrimoni halal, sul Ramandan e su tanti tutti gli altri soggetti della vita quotidiana. 


Francesca Barca
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Foto: Kien Productions/Z'Yeux Noirs Movies
Si moltiplicano gli atti di aggressione e vandalismo da parte di estremisti islamici in Tunisia: la regista Nadia El Fani ha ricevuto minacce e il regista Nouri Bouzid è stato attaccato. Intanto in numerose città del Paese sono state segnalate manifestazioni fondamentaliste. 

Si moltiplicano gli atti di aggressione e vandalismo da parte di estremisti islamici in Tunisia. Il più noto è quello a scapito della regista Nadia El Fani. La donna ha appena vinto il “Prix international de la laïcité”: un premio che ogni anno viene assegnato dall'associazione francese “Laïcité République”.  Nadia El Fani lo ha ricevuto per il suo film, “Ni Allah ni maître” (Né Allah, né padrone), che sostiene la libertà di coscienza in Tunisia. L'opera, e la dichiarazione di ateismo della regista (“io non credo in dio”), sono costate a Nadia El Fani minacce di morte da parte di gruppo fondamentalisti. Un altro artista, questa volta uomo, è stato aggredito con una barra di ferro per strada: si tratta di Nouri Bouzid, uno dei registi tunisini più famosi all'estero, e che è stato anche un feroce oppositore del regime di Ben Alì. 


A questo si aggiungono aggressioni a donne il cui abbigliamento non è conforme alla morale islamica, e tutta una serie di atti di intimidazione e aggressione.  


Tra gli ultimi ha fatto particolare clamore, il 26 giugno scorso, l'attacco al cinema Africart di Tunisi, uno delle sale più famose della capitale e del Paese. Durante la serata, organizzata a sostegno della libertà di espressione, tra gli altri veniva proiettato “Ni Allah ni maître”: cinquanta membri del partito islamico Tahrir (tutt'ora illegale) hanno assaltato il cinema e i manifestanti. Solo dopo un'ora sono intervenute le forze dell'ordine, dice Le Monde. «Le persone, anche chi è più aperto, ci accusa di fare della provocazione volendo proiettare un film sulla laicità. Ma dove andiamo? Non abbiamo fatto una rivoluzione per arrivare a questo punto», dice Nohra Sekik, menbro del collettivo  Lam Echalm, tra gli organizzatori della serata, come riportato da AFP. 
Oltre a questo si sono tenute manifestazioni in varie città del Paese, come a Sfax ou Sidi Bouzid, nel Sud, contro “l'attacco ai valori dell'Islam”. Va aggiunto che in molti sostengono che gli atti di aggressione da molte parti denunciati sono in realtà inverificabili: voci dicono che si tratti di una manovra per far sembrare il paese in preda alla paura fondamentalista. 

Ennahda, il più grande e famoso partito islamico tunisino – dichiarato illegale da Ben Ali negli anni Novanta – ha condannato gli eventi ma, secondo le associazioni e i gruppi a difesa della laicità, usa un doppio linguaggio. Il partito è dato tra i favoriti alle elezioni per la Costituente del prossimo ottobre. Ennahda, inoltre è uscito dal Consiglio dell'Alta Istanza della Rivoluzione in polemica in seguito alla decisione di spostare le elezioni, inizialmente previste per il 24 luglio, al prossimo ottobre. 

A ottobre verranno, quindi, elette 218 persone che saranno incaricate di scrivere la nuova Costituzione del Paese. Le polemiche non mancano perché la Costituente non è, appunto, un governo. E questo fa pensare che l'attuale governo di transizione resterà in carica almeno un anno. In molti dai partiti – che oggi sono più di ottanta – e dalle associazioni, proponevano che a ottobre si andasse a votare anche per il Presidente, in modo da avere almeno una carica direttamente eletta dal popolo. L'attuale Primo Ministro è Beji Caid Essebsi (che fu anche primo Ministro durante il periodo di  Bourghiba), mentre  Foued Mebazaa (che ha svolto incarichi di governo sia con Bourghiba che con Ben Alì) è il capo dello Stato. 

Francesca Barca
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Foto: halmustafa.tumblr.com/
Lo scorso maggio il Tribunale di primo grado di Tunisi ha ordinato all'Ati, il fornitore di accesso Internet del Paese, di “filtrare” (leggi censurare) i siti porno. In maggio tre pagine Facebook sono state chiuse per ordine del Tribunale militare.  

Il tribunale di primo grado di Tunisi ha rifiutato, lunedì 13 giugno, l'appello dell'Agence tunisienne de l’internet (Ati) che chiedeva di non applicare la censura ai siti a carattere pornografico. L'Ati è l'Internet provider “nazionale”, che sottostà al Ministero delle Tecnologie e della Comunicazione. 
Lo scorso 26 maggio il tribunale di primo grado di Tunisi aveva deciso, infatti, di chiudere tutti i siti con contenuti porno perché, secondo i tre avvocati che hanno presentato la richiesta, rappresentano un pericolo per i bambini e non sono conformi ai valori mussulmani della Tunisia. Dopo la caduta del regime di Ben Ali, infatti sette siti porno sono apparsi nella Top 100 dei siti web più visitati del Paese. 
«Io non ho intenzione di “filtrare”», ha detto Moez Chakchouk, PDG dell'Ati, durante la conferenza stampa che si è tenuta il 31 maggio scorso per parlare della decisione di fare appello alla Corte di Tunisi in relazione alla decisione di “filtrare” (leggi chiudere) i siti porno. Ricordiamo che sotto il regime di Ben Ali ogni anno venivano “investiti” 1,200 milioni di dinari (circa la metà in euro) per queste opere di censura
Il settimanale Business New ricorda che qualche mese fa Ati ha chiuso alcune pagine Facebook su ordine del Tribunale Militare perché «diffondevano video, commenti e articoli falsi con lo scopo di danneggiare l'istituzione militare e le sue più alte cariche, la fiducia del cittadino verso l'esercito nazionale e di portare la confusione e il disordine nel Paese».

Francesca Barca
Europa451

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www.paspeurdhadopi.fr
Il 13 giugno parte la campagna (alla modica cifra di 3 milioni di euro) di comunicazione di Hadopi allo scopo di "proteggere la creazione artistica di domani". La Rete si mobilita per spiegare perché "non ha paura di Hadopi" e per difendere il download e lo sharing. 

Il 13 giugno prossimo verrà ufficialmente lanciata la campagna di comunicazione di Hadopi, la legge che favorisce la diffusione e la protezione della creazione su Internet  e che ha dato anche il nome all'autorità che si occupa, appunto, della protezione del copyright e della regolazione del controllo degli accessi alla Rete (per sapere come funziona Hadopi leggi qui). Il budget previsto per la campagna è di 3 milioni di euro. 
In cosa consiste? In tre spot pubblicitari e in una serie di manifesti che ci mostrano grandi artisti che nel 2020 faranno il successo della Francia, ma che senza Hadopi che «protegge la creazione artistica di domani» non raggiungerebbero il successo. Qui il pdf esplicativo.  
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Alcuni manifesti della campagna di Hadopi
«Con la sua nuova campagna di comunicazione Hadopi vuole far capire che la creazione artistica è una delle poste in gioco fondamentali nono solo per coloro che ne vivono. Hadopi vuole suscitare dei comportamenti solidari e responsabili, trasmettendo un messaggio forte. (…) Si tratta di unire il pubblico attorno a una soluzione collettiva. La campagna promuove usi responsabili e soluzioni semplici per coloro che vogliono sostenere la perennità della cultura: labellizzare l'offerta legale», hanno spiegato dalla Haute Autorité. Per questo è stato creato, appunto, un label: PUR (Promotion des Usages Responsables) che verrà esposto sui siti che hanno il marchio Hapodi. 

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In contemporanea la Quadrature du Net, associazione francese che si muove per la difendere le libertà digitali, ha lanciato un sito Pas peur d'Hadopi –  che si richiama a Pourquoi je pirate e Don't Make Me Steal – il cui scopo è spiegare perché gli internauti scaricano, condividono e ritengono che Hadopi non sia una soluzione. 
In particolare Don't Make Me Steal è tradotto in undici lingue e si fa promotore di un manifesto con il quale i firmatari si impegnano a smettere di scaricare se l'offerta culturale sarà ad un prezzo ragionevole, l'uso di tutte le lingue per i contenuti sarà garantito, l'uscita di un contenuto sarà simultanea in più paesei e le opere saranno prive del Digital Right Management in caso di acquisto (tutte le condizioni le trovate qui). 

Francesca Barca
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Social Media Phobias (Foto: Intersection Consulting/Flickr)
La Senatrice  Catherine Morin-Desailly ha deposto una legge al Senato francese che prevede, nella formazione degli studenti, la protezione della vita privata e dei dati personali. 

La Senatrice Catherine Morin-Desailly ha presentato una legge al Senato francese che prevede, nella formazione degli studenti, la protezione della vita privata. «Di fronte allo sviluppo e alla moltiplicazione delle fonti di informazione on line gli studenti saranno ormai formati a sviluppare un'attitudine critica e a riflettere di fronte all'informazione disponibile con lo scopo di acquisire un comportamento responsabile» nell'uso delle nuove tecnologie e di controllare le informazioni che diffondono. In pratica gli studenti verranno informati su come controllare la loro immagine pubblica e quali pericoli  questa cosa può avere. Inoltre gli allievi dovranno conoscere il contenuto della legge “Informatica e libertà” e il funzionamento della Cnil (Commission nationale de l'informatique et des libertés), un'autorità amministrativa che si occupa di protezione dei dati personali. 


La Desailly si rifà a una proposta di emendamento già presentata da Yves Détraigne e Anne-Marie Escoffier nel novembre 2009, che aveva come scopo  quello di avviare agli studenti «al controllo dell'immagine pubblica, all'analisi critica delle informazioni che circolano su Internet e all'uso responsabile dei social network e delle applicazioni interattive». La legge esiste dal 22 marzo del 2010, quando è stato discusso al Senato, ma non è ancora stato iscritto nel dibattito dell'Assemblea Nazionale francese. 

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Prima dell'apertura dei lavori del G8 di Deauville, un forum e-G8 si terrà a Parigi il 24 e 25 maggio. Voluto dal Presidente francese Sarkozy e sponsorizzato da società private, vedrà personaggi come Mark Zuckerberg, di Facebook, Eric Schmidt di Google, Jeff Bezos di Amazon e Jimmy Wales di Wikipedia discutere del futuro di Internet. E c'è chi denuncia un tentativo di controllo della Rete. 

Dal 26 al 27 maggio nella località normanna di Deauville si riunirà il G8, il tradizionale summit degli otto Paesi più industrializzati del mondo. Quest'anno Internet sarà al centro della discussione degli otto grandi e, per questo, è stata introdotta una (già discussa) novità. Il Presidente francese, Nicolas Sarkozy, quest'anno ha deciso l'e-G8. Di cosa si tratta? Di un incontro, in forma di forum e workshop, che «riunirà i leader e gli esperti di nuove tecnologie informatiche e di Internet di tutto il mondo» che si terrà il 24 e 25 maggio prossimo alle Tuileries a Parigi. Il tema dell'incontro sarà "Internet: accelerare la crescita economica". L'incontro parigino sarà presieduto e organizzato dal Publicis Group, grande multinazionale della comunicazione, e sponsorizzato da società private (tra cui Orange, Vivendi, Iliad e Microsoft) con partecipazione esclusivamente su invito. Tra i partecipanti illustri ci saranno Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, Eric Schmidt di Google, Jeff Bezos di Amazon e Jimmy Wales di Wikipedia. Il comunicato stampa dell'evento spiega che «l'e-G8 forum si concentrerà sull'impatto di Internet sull'economia: crescita, creazione di posti di lavoro, creazione di valore, trasformazioni e modernizzazione di mestieri e industrie tradizionali dopo l'impatto della rottura tecnologica. (…) Il forum si interrogherà sulle condizioni favorevoli all'innovazione tecnologica nell'economia digitale, soprattutto per quanto riguarda l'educazione, la formazione e il finanziamento». Si parlerà anche di proprietà intellettuale, privacy e democratizzazione (martedì 24 maggio: “La proprietà intellettuale all'epoca del digitale? Quali regole bisognerebbe prevedere per incoraggiore e stimolare la creazione di contenuti su Internet?). 


Per gli attivisti è una trappola

Per gli attivisti delle libertà della rete si tratta di una trappola: «Sotto la copertura di un processo pseudo-consultivo c'è la volontà dei governi di controllare sempre di più Internet. Dietro il fumo del “forum” c'è un tentativo di trasformare Internet in uno strumento di repressione e di controllo», ha dichiarato Jérémie Zimmerman, porta parola de La Quadrature du Net. L'associazione, insieme ad altre, ha aperto un sito “G8 vs INTERNET” dove discutere, insieme ai cittadini, di queste tematiche. La Quadrature du Net ricorda che Nicolas Sarkozy (il cui governo è già famoso per l'Hadopi) ha dichiarato, nel gennaio scorso, pensando a questo G8, a un progetto per un Internet “civilizzato”: «Metteremo sul tavolo una questione centrale, quella dell'Internet civilizzato. Non parlo di Internet regolato, ma di Internet civilizzato. È nell'interesse di tutti. Non si può, da un lato, consumare come non mai immagini, musica, autori e creazione e non assicurare il rispetto del diritto di proprietà di colui che ha ci speso tutta la sua emozione, tutto il suo talento e tutta la sua creatività. Il giorno in cui non si paga più la creazione, la si uccide». 
Ricordiamo anche le recenti polemiche sollevate dalla proposta del L aw Enforcement Working Party, un gruppo di lavoro interno al Consiglio europeo, per la creazione di una lista di siti da bannare. Chi critica la proposta, come The Pirate Bay, parla di un “Firewall europeo” o di una “Schengen virtuale”. La Quadrature du Net denuncia anche (ma è la sola fonte trovata in proposito) che al G8 di Deaville si metterà sul tavolo anche la discussione sull'Acta

Francesca Barca
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Foto: https://9000tunnels.appspot.com/thepiratebay.org/
Durante una riunione nel febbraio scorso, il Law Enforcement Working Party (Lewp), un gruppo di lavoro interno al Consiglio europeo, ha prodotto un documento per mettere in piedi una sorta di “Firewall europeo”. The PirateBay lancia un appello contro la «guerra degli Internet». 

PirateBay ha lanciato un appello per la difesa di un Internet libero e senza censure contro un progetto di un gruppo di deputati europei che hanno proposto una sorta di «Schengen virtuale». PirateBay parla dell'arrivo di una «guerra degli Internet». Durante una riunione che si è tenuta nel febbraio scorso il Law Enforcement Working Party (Lewp) ha messo insieme una lista di siti da bloccare. Si tratta, insomma, di una sorta di Firewall europeo. 


Ma partiamo dall'inizio. Cos'è il Law Enforcement Working Party? È un gruppo di lavoro che fa parte del settore “Giustizia e Affari Interni” del Consiglio europeo. Il Lewp è composto da rappresentanti di tutti gli Stati Membri dell'Ue e ha il compito di preparare documenti e progetti di legge sulle frodi e il terrorismo. 

Gli attivisti contro la censura e per la libertà su Internet hanno paragonato questo progetto al sistema di controllo della Rete in funzione in Cina. Secondo il britannico Telegraph il documento del Lewp parla della creazione di un «cyberspazio europeo securizzato» che dovrebbe funzionare come una sorta di «Schengen virtuale» con punti di accesso dove gli Internet provider potrebbero bloccare i contenuti illeciti sulla base di una lista nera europea. Il quotidiano britannico dice di aver tentato di contattare i rappresentati della Presidenza di turno dell'Ue (Ungheria) per avere chiarimenti sull'espressione «contenuti illeciti», ma non si è avuta alcuna risposta. Un portavoce del Consiglio ha risposto, invece, che non c'era nessuno disposto a discutere del soggetto, perché i responsabili sono in vacanza. 

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Qui il pdf del documento del Lewp
 
 
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Un video di un artista giapponese,  Kazuhiko Hachiya, per spiegare cosa sta succedendo alle centrali nucleari. "Nuclear boy ha mal di pancia"…
Kazuhiko Hachiya è un artista giapponese che ha tentato di spiegare la tragedia nucleare che ha investito il Paese in un cartone. Il nucleare è "Nuclear boy", un ragazzino con il mal di pancia che fa "solo" delle puzzette fastidiose sì, ma non paragonabili alla cacca che in passato è stata fatta da Three-Mile Island boy e Chernobyl boy. Video sottotitolato in inglese. 
 


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