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Foto: Adriano Gasparri/Flickr
Una fotografia piuttosto precisa della nostra vita privata può essere composta utilizzando una serie di dati ormai di pubblico dominio, sopratutto grazie alla diffusione dei social media. Una ricerca di Alessandro Acquisti ha dimostrato come le foto sui social network possono essere usate per trovare moltissime informazioni. E non tutte vere. 

Una fotografia piuttosto precisa della nostra vita privata può essere composta utilizzando una serie di dati ormai di pubblico dominio, sopratutto grazie alla diffusione dei social media. Ma quanto è accurata questa foto? Nel luglio scorso a Las Vegas, durante una conferenza sulla sicurezza in Rete, Alessandro Acquisti, un professore di tecnologia e politica alla Carnegie Mellon University ha dimostrato come la foto di una persona può essere usata per trovare la sua data di nascita, il numero di previdenza sociale e tante altre informazioni, usando il riconoscimento facciale, cioè senza contare le altre tecniche di estrazione dati. Secondo Acquisti nel futuro tutta questa serie di informazioni potranno essere usate per pregiudicare a vari livelli le persone: Internet potrebbe diventare un posto dove chiunque sa chi sei.

Tutti sanno chi sei, ma non tutto è corretto
Oltre alle ovvie preoccupazioni rispetto al fatto che degli sconosciuti possono sapere delle cose su nostro conto, Acquisti solleva il problema su quello che succederà quando la tecnologia commetterà degli errori. «Siamo abituati a fare grosse estrapolazioni a partire da dati anche deboli. È impossibile opporsi a questa cosa, perché è nella nostra natura».

Alcune compagnie hanno già iniziato ad utilizzare i social media per rintracciare la reputazione di qualcuno. La californiana Social Intelligence fa degli screening di questo tipo dei suoi possibili impiegati per scoprire se hanno mai fatto affermazioni razziste o se sono apparsi su foto sessualmente esplicite; altre, come Klout, controllano il livello di “influenza digitale” dei loro impiegati permettendo forme di pubblicità e premi per quelli meglio “piazzati”.


Acquisti mostra anche il “tranello” dato dal fatto che ci si fida troppo dei dati che provengono dai social media. A questo scopo è stato realizzato un esperimento utilizzando una squadra di volontari e un programma di riconoscimento facciale, PittPatt (ora di Google). Tramite le foto si è risaliti al profilo Facebook, il quale spesso fornisce il nome vero, così come molte altre informazioni personali. L'equipe ha anche creato il prototipo di un'applicazione per smartphone che permettesse di compiere l'intera operazione.

Tramite questo esperimento il team di Acquisti è stato capace di ottenere l'esatto profilo di un terzo dei volontari. Il 70% delle volte sono stati in grado di prevedere correntemente gli interessi del soggetto, mentre nel 16% dei casi sono riusciti a trovare i primi cinque numeri di previdenza sociale dei soggetti. Ma questo significa anche che nei due terzi dei casi non sono stati in grado di identificare correttamente le persone. E, persino per coloro i cui dati erano corretti, nel 25% dei casi c'erano errori nell'identificazione degli interessi, mentre per l'80% c'erano errori sul numero di previdenza sociale.


Acquisti prevede che le tecniche di riconoscimento facciale miglioreranno nei prossimi anni, e si chiede cosa succederà una volta che queste saranno considerate abbastanza buone da potercisi fidare la maggior parte delle volte: «Diventerà un incubo per coloro che saranno vittima di errori» perché, continua, «non c'è nulla che noi, come individui, possiamo controllare». La grande questione è, secondo Acquisti, «come le nostre società gestiranno questa quantità di dati?».

Qui l'articolo completo di Technology Review

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Net Neutrality News Tag Cloud (Foto: SeanWF/Flickr)
A fine maggio una commissione del Senato americano ha approvato una legge per proteggere le opere depositate sotto brevetto. Se approvata obbligherebbe gli Internet provider, i motori di ricerca e gli attori della Rete a oscurare i siti che contengono file illegali per il download. Un articolo de Le Figaro.
 
A fine maggio una commissione del Senato americano ha approvato una legge per proteggere le opere depositate sotto brevetto o che sono sotto diritto d'autore. Il progetto di legge si chiama Protect Ip Act e dovrebbe, nelle intenzioni dei legislatori, permettere al Ministero della Giustizia di chiedere un'ordinanza ai tribunali per rendere invisibili, su Internet, siti che propongono il download di file illegali, riporta Le Figaro. Questo provvedimento toccherebbe tutti i siti, anche quelli basati all'estero e tutti gli attori di Internet sarebbero obbligati a collaborare: gli Internet provider dovranno bloccare le connessioni verso siti giudicati illegali, i motori di ricerca eliminarli dal referenziamento, i servizi a pagamento sulla Rete e le regie pubblicitarie potrebbero dover togliere i loro link, nel caso ne avessero. Le industrie dell'entretainement hanno scritto al Senato chiedendo che la legge venga applicata al più presto, e la Universal Music ha salutato il testo come un “nuovo strumento per bloccare i criminali della contraffazione”. In molti si sono schierati contro, tra i cui il Presidente esecutivo di Google,  Eric Schmidt: “Bloccare l'accesso a un sito sembra una soluzione attraente, ma stabilisce un precedente disastroso”. Schmidt ha affermato che Google non lo applicherà, perché con una legge del genere il paese “diventerebbe la China”. 

Per leggere l'articolo completo clicca qui

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Un'applicazione per Iphone e Ipad pensata per i contenuti "lunghi", che sul web faticano ancora a trovare spazio. The Atavist spiegata dal New York Times. 

Evan Ratliff, giornalista free-lance di Wired, nel 2009 iniziò a pensare ad un sito che fosse più adatto ad articoli lunghi ma che, allo stesso tempo, fosse facilmente consultabile su supporti come Iphone e Ipad. «Nella Rete c'è uno spazio infinito, ma in qualche modo questo non ha prodotto uno spazio per i contenuti lunghi», dice. Parlandone con Jefferson Rabb, un programmatore e web designer specializzato in siti per libri è venuta fuori un'idea, o meglio, un'applicazione: The Atavist, che permette di leggere lunghi contenuti, spesso abbinati a contenuti digitali (video, post-cast, foto...). Nelle intenzioni degli ideatori, The Atavist permette di leggere un pezzo comodamente dall'Ipad, ma anche di ascoltarlo mentre si è in metropolitana. Al momento, secondo il New York Times, l'applicazione è già stata scaricata più di 40mila volte. Come si finanzia? I giornalisti hanno una copertura delle spese per la scrittura dei loro pezzi, e poi hanno una percentuale ogni volta che qualcuno scarica il loro articolo. Il costo? 2,99$ per Ipad e 1,99$ per Iphone. «Grazie all'esperienza di lettura permessa dall'Ipad e da altri supporti simili, c'è un momento di rinascita per i pezzi lunghi in applicazioni come The Atavist», commenta il New York Times. 


Qui l'articolo completo. 
Qui il sito di The Atavist. 

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La versione francese di uno dei blog di tecnologie e libertà digitali più influenti al mondo dovrà chiudere. Un post spiega le ragioni e lancia qualche ipotesi: la versione francese ha troppo combattuto ai fianco della Tunisia in rivoluzione? Contrariamente a quanto annuncia la versione spagnola resta operativa. 

Di ieri un post sulla versione francese di  ReadWriteWeb che annuncia l'imminente chiusura della sezione francese del blog. ReadWriteWeb è un  blog dedicato alle nuove tecnologie e al loro impatto sui media e sulla società. La prima versione, quella inglese, risale al 2003. Hanno seguito la francese, la spagnola, la cinese e la portoghese (nel 2009).  ReadWriteWeb è stato classificato come uno dei blog più influenti al mondo da Wikio e da Technocrati. È anche noto per la presa di posizione politiche per quanto riguarda le libertà digitali e diritti dell'uomo: motivo questo di censura in Paesi come Cina, Iran e Tunisia (del prima rivoluzione). 

Della chiusura racconta Fabrice Epelboin, direttore (ormai ex) di ReadWriteWeb France in un post pubblicato giovedì 17 marzo sulla versione francese. Il post del direttore chiama in causa anche la versione spagnola, della quale annuncia la chiusura (notizia che avevamo ripreso anche su E451): in diversi ieri, sulla rete, hanno diffuso la notizia. ReadWriteWeb Spagna non chiude. La redazione ha spiegato in un post (qui) che a loro la notiza non è arrivata e che continueranno a lavorare. Ad oggi il post di Epelboin resta però invariato. Da notare anche che non c'è menzione alla questione nella versione americana. 

Sulla prossima chiusura di RWW Francia

Così spiega Epelboin: «Delle mail contraddittorie e poche linee da parte della casa madre per spiegare la volontà di mettere fine alle esperienze europee» a cui si è aggiunta la mancanza, sempre secondo la visione americana di un modello economico. Per questo il 22 aprile la versione francese sarà off line. Questo, secondo l'ex direttore non corrisponde al vero: la versione francese avrebbe un modello economico dettagliato, basato sulla pubblicità. 

Per questo Epelboin lancia un'ipotesi diversa: «La partecipazione attiva dell'edizione francese, e di molti tra i suoi autori, alla rivoluzione tunisina non sono forse motivi estranei a questa decisione. Le informazioni raccolte sul lato oscuro dell'ambiente dell'high tech, va detto, sono un po' incompatibili con una monetizzazione a mezzo pubblicità».  Un timore degli autori francesi è che tutto il contenuto di ReadWriteWeb Francia venga perso: tutto resta di proprietà della casa madre (compresi i conti Facebook e Twitter), che non ha mai voluto mettere i contenuti sotto licenza Creative Commons. Per questo si sta pensando a copiare tutto in un “mirroring” alla Wikileaks. 
«Che si tratti di un tentativo di censura fatto da un grosso investitore della versione americana, o dal vecchi investitori che vogliono rientrare nel capitale a certe condizioni, o che si tratti della decisione strategica più stupida del momento nel mondo dei media 2.0, le conseguenze sono le stesse». 

Francesca Barca
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Qui il post di Fabrice Epelboin.
Qui la versione spagnola.
Qui la versione americana.
Qui la versione brasiliana. 
Qui la versione cinese. 

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Il 2010 ha visto la morte di 57 giornalisti. Uno studio di Reporters sans Frontieres mostra come, oltre alle morti, i giornalisti siano spesso nel mirino delle organizzazioni criminali.


La media è più bassa di quella del 2009 - furono uccisi 76 reporter - che deve il suo "primato" al disastro delle Filippine, dove due dozzine di troupe restarono uccise.
Il Paese più pericoloso per la stampa quest'anno è stato il Pakistan, con 11 morti, sette in Messico, sette in Iraq e 4 nelle Filippine.

Qui l'articolo completo su The Guardian.
Qui il sit di Reporters sans Frontieres.

Francesca Barca
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Il fondatore di Wikileaks ha rilasciato al quotidiano spagnolo El Pais la prima intervista dopo essere uscito dal carcere il 16 dicembre scorso. Assange è uscito su cauzione dopo aver passato nove giorni in un carcere britannico a causa di un'accusa per reati sessuali di un tribunale svedese. Intanto si parla di un denuncia in arrivo dagli Usa per spionaggio e cospirazione. 

Il quotidiano El Pais lo ha incontrato nella casa di Vaughan Smith, l'amico che lo ospita a Norwich. 

Assange racconta di un dente che ha perso mangiando del riso in carcere. Un oggetto metallico nel piatto – «Non so se sia stato messo lì di proposito o se è stato un incidente», un dente rotto messo in fazzoletto: il dente è poi sparito non appena l'australiano è uscito dalla sua cella. Perché? Per Assange si tratta un modo per eliminare la prova. 

Che racconta Assange? Che riceve numerose minacce di morte, così come il suo avvocato e i suoi figlie. La maggior parte, dice l'uomo, «provengono da membri delle forze armate americane». 

Assange definisce il sistema carcerario inglese come «sovietico» e burocratico e si lamenta del fatto che era difficilissimo ottenere il permesso per fare una telefonata (ne ha fatte quattro). Aggiunge anche che la maggior parte delle persone che lo sorvegliavano lo sostenevano: racconta che un ufficiale gli ha dato una carta con scritto «Ho solo due eroi al mondo: Martin Luter King e lei». 

Il fondatore di Wikileaks commenta la denuncia di violenza sessuale che lo coinvolge:  «Questa campagna di discredito ha permesso di creare un'immensa scatola nera al cui esterno hanno messo la parola “stupro”. Però nessuno ha potuto guardarci dentro (…). Ma dentro non c'è nulla che una persona ragionevole chiamerebbe stupro». 

«Non voglio dire che c'è una catena di ordini che va da Hillary Clinton ad un giornalista de The Guardian. È ridicolo, le cose non funzionano così nel mondo reale, dove tutto è più interessante e sottile. Il potere crea un ambiente in cui gli individui si bevono quello che il potere vuole. Ogni organizzazione o gruppo può avere istruzioni dirette ma ognuno le attua secondo i suoi interessi». 

Qui l'articolo completo de El Pais. 
Qui il video dell'intervista sul Blog Proyecto C

Francesca Barca
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Il Guardian ha avuto accesso ai documenti delle accuse del Tribunale svedese contro Julian Assange.

L'avvocato dal fondatore di Wikileaks, Mark Stephens, ha parlato di «Forze oscure»e di «trappola» contro Assange; il giornalista John Pilger ha archiviato il caso come «bravata politica», mentre Assange stesso, in  Abc News ha sostenuto che il dossier contro di lui «è stato creato».

The Guardian ricostruisce tutta la vicenda tra il fondatore di Wikileaks e le due donne che lo hanno accusato. Senza entrare nei dettagli (tutto il rapporto è nell'articolo), pare che «entrambe le donne che hanno denunciato Assange alla polizia lo abbiano fatto con la motivazione che il fondatore di Wikileaks non si sia voluto sottoporre a un test per Mst (Malattie Sessualmente Trasmissibili)». Ciononostante l'avvocato svedese di Assange dice di essere entrato in contatto con prove che dimostrano che le due donne siano state spinte dal denaro – si sono recate da un tabloid, Aftonbladet – e da altre motivazioni.


Cionostante pare che la procedura sia scattata quando il fondatore di Wikileas non si è presentato in Svezia durante la settimana dell'11 ottobre per un'udienza.

Caute le dichiarazioni di un collega e coordinatore di Wikileaks in Svezia: «Lasciamo la giustizia fare il suo corso. Certo che i nemici di Wikileaks usano tutto questo, ma non pensiamo che la Cia mandi agenti in minigonna».

Qui l'articolo del Guardian.

 
 
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Ci racconta Rue89 che giovedì (domani) diverse personalità dell'Internet francese sono invitate a pranzo all'Eliseo da Nicolas Sarkozy: si tratta (almeno per la lista che è filtrata, che pare che non sia completa) di personaggi che si sono opposti alla sua politica, dall'Hadopi al progetto di legge della Loppsi 2. 


Tra gli invitati: 
Xavier Niel, Amministratore Delegato dell'Internet provider Free e azionista de Le Monde (che aveva già avuto problemi riguardo all'Hadopi);
Jean-Baptiste Descroix-Vernier, Amministratore delegato del gruppo Rentabiliweb
Jacques-Antoine Granjon, amministratore delegato del sito di vendite on line Vente-privée
Jean-Michel Planche, presidente della società di servizi Internet Witbe e della Fondazione Internet nouvelle génération;
Nicolas Vanbremeersch, blogger (Versac, ormai inattivo) e fondatore dell'agenzia di comunicazione Spintank;
Eric Dupin, del blog Presse-citron
Maître Eolas, avvocato e blogger anomimo.

Si vocifera che si discuterà del''Hadopi, del progetto di legge sulla sorveglianza on line (Loppsi2), della tassa sulla pubblicità on line e forse di Wikileaks. 

Qui l'articolo completo su Rue89
Qui un approfondimento su Les Echos (a pagamento).
Qui il nostro dossier su l'Hadopi
Qui una spiegazione della Loppsi. 


Francesca Barca
Europa451

 


Laboratorio di giornalismo europeo e transnazionale