Europa451, laboratorio di giornalismo transnazionale e europeo


 
Picture
Foto: Margaret Taylor2010/flicr
La Chiesa greca ha pagato 2,5 milioni di euro di tasse nel 2010 ed è diventata imponibile per la prima volta all'indomani della crisi economica che ha travolto il paese lo scorso anno. 

Il sito di informazione ecclesiastica amen.gr ha pubblicato un comunicato dove informa sull'ammontare delle tasse pagate dalla Chiesa greca: 2,5 milioni di euro per il 2010, di cui 1,02 milioni di tassa immobiliare e 1,4 su redditi. 

«Molti insinuano dubbi sulla partecipazione della Chiesa agli sforzi per uscire dalla crisi: dimostriamo che le istituzioni ecclesiastiche pagano regolarmente le loro tasse», si legge sul sito. La pubblicazione arriva all'indomani di una polemica tra lo Stato e la Chiesa greca, relativa a un ulteriore prelievo sul suo patrimonio immobiliare.

La Chiesa greca è diventata imponibile per la prima volta nel 2010, all'inizio della crisi economica. 

Si calcola che tassando il patrimonio immobiliare Vaticano, quindi solamente dall'Ici, si potrebbero recuperare 2 miliardi di euro. 

Il caso spagnolo

In Spagna la Chiesa Cattolica ha goduto di esenzioni fiscali per molti anni: non pagava l'Iva e le imposte sugli immobili. 
Dal 1989, la Commissione europea ha iniziato a fare pressioni sul Governo spagnolo: ora la Chiesa è stata, giuridicamente equiparata a una fondazione e paga l'Iva sui servizi che fornisce. 
Europa451

Sullo stesso argomento leggi:
Francia: gli animalisti contro la macellazione rituale
Danimarca: Topless per integrare gli immigrati
La bandiera europa? Crisitiana, anzi mariana
L'Europa non sa se è cattolica? Sicuramente è anti-musulmana
Se il fast-food diventa halal
Italia: il Pd propone il crocifisso obbligatorio

 
 
Picture
Se nei Paesi arabi la Turchia è considerata «una sintesi riuscita dell'Islam e della democrazia», all'interno del Paese la percezione è diversa e qualcuno sente la laicità in pericolo. Un articolo della rivista JeuneAfrique.com. 

Secondo un sondaggio effettuato dalla Fondazione turca di Studi economici e sociali (Tesev) in Arabia Saudita, Iran, Irak, Egitto, Giordania, Siria, Libano e Territori palestinesi la Turchia è un esempio di «modello di sviluppo» e «una sintesi riuscita dell'Islam e della democrazia». Questa è la risposta del 66% del campione di 2300 persone interrogate.  E invece cosa ne pensano i turchi? Un centro studi di Ankara, MetroPOLL, ha realizzato un sondaggio interno, dopo le accuse che l'opposizione rivolge al AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo al potere) di mettere a rischio la laicità nel Paese. 



Per il 31,6% degli intervistati la laicità è in pericolo, anche se l'84,8% di questi “modernisti” o “kemalisti” dice di non aver subito nessuna intimidazione per cambiare stile di vita. Il 13,5%, comunque, dice di essere stato vittima di intimidazioni legate alla consumo di alcool, all'abbigliamento e all'appartenenza politica o religiosa. Sempre il 76,9% dei “modernisti” dice di temere che la sharia verrà imposta prima, mentre il 70% si preoccupa dell'islamizzazione della società. Resta il fatto che per il 53% della popolazione non c'è alcun pericolo per una perdita della laicità nel Paese. 

Qui l'articolo di JeuneAfrique. 

Francesca Barca
Europa451
 
 
Picture
Il quotidiano francese Le Monde ha intervistato Joshua Stacher, ricercatore all'università di Kent (Ohio) a proposito del comportamento che i Fratelli Mussulmani stanno tenendo in Egitto. Perché la confraternita ha aspettato tanto per perdere parte ufficialmente alle rivolte?
Il quotidiano francese Le Monde ha intervistato Joshua Stacher, ricercatore all'università di Kent (Ohio) a proposito del comportamento che i Fratelli Mussulmani stanno tenendo in Egitto. Il quotidiano si chiede perché la confraternita abbia aspettavo quattro giorni per unirsi ufficialmente alle manifestazioni: secondo Stacher, se i Fratelli Mussulmani si fossero uniti immediatamente alle proteste l'Occidente non avrebbe esitato ad appoggiare il regime di Mubarak nel controllare le rivolte. Probabilmente non si sono resi conto immediatamente della grandezza della rivolta in corso e, una volta capito che Mubarak può veramente essere cacciato, si sono fatti avanti, ma senza apparire come leader per non inficiare le possibilità del movimento . Secondo lo studioso, quello che la confraternita sta tenendo è un atteggiamento estremamente pragmatico: i Fratelli Mussulmani non vogliono essere alla testa di un Governo e non presenteranno un candidato a delle eventuali elezioni presidenziali per non rischiare di mettere l'Egitto in una posizione di isolamento diplomatico proprio ora che si presenta per il Paese – e lo hanno capito – una reale opportunità di cambiamento. I Fratelli Mussulmani vogliono partecipare alla vita politica, senza che questo comprometta lo statuto internazionale dell'Egitto: secondo Stacher se un processo di democratizzazione si metterà realmente in atto è probabile che le voci più radicali del movimento si facciano più discrete, mentre a quelle più pragmatiche potrebbero venir affidati degli incarichi e, addirittura, potrebbero formarsi in partito come è stato per il Akp (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo)  in Turchia.

Qui l'articolo completo de Le Monde


Francesca Barca
Europa451


Sullo stesso argomento leggi anche: 
Egitto: le manifestazioni si fermano per la preghiera
Algeria: più mussulmana e più moderna
Tunisia: la censura sul Web
Burka Woman: satira dal Pakistan
 
 
Picture
Ritratto di un Paese sempre più religioso che, grazie a questo, cerca la modernità. Un articolo de Le Monde.

Secondo il quotidiano algerino Liberté durante il 2011 si sono registrati in Algeria 112.878 interventi delle forze dell'ordine contro moti della popolazione: un fenomeno in aumento che Rachid Malaoui, Presidente dello Snapa, sindacato della pubblica amministrazione, definisce come «moti spontanei, non inquadrati da nessuna organizzazione e da alcun partito». Il potere però sta cercando di arginare la cosa “clonando”  le associazioni civili in modo da scoraggiare la partecipazione. I giovani lamentano la disoccupazione e le associazioni di donne vengono ostacolate.
 Nel frattempo l'islamizzazione del Paese aumenta: sono sempre di più le donne con il velo e gli uomini con la barba e il kamis (“il vestito lungo”) e il salafismo prende sempre più piede. Questo è dovuto, secondo il quotidiano francese Le Monde, alla riconciliazione nazionale fatta dopo le violenze degli anni Novanta: molti islamisti, prima cacciati, hanno avuto il permesso di aprire delle attività in nome della lotta al terrorismo. «È il paradosso di questa riconciliazione: la reintegrazione economica degli islamisti per la loro neutralizzazione politica. I segni di islamizzazione: si tratta soprattutto di modo di vita, una rete di solidarietà che rimpiazza il partito e che permette di aprire un'attività» dice Amel Boubekeur, ricercatore all'Ehess. «Se lo Stato giocasse un ruolo tutto questo sparirebbe», dice Daho Djerbal direttore della rivista Naqd. È la fatica di un Paese che gira una pagina della sua storia: «Dopo un decennio durante il quale la parola “cultura” era stata bandita si torna alla normalità: ogni anno escono oltre mille libri, da 30 a 40 opere di teatro e presto una cineteca vedrà la luce. Sembra che le cose non evolvano, ma è il contrario», dice Mohammed Djehiche, direttore del nuovo Museo d'arte Moderna di Algeri. «La società è più islamizzata nel 2010 che nel 2001, ma l'Algeria è il Paese mussulmano più pronto alla modernità». Infatti l'Algeria ha registrato, nei primi 11 mesi del 2010, un bilancio commerciale in attivo di 11, 1 miliardi di euro.

Qui l'articolo de Le Monde del 31 dicembre 2010
Qui il sito del quotidiano algerino Liberté

Francesca Barca
Europa451

 


Create a free website with Weebly