Per sabato 11 gennaio sono state organizzate, in tutta Europa, manifestazioni contro l'Acta (Anti-Counterfeiting Trade Agreement, Accordo Commerciale Anti Contraffazione).
In oltre 200 città in tutto il continente sono previste manifestazioni, assembramenti e riunioni contro questo accordo.
In Italia sono previste a Asti, Firenze e Roma. Per sapere dove sono le manifestazioni potete usare questa Google Map. Da qui, ogni città è legata all'evento Facebook (alcuni non funzionano).
La Quadrature du Net ha preparato il flyer dell'evento in dieci lingue. lo trovate qui. Per ora non c'è in italiano.
Alcuni cittadini tedeschi si sono mobilitati per fare qualcosa di fronte a quella che leggono come una noncuranza della comunità internazionale, lanciando un'iniziativa – e un sito – che permette di finanziare gli attivisti siriani: Adopt a Revolution. Intervista con uno dei fondatori, Elias Perabo.
Elias si trovava in viaggi in Medio Oriente nel marzo scorso, quando sono iniziate le manifestazioni in Siria. Da quel momento sono nati oltre 300 comitati di attivisti (Lccs), alcuni clandestini, che organizzano manifestazioni pacifiche e che documentano le violazioni dei diritti umani a Damasco. Questi comitati sono la colonna vertebrale del movimento di protesta. A causa della feroce repressione in molti, dalla Siria, si sono rifugiati in Libano, dove continuano l'attivismo per il loro Paese. Elias li ha incontrati e ha deciso di “unirsi” a loro. A 31 anni ha lasciato il suo lavoro in una Ong che si occupa di ecologia: «In maggio mi sono trasferito a Beirut per andare ad aiutarli», occupandosi della Comunicazione Internazionale del Coordinamento dei Comitati locali.
L'idea di Adopt a Revolution è nata nel settembre scorso, quando gli attivisti siriani cercavano un mondo per coinvolgere nel loro lavoro la società europea. Elias è quindi tornato a Berlino dove, con un gruppo di volontari, ha dato vita all'equipe che ha lanciato, lo scorso dicembre, il sito, che ora è in tedesco, inglese, francese e arabo. «L'idea è quella di creare un ponte tra le società civili di Siria e Germania. È una sorta di “adozione”: sul sito è possibile scegliere un comitato locale specifico e versare una somma tutti i mesi. In quattro settimane abbiamo raccolto abbastanza per finanziare 15 comitati: abbiamo versato dai 500 ai 900 euro mensili ciascuno. Non ci aspettavamo un successo del genere». I comitati da sostenere non vengono scelti a caso: «Vengono selezionati esclusivamente se praticano resistenza passiva. Non finanziamo comitati che usano le armi. Ed è per questo che chiediamo al Coordinamento dei Comitati Locali di Beirut di consigliarci i gruppi da sostenere. Questo coordinamento si basa, innanzitutto, sulla non-violenza». Per Elias questo tipo di lavoro è esemplare: «Eccezion fatta per l'esercito ribelle siriano, i siriani continuano a manifestare in maniera pacifica da mesi, nonostante la repressione e le molte vittime. Bisogna che questo movimento possa andare avanti».
I fondi raccolti attraverso il sito vengono utilizzati per acquistare del materiale per manifestare, come pannelli e segnali; vengono anche acquistati strumenti per comunicare la rivoluzione, come macchine fotografiche o videocamere. Le donazioni vengono anche usate per trovare alloggi agli attivisti, per le connessioni Internet o per il cibo. «Non possiamo fare nessun bonifico verso la Siria, perché sarebbe troppo pericoloso per gli attivisti. Per questo mandiamo il denaro al Coordinamento, che lo fa passare dalle frontiere turche o giordane. Quando i gruppi locali lo ricevono ci devono rendicontare come lo hanno utilizzato. Questo per garantire la maggior trasparenza possibile».
Al di là di Adopt a Revolution, che mostra comunque un momento di impegno della società civile europea, secondo Elias l'Europa dovrebbe fare di più: «Da un lato la Germania e gli altri Paesi europei devono aumentare le pressioni sulla Siria, e dall'altra far partire aiuti umanitari per i rifugiati». Allo stesso tempo, stima Elias, «L'Ue dovrebbe agire presso la Turchia, la Russia e la Cina, perché cambino la loro posizione verso il regime siriano, in modo che le pressioni possano arrivare sia dall'interno che dall'esterno». Ma senza un intervento militare, cosa che farebbe della Siria «un'altra Libia».
A marzo, in data ancora da confermare, gli attivisti per le libertà di Internet e gli hacktivist di Anonymous scenderanno in piazza con una manifestazione per difendere Internet come “zona libera e indipendente, che preservi l'anonimato e che protegga la libertà di espressione, condivisione e pubblicazione”.
Anonymous è il gruppo di hacktivist, che ha fatto sentire la sua voce negli ultimi mesi bloccando spesso siti di rilevanza mondiale. Attraverso attacchi DDoS, cioè di sospensione di servizio, il gruppo ha fatto sentire la sua voce – e la sua opinione – su fatti di rilevanza mondiale: solo per citarne alcuni ricordiamo l'attacco contro Ebay, Amazoon, Paypal, MasterCard, Visa (nel caso Assange), contro il governo dello Zimbabue, contro diversi siti del governo tunisino dopo le rivolte di fine 2011 (qui e qui), contro il governo in Egitto, contro il sito dell'Enel e di Agcom in Italia e, in ultimo, contro molti siti del Governo americano dopo l'operazione che ha chiuso il sito di streaming Megavideo (#OpMegaupload).
Qui il video di presentazione dell'evento:
A marzo, gli attivisti di Anonymous organizzano una grande festa/manifestazione a Parigi, Anonymact: lo scopo è portare in piazza il più persone possibile, pacificamente, per fare sentire la propria voce contro le leggi che vogliono controllare la diffusione dei materiali e della cultura su Internet (Hadopi, Loppsi, Acta, Sopa/Pipa, Ipred, Arjel…) e limitare la Neutralità della Rete. La manifestazione intende promuovere un'idea di Internet come “zona libera e indipendente, che preservi l'anonimato e che protegga la libertà di espressione, condivisione e pubblicazione”.
Dove si terrà la manifestazione ancora non è sicuro: il luogo verrà specificato nei giorni a venire sul sito dell'operazione. Tutti i comportamenti che possono essere condannati dalla forze dell'ordine sono da tenere lontani: niente alcol, droghe, tende o qualunque altra cosa che possa essere motivo di dispersione.
Tra le associazioni “simpatizzanti” con l'iniziativa ci sono Télécomix, la Quadrature du Net, il Partito Pirata, il Fnd (French Data Network, il primo fornitore di accesso Internet in Francia), April (Promouvoir et defendre le logiciel libre – Promozione e difesa del software libero) e le Ong che difendono libertà civili come Rsf (Reporter senza Frontiere), Fidh (Federation Internationale Droits de l'Hommes), Amnesty France e Human Rights Watch.
Il sito della manifestazione è qui, sono su Twitter (@ anonymact) e hanno un hashtag (#Anonymact).
A un anno dalla Rivoluzione tunisina un comitato di famiglie cerca i propri figli partiti verso l'Italia e dispersi. Chiedono di usare le impronte digitali per ritrovarli.
"Prova a immaginare: tuo fratello o tuo figlio parte e non dà più notizie di sé dopo la sua partenza. Non è arrivato? Non lo sai, potrebbe essere stato arrestato nello stato di arrivo che non prevede che si possa arrivare semplicemente partendo e che per questo arresta quelli che arrivano mettendoli nei centri di detenzione o in prigione. Aspetti qualche giorno, guardi immagini alla televisione del luogo in cui potrebbe essere arrivato, per sperare di vederlo. Capisci anche che tuo figlio o tuo fratello non è l’unico a non aver telefonato dopo essere partito. Insieme alle altre famiglie chiedi allora alle autorità del tuo paese di informarsi, di capire se sono tutti in qualche carcere, speri che lo siano anche se temi che non vengano trattati bene. Ma le autorità non fanno nulla, non chiedono e non ti ascoltano, per mesi. Tu nel frattempo fai presidi, manifestazioni, parli con i rappresentanti di alcune associazioni, con i giornalisti, porti la foto di tuo figlio o di tuo fratello ovunque, ti affidi a ogni persona che viene dall’altro paese, le dai le foto, la data di nascita, le impronte digitali. Vuoi sapere. Ma non accade nulla e cominci a immaginare: potrebbe essere in una cella di isolamento, potrebbe essere stato arrestato come passeur, potrebbe essersi rivoltato nel centro di detenzione, potrebbe…. Potrebbe essere in Italia, ma forse a Malta, forse in Libia" (Dall'appello per i migranti tunisini dispersi).
Ormai è passato un anno da quando il regime di Ben Ali è caduto in Tunisia. E dopo un anno è sorto un altro problema: quello delle persone disperse. In migliaia hanno lasciato la Tunisia dopo il 14 gennaio 2011: quasi tutti sono arrivati in Italia, facendo almeno una tappa a Lampedusa.
All'epoca fu l'emergenza: Lampedusa invasa, la stagione turistica saltata, immigrati spostati in campi creati ad hoc in tutto il Paese, incidenti diplomatici in Europa perché nessuno voleva queste persone. Oggi, di coloro che hanno attraversato il mare, in 1000 circa mancano all'appello.
E per ritrovare queste mille persone esiste un comitato, nato da alcune delle famiglie dei ragazzi tunisini dispersi. Le famiglie hanno chiesto, senza risultati per ora, che il Governo di Tunisi intervenga presso quello italiano affinché si faccia il possibile per rintracciare queste persone, utilizzando le impronte digitali che vengono prese durante la registrazione a tutti coloro che sbarcano in Italia.
L'appello si può leggere qui (in italiano, francese, arabo e inglese).
Dei mille scomparsi si sa poco: che sono partiti e che sono arrivati probabilmente (da foto, riprese televisive, video registrati o dal racconto di altri che erano con loro in viaggio). Questo perché non è possibile accedere ai registri dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) che, fino a dicembre scorso erano chiusi alla stampa a causa della circolare 1305, emanata dall'ex Ministro Maroni (lo spiega qui Fortesse Europe).
Domani, martedì 10 gennaio, è prevista una prima iniziativa a Milano (qui). Il 14 gennaio prossimo, primo anniversario della Rivoluzione, si terrà invece un presidio davanti al Consolato tunisino a Milano. Chi fosse interessato a partecipare può contattare l'associazione Pontes scrivendo a pontes@live.it.
Nel mercato centrale di Nairobi, che viene usato come base per il prezzo delle materie prime in Africa, il prezzo degli alimenti di prima necessità è aumentato del 42% nell'ultimo mese. Un chilo di farina costa già un quarto dello stipendio medio di un lavoratore della zona.
La Ong Concern Worldwide ha presentato, il 12 ottobre scorso, il suo indice globale della fame nel mondo. La presentazione è avvenuta al Parlamento europeo a Bruxelles il 12 ottobre scorso. Secondo la classifica di Concern Worldwide il Paese che ha più fame è la Repubblica Democratica del Congo, insieme all'Eritrea e al Burundi.
Secondo i responsabili di Concern Worldwide i prezzi delle materie prime nel Corno d'Africa sono un vero problema: nel mercato centrale di Nairobi, che viene usato come base per il prezzo delle materie prime in Africa, il prezzo degli alimenti di prima necessità è aumentato del 42% nell'ultimo mese. Un chilo di farina costa già un quarto dello stipendio medio di un lavoratore della zona.
La domanda crescente di biocarburanti – soprattutto in Europa, Brasile e Stati Uniti – è una delle cause principali di questi aumenti. Si calcola che ogni giorni in Africa siano 239 milioni coloro che soffrono la fame: solo nella Repubblica Democratica del Congo sono in 50 milioni a soffrire di questo problema.
La sequenza di Persepolis che ha sollevato le proteste. (Foto dal film)
Venerdì 7 ottobre la tv privata Nessma TV ha proiettato il film Persepolis di Marjane Satrapi in dialetto tunisino. Circa 200 salafisti hanno attaccato i locali della Tv e manifestazioni sono apparse in tutto il paese. Nessma TV è stata denunciata e il suo presidente si è scusato con i tunisini. Manifestazioni islamiste anche all'università, a due settimane dalle elezioni.
Venerdì 7 ottobre la Tunisia ha visto per la prima volta in Tv il film di Marjane Satrapi, “Persepolis”. La pellicola franco-iraniana è stata diffusa dalla televisione privata satellitare Nessma con i sottotitoli in arabo-tunisino.
A seguito di questa proiezione, domenica 9 ottobre circa 200 persone sono state disperse dalla polizia a Tunisi mentre marciavano in direzione dei locali di Nessma. Si trattava di gruppi di salafisti che, già nei giorni precedenti, come si evinceva dai social network, non approvavano la visione che il film da dell'Islam e della gioventù araba e, in particolare, una scena in cui Allah viene rappresentato come un vecchio con la barba, cosa vietata nell'Islam.
Nessma Tv dopo gli eventi ha diffuso un comunicato stampa in cui si diceva che «gli uffici di Nessma oggi hanno subito un tentativo di assalto da parte di “barbuti” e di donne in niqab. Alcuni degli assalitori erano armati con coltelli e bastoni». A seguito dei fermi della polizia una decina di persone, secondo il Ministero degli Interni, sarebbero state arrestate. Oltre a questa manifestazione, che comunque si è risolta senza violenze, ci sono state marce contro il film a Gafsa, Nabeul, Ben Gardane, Le Kef, Susa e Medenina.
(foto: Persepolis)
Diversi gruppi, cittadini singoli e avvocati, per un totale di 143 persone, hanno, inoltre, denunciato la Tv al punto che martedì 11 ottobre, in mattinata, l'Afp ha diffuso un comunicato dove annuncia che l'ufficio del procuratore della Repubblica di Tunisi ha deciso di aprire un'inchiesta preliminare sulla diffusione del film.
Di stamattina, invece, la notizia che Nebil Karoui, presidente di Nessma Tv, si è scusato, sulle onde di radio Monastir, con il popolo tunisino: «Mi dispiace per coloro che sono stati offesi da questo passaggio, che offende anche me», ha detto ai giornalisti. Queste scuse sono particolarmente indicative del clima che la Tunisia sta vivendo: fino a ieri la posizione della Tv privata era piuttosto combattiva. Persepolis inoltre era già stato precedentemente diffuso in alcune sale cinematografiche in Tunisia.
Polemiche sul velo all'università
Questi incidenti sono avvenuti a ridosso di altre manifestazioni di salafiti, questa volta a scapito della facoltà di Lettere di Susa dove il 5, 6 e 7 ottobre scorso dei gruppi sono entrati e hanno minacciato il rettore per “chiedere” l'iscrizione di una ragazza che porta il velo, precedentemente rifiutata dall'istituto in nome del regolamento interno. Il rettore ha obbligato l'istituto ad accettare la ragazza e, per questo, gli studenti e i professori stanno manifestando per chiedere sostegno. A questo è stata lanciata, Faïza Zouaoui Skandrani, presidente dell'associazione Egalité et Parité (che ha ottenuto la parità uomo-donna nelle liste elettorali in Tunisia), una petizione per chiedere che il velo sia vietato nelle istituzioni educative (NON AU NIKAB EN TUNISIE DANS LES INSTITUTIONS EDUCATIVES). Ad oggi la petizione ha raccolto 1137 firme.
Questi incidenti, va ricordato, succedono a meno di due settimane dalle prime elezioni libere del dopo-Ben Ali. Il prossimo 23 ottobre, infatti, si terranno le elezioni per l'assemblea Costituente, che sarà incaricata di riscrivere la carta della nuova Tunisia. Per ora il partito Ennahda, islamico, è dato in testa a tutti i sondaggi.
Obbligo di rettifica per i contenuti "impropri" o multa fino a 12.500 euro. Cos'è il comma ammazzablog e come funziona? La Rete italiana protesta, unita, diffondendo lo stesso post, quello qui sotto. Per seguire il dibattito su Twitter: #noallaleggebavaglio a #areteunificata.
Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma ammazzablog? Il comma 29 estende l’istituto della rettifica, previsto dalla legge sulla stampa, a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”, e quindi potenzialmente a tutta la rete, fermo restando la necessità di chiarire meglio cosa si deve intendere per “sito” in sede di attuazione.
Cosa è la rettifica? La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere di questi media e bilanciare le posizioni in gioco, in quanto nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, questi potrebbero avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie. La rettifica, quindi, obbliga i responsabili dei giornali a pubblicare gratuitamente le correzioni dei soggetti che si ritengono lesi.
Quali sono i termini per la pubblicazione della rettifica, e quali le conseguenze in caso di non pubblicazione? La norma prevede che la rettifica vada pubblicata entro due giorni dalla richiesta (non dalla ricezione), e la richiesta può essere inviata con qualsiasi mezzo, anche una semplice mail. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”, ma ad essa non possono essere aggiunti commenti. Nel caso di mancata pubblicazione nei termini scatta una sanzione fino a 12.500 euro. Il gestore del sito non può giustificare la mancata pubblicazione sostenendo di essere stato in vacanza o lontano dal blog per più di due giorni, non sono infatti previste esimenti per la mancata pubblicazione, al massimo si potrà impugnare la multa dinanzi ad un giudice dovendo però dimostrare la sussistenza di una situazione sopravvenuta non imputabile al gestore del sito.
Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto? La rettifica prevista per i siti informatici è quella della legge sulla stampa, per la quale sono soggetti a rettifica tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni ritenute dai soggetti citati nella notizia “lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia, è quindi un criterio puramente soggettivo, ed è del tutto indifferente alla veridicità o meno della notizia pubblicata.
Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false? E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.
Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica? La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi sarà il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.
Sono soggetti a rettifica anche i commenti? Un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento (e contenuti similari) non dovrebbe essere soggetto a rettifica.
L'articolo è di Bruno Saetta, pubblicato su valigia blu: qui. Il blog di Bruno Saetta invece è qui.
Qui, da Agorà digitale, invece le proposte di emendamento fatte 26 parlamentari alla Camera per modificare il testo in modo che venga applicato ai soli contenuti professionali e alle testate registrate.
Uno dei poster di sostegno alla Quadrature du Net (http://www.laquadrature.net/support)
Due associazioni per la difesa dai diritti digitali e della Neutralità della Rete hanno lanciato una piattaforma on line per raccogliere le testimonianze di coloro i cui diritti sono stati violati dagli operatori telecom e dagli Internet provider in tutta Europa.
La Quadrature du Net e Bits of Freedom, francese la prima e olandese la seconda, sono due associazioni che si muovono in ambito europeo per difendere i diritti dei cittadini on line e la Neutralità della Rete in Europa. Insieme hanno lanciato, il 22 settembre scorso, un sito/piattaforma di condivisione che si chiama Respect My Net, che si pone come portaparola degli utenti Internet (e clienti di operatori delle telecomunicazioni) in tutta Europa.
Respect My Net, infatti, è una piattaforma destinata a raccogliere le testimonianze di coloro i cui fornitori di accesso Internet, o operatori di telefonia, violano alcuni diritti o bloccano l'accesso ad alcuni servizi.
«La libertà digitale di ogni cittadino europeo è messa in discussione dagli operatori delle telecomunicazioni dominati, che vogliono controllare quello che fate su Internet. Per questo velocizzano e rallentano l'accesso ad alcuni siti e fanno pagare di più alcuni servizi», ha detto Ot van Daalen di Bits of Freedom.
Cosa vuol dire? L'esempio classico è quello di Skype. Seppure Skype sia un servizio gratuito al quale si accede semplicemente grazie a una connessione Internet, molti operatori, pur in presenza di un forfait di traffico, aggiungono una tariffazione extra se l'utente si connette a Skype dal suo smart-phone senza appoggiarsi a una rete Wi-fi.
I dati e le testimonianze raccolte tramite Respect My Net saranno presentati alla Commissione europea e alle autorità nazionali, per chiedere azioni concrete da parte dei governi. «Respect My Net permetterà a tutti i cittadini di diventare dei guardiani di Internet», ha detto Jérémie Zimmermann, portaparola e co-fondatore della Quadrature du Net.
In un rapporto pubblicato dalla Commissione europea nell'aprile scorso, infatti, la Commissione, pur rivendicando il principio della Neutralità della Rete, afferma che non vieterà agli operatori le restrizioni nei servizi che, di fatto, violano questa neutralità (nelle definizione data dai militanti) sperando che la regolazione arrivi dal mercato e da una comunicazione trasparente da parte degli operatori. Bruxelles spera che gli operatori che applicano maggiori restrizioni vengano messi da parte, in modo naturale, dal mercato.
Come funziona Respect My Net? Bisogna riempire un formulario, dove si indica il paese di provenienza, l'operatore coinvolto e il tipo di servizio per il quale si hanno dei problemi (traffico VoIP, P2P, condivisione di file...) e inviare il tutto.
Sul sito sono presenti testimonianze in arrivo dalla Francia, dalla Spagna, dalla Germania, dall'Inghilterra, dalla Svezia, dal Belgio, da Cipro, dall'Olanda, dal Portogallo e, una soltanto, dall'Italia.
Foto di Nina Bianchi (http://oti.newamerica.net/commotion_wireless_0=
A Washington si sta lavorando per realizzare il sogno di ogni hacker: un programma che permetta la creazione di una rete Wi-fi indipendente da qualsiasi infrastruttura, anonima e criptata. Il progetto è finanziato dall'Open Technology Initiative e dal Dipartimento di Stato americano.
Riporta Le Monde che a Washington qualcuno sta lavorando per realizzare il sogno di ogni hacker: un programma che permetta la creazione di una rete Internet Wi-fi completamente autonoma e indipendente da qualsiasi infrastruttura (telefono, cavo, satellite), anonima e criptata.
Come si chiama? Commotion ed è diretto da Sascha Meinrath, un ex militante di Indimedia e dell'Internet libero. Commotion è a tutti gli effetti un progetto ufficiale: è finanziato dall'Open Technology Initiative (Oti) il dipartimento tecnologico della New America Foundation che passa all'equipe che lavora sul progetto 2,3 milioni di dollari all'anno (1,6 milioni di euro) a cui si aggiungono 2 milioni di dollari del Dipartimento di Stato Americano, interessato alle rete senza fili autonome da usare in situazioni di emergenza, come guerre e catastrofi.
Una volta completato, Commotion funzionerà semplicemente installando, grazie a una chiavetta Usb, il programma su tutti i computer che si vogliono far rientrare nel network: alcune componenti sono già scaricabili dal sito Internet. Per la fine del 2012 dovrebbe essere pronta una versione del programma per il grande pubblico.
fb Europa451
Qui l'articolo completo di Yves Eudes su Le Monde.
Mercoledì 3 agosto il Tagikistan, in nome della lotta all'integralismo, ha promulgato una legge che vieta ai minori l'ingresso nei luoghi di culto.
Il Tagikistan ha vietato, mercoledì 3 agosto, l'ingresso ai minorenni nei luoghi di culto. La “legge sulla responsabilità parentale” era stata discussa a luglio e il Presidente tagiko, Emomali Rakhmon, l'ha promulgata due giorni fa.
Il Paese, ex repubblica sovietica, ha oggi una forte maggioranza mussulmana: il 98% dei 7,5 milioni di cittadini del paese sono di religione islamica; ci sono inoltre 2500 protestanti e circa 70mila persone di origine russa di culto protestante. La nuova legge vieta ai minori di 18 anni di frequentare i luoghi di culto, ad eccezione degli allievi di scuole religiose. Il Governo del Paese ha fatto della lotta contro l'integralismo religioso una delle sue priorità: questa legge contiene anche un emendamento che punisce, con pene fino ai 12 anni, i colpevoli di “insegnamento religioso illegale”. Va detto che il Paese condivide un migliaio di chilometri di frontiera con l'Afghanistan e che da circa vent'anni c'è in atto una guerra tra i sostenitori del Presidente e i ribelli islamici.
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