Il sociologo francese Gilles Kepel e la sua equipe sono tornati in due banlieue difficili di Parigi – le stesse dei disordini del 2005 – per vedere che ruolo gioca qui l'Islam nella costruzione comunitaria e identitaria. Oggi la promessa della République non si realizza.
L'Istituto Montaigne ha da poco pubblicato una ricerca, diretta dal sociologo Gilles Kepel, che mette in relazione il rapporto tra società, politica, religione in due banlieue parigine particolarmente significative, perché al cuore dei disordini del 2005: Clichy-sous-Bois et Montfermeil.
L'inchiesta, a differenza della precedente (Les banlieues de l’islam, Seuil) fatta da Kepel e dalla sua equipe, si concentra su un agglomerato – considerato in tutti i sensi del termine – dove l'Islam gioca un ruolo importante, ma dove viene sovrapposto ad altri temi: la città, l'educazione, il lavoro, la sicurezza, la politica e la religione.
L'inchiesta si chiama “Banlieue de la République” (che è anche un sito Internet pieno di materiali) ed è stata realizzata da Kepel e da cinque ricercatori che sono stati nei quartieri in questione, passando tempo con la gente, nelle case, nei trasporti pubblici, nelle scuole e nelle cité. «La nostra scommessa è stata quella di contribuire a rendere comprensibile, osservando il quotidiano, come si realizza – o meno – la promessa repubblicana», dice Kepel nell'introduzione al rapporto. L'inchiesta è stata realizzata intervistando 100 persone (oltre mille pagine di trascrizione) sopratutto in francese, ma anche in arabo, turco, cambogiano, inglese, peulh e soninké. Due terzi degli intervistati hanno affermato di essere di religione mussulmana, un terzo si sono detti cristiani, buddisti, israeliti o atei.
«Clichy-Montfermeil è diventata famosa per gli eventi dell'autunno del 2005, le cui ragioni – nonostante i racconti della stampa – in parte restano misteriose. Questi moti, a parte la loro dimensione spettacolare, hanno colpito nelle fondamenta il racconto che fonda la Francia moderna, implicitamente condiviso, secondo il quel la nazione sarebbe stata sempre capace di integrare, qualunque fossero i problemi sociali, culturali o etnici, tutti coloro che arrivavano per rimanere e, ancora di più, i loro figli, nati sul suolo della nuova patria, educati nelle scuole della République e quindi imbevuti devi valori comuni loro inculcati», spiega Kepel.
La differenza con i moti del 2005-2006 I lavori che sono stati fatti dopo il 2005 hanno teso a dimostrare come questi giovani che bruciavano le automobili non stessero facendo altro che gridare la loro apparenza alla nazione francese che li rifiutava. I sondaggi pubblicati in seguito mostravano come la propensione di questi mussulmani, per esempio al matrimonio misto, o all'apertura verso gli ebrei, fossero un segno che il percorso di integrazione stava funzionando. La nuova inchiesta a Clichy-Montfermeil invece mette in dubbio questo assunto. Si osserva infatti una logica di costruzione comunitaria intorno all'Islam che, se da un lato si allontanano dalla società francese, dall'altro va verso i suoi valori, ma sempre contrastati dalla avversità sociali.
Tra questi due poli, dice Kepel, si evidenzia una vasta gamma di attitudini di persone che cercano di negoziare la loro situazione, in funzione delle risorse culturali e materiali che hanno: alcuni formulano delle esigenze identitarie nel linguaggio dell'halal, altri sottolineando un'agenda politica “islamica”, altri si muovono in ambito laico e associativo per lavorare sul degrado ambientale, sull'accesso all'impiego e sulla formazione.
Queste due banlieue sono esplicative di una realtà ma, allo stesso tempo in controtendenza rispetto al resto della Francia: qui la maggioranza si dice contraria al matrimonio con un non-mussulmano, mentre nel resto della Francia è l'opposto; qui quasi tutti gli uomini intervistati dicono di andare regolarmente in moschea, mentre nel resto della Francia si arriva a un terzo.
Cos'hanno di particolare queste banlieue? La maggior parte della popolazione qui è mussulmana, il comune è chiuso da un quasi deserto di trasporti pubblici, la disoccupazione raggiunge dei tassi record e l'influenza dei predicatori è forte fin dagli anni Ottanta.
Un'altra cosa molto cambiata rispetto all'inchiesta del 1985, oltre al fatto che sono molti di più i cittadini francesi di confessione mussulmana, è l'ubiquità dell'halal presso questa popolazione. L'halal è diventato uno spettro molto più vasto che il solo cibo, arrivando a definire in maniera molto ampia cosa è lecito e cosa è illecito. Khadidja, una madre di origine marocchina, dice: «L'halal è non far entrare cose rubate in casa. L'halal è far capire ai propri figli che devono essere onesti. L'halal è non mettere insieme denaro guadagnato lavorando e danaro sporco. Questo è l'halal. L'halal è essere fedeli al proprio marito, ai propri figli, ai propri amici. È molto vasto...».
A scuola, per esempio, si è rilevato che la mensa, un momento che unisce insegnamento e socializzazione, oggi ha un tasso di frequenza molto basso. Viene addotto il motivo economico (è meno caro preparare un pasto in casa) ma spesso viene accompagnato da motivazioni culturali -la mensa non offre pasti halal- e che si traduce in ragazzini che mangiano “panini halal” negli androni delle cité. A questo si aggiunge il fatto che la legge sui segni religiosi nei luoghi pubblici– accettata ma non capita – non è accompagnata dalle altre norme previste, come il rispetto delle feste non cristiane o lo studio delle lingue di origine.
E se l'halal è una marca comunitaria, lo è sopratutto come specchio del Kasher. «Lungo l'inchiesta gli ebrei appaiono come una minoranza che ha saputo imporre la sua specificità, dalla quale ottiene la potenza, la paura e il rispetto che genera, nonostante il piccolo numero», dice Kepel.
Qualche cifra dal rapporto: tasso di disoccupazione: Clichy-sous-Bois: 22,7 % Montfermeil: 17,5 % Ile de France (regione parigina): 11 % Percentuale di famiglie che non raggiungono il reddito minimo imponibile: Clichy-sous-Bois: 61,30 % Montfermeil: 45,40 % Ile de France: 33,60 % Percentuale di popolazione di nazionalità straniera : Clichy-sous-Bois: 33 % Montfermeil: 20 % Ile de France: 12,4 % Percentuale di minori con almeno un genitore nato all'estero: Clichy-sous-Bois: 76 % Montfermeil: 50 % Ile de France: 16,9 % (Qui è possibile scaricare tutta l'inchiesta in Pdf)
Opinione. Il movimento degli “indignati” si è fatto sentire in diversi Paesi europei (e non solo) in questo 2011 spaccato dalla crisi economica. In Germania non ci sono state proteste del genere ma un partito, quello Pirata, ha portato al Parlamento di Berlino – dove è arrivato con l'8,9 dei voti – istanze molto simili.
Gli “indignati” si sono fatti sentire in diversi paesi europei, ma non in Germania. Qui però c'è un partito che porta avanti diverse rivendicazioni, e con successo. Si tratta del Partito Pirata, che è appena entrato nel Parlamento di Berlino con l'8,9% dei voti e 15 seggi. Il Partito Pirata è nato in Svezia nel 2006 dopo una battaglia sul diritto d'autore. Il Piratpartiet svedese ha poi prodotto, negli anni, “imitazioni” in una ventina di Paesi.
La Germania, prima potenza economica europea, ha un tasso di disoccupazione del 7%. In molti la guardano come un esempio da seguire o come una società che “funziona”, messa in antitesi rispetto ai paesi – come la Grecia, il Portogallo e ultimamente, l'Italia – coperti di debiti. Ma le disuguaglianze crescono, comunque, sull'altare della competitività. La principale ragione è legata alle esportazioni, che sono uno dei capisaldi del sistema tedesco, sostenute da una politica salariale regressiva dalla metà degli anni Novanta. Quindi i motivi per indignarsi ci sono.
I Pirati lo hanno capito bene e si sono impegnati in una battaglia per lo stipendio minimo in tutti i settori, così come gli indignati greci hanno manifestato conto la disoccupazione.
Come gli indignati spagnoli di “¡Democracia real YA!” i Pirati tedeschi vogliono una democrazia partecipativa e, soprattutto, trasparente, dove i cittadini possano essere informati, a tutti i livelli. Hanno già condotto, per esempio, a fianco della società civile, una campagna per un referendum di iniziative popolari sui contratti di privatizzazione della compagnia che gestisce l'acqua a Berlino. Grazie a questa campagna uscirono le informazioni sui dividenti – assolutamente sproporzionati – di questi contratti.
Il Partito Pirata ha alzato la voce anche contro le collusioni tra economia e politica – quello che altrove chiamiamo “conflitto di interessi”, ndr – e contro la corruzione, che è un tema che ha cavalcato la protesta degli “indignati” in tutta Europa. E avanzano anche richieste dal suono “sociale” come trasporti pubblici gratuiti e il diritto alla casa per tutti.
Praticano anche una forma di onestà intellettuale ormai sconosciuta nei “partiti tradizionali” e che gli “indignati” vorrebbero vedere invece nella politica. Durante la campagna elettorale a Berlino il candidato per il partito pirata ha dichiarato candidamente di non essere abbastanza informato su alcuni punti, cosa che normalmente i politici tradizionali non fanno.
Al di là dei temi “fondanti” come il diritto d'autore e la Neutralità della Rete, il Partito Pirata si impegna, come gli “indignati”, per far emergere una vera democrazia, più partecipativa, più vicina ai cittadini. Questo fondo comune si ritrova difeso in diversi modi, a seconda dei paesi: in Grecia o in Spagna ha una forma, mentre in Germania, dove si è abituati all'istituzionalizzazione, un'altra. È da vedere, ovviamente, se i Pirati riusciranno a concretizzare, dal punto di vista parlamentare, le loro rivendicazioni. E se questo partito potrà emergere in maniera significativa anche in altri Paesi.
Un'applicazione che permette di risalire all'origine ebraica di oltre tremila personalità famose fa polemica in Francia. “Ebreo o non ebreo?” (“Juif ou pas juif?”) è in vendita nell'Apple Store a 79 centesimi. E c'è già chi parla di denunciare Apple.
Il 9 agosto 2011 Apple ha messo in commercio un'applicazione sulla versione francese: “Ebreo o non ebreo?” (“Juif ou pas juif?”). L'app si trova nella sezione “style de vie” e propone, a chi la scarica, di poter rintracciare l'origine ebraica di personaggi famosi della cultura e dello spettacolo, a seconda se sono completamente (da parte di madre) o parzialmente (solo da parte di padre) ebrei. Si possono così scoprire le radici di oltre 3mila personalità pubbliche, al costo di 79 centesimi.
«Lo scopo dell'applicazione è solo quello di divertire. Si prega di non vederci una dimostrazione di una qualche superiorità o, ancora meno, del dominio di una razza su un'altra», si dice nello presentazione.
L'applicazione esiste anche in inglese (Jew or not jew) ma in Francia ha fatto molto più scalpore che altrove. Oltralpe le statistiche etniche sono vietate, così come la schedatura di dati di carattere personale che fanno risalire alle origini etniche o religiose di una persona. Inoltre, il dibattito pubblico sull'antisemitismo e sulla Shoah resta, in Francia, motivo di grandi polemiche e discussioni.
Pascal Riché, sulle colonne di Rue89, ricorda che Cupertino ha rifiutato, in passato, le applicazioni a carattere pornografico nell'Apple store, ma che non ha sollevato nessuna polemica per quanto riguarda "Juif ou pas juif ?". La polemica ricorda un pò quella che ha animato la stampa italiana a inizio 2010 con l'applicazione IMussolini, che è stata a lungo presente nel negozio on-line di Apple, addirittura come immagine di una categoria.
Riché cita anche il famoso blogger e giurista francese, Maitre Eolas che dal suo conto Twitter ricorda che Apple potrebbe “rischiare” 5 anni di prigione per il fatto di aver proposto una sorta di schedatura di dati personali.
L'associazione Sos Racisme annuncia che denuncerà l'editore dell'applicazione, Johann Levy, e intima Apple di ritirarla subito dal commercio; l'Associazione degli studenti ebrei di Francia chiede di incontrare i dirigenti Apple per scrivere una nuova carta etica, mentre il presidente della Lega Internazionale contro il razzismo e l'antisemitismo (Licra) la definisce «pericolosa». Il Crif (Conseil représentatif des institutions juives de France), tramite il suo presidente, fa sapere che «non si può essere a favore della schedatura selvaggia delle appartenenze religiose»
Johann Levy, contattato da Afp, dice di aver creato l'applicazione «con uno scopo innocuo. Io sono sono ebreo. Lo scopo era solo quello di dare agli ebrei un sentimento di orgoglio nel vedere che un personaggio famoso o un uomo d'affari è ebreo». Levy aggiunge di aver usato solamente materiale reperibile anche in rete e che non pensa certo che la sua applicazione possa essere uno strumento per gli antisemiti.
Sicuramente “Juif ou pas juif?” lascia molto a desiderare dal punto di vista del gusto, così come molte applicazioni nello store di Apple. Se viola una legge verrà chiarito in seguito. IMussolini, nonostante l'apologia del Fascismo sia un reato, fu solamente rimossa per un breve periodo, mentre ora si trova in vendita a 79 centesimi, insieme ad altre applicazioni dello stesso tipo che raccontano le gesta del duce o di Hitler. Inoltre, nei giorni successivi alla polemica che scatenò sulla stampa, toccò i mille download al giorno.
Altro caso: nel giugno scorso, su richiesta del Governo israeliano, l'Apple Store ha rimosso un'applicazione, ThirdIntifada. Yuli Edelstei, Ministro dell'Informazione di Israele aveva contattato direttamente l'ex Ceo di Apple, Steve Jobs, lamentandosi del fatto che l'app in questione poteva essere usata per organizzare manifestazioni contro Israele. Apple ha acconsentito dicendo che ThirdIntifada era offensiva rispetto a un gruppo di persone.
Un articolo di Owni ha diffuso un documento degli operatori della telefonia francese che parla di limitazioni all'uso dell'Internet illimitato, che è parte di praticamente tutti i contratti nel Paese. Il Ministro dell'economia digitale, Eric Besson, nega ogni progetto di restrizione.
Un articolo di Owni ha svelato un documento di lavoro che coinvolge diversi operatori della telefonia francese appartenenti alla Fédération française des télécoms (Ftt) che suggerisce l'introduzione di tariffe con un “tetto al consumo” Internet. Tra gli operatori che fanno parte della Ftt ci sono molti dei “grandi” Internet provider francesi, come Orange, Sfr e Bouygues Télécom. Non ne fanno parte invece Free e Numericable.
Il quotidiano Le Parisien ha intervistato, a questo proposito, Yves Le Moël, direttore della Ftt, che ha confermato che uno studio per differenziare le tariffe è stato realizzato, ma riguarderebbe solo i grossi consumatori, mentre l'Internet illimitato resterebbe accessibile a tutti. Il quotidiano Rue89 ha invece interrogato l'operatore Orange (che ha il 47% del mercato francese), che ha confermato che effettivamente è stata iniziata una «riflessione su una segmentazione dell'offerta (Internet), non su una limitazione».
Domenica 21 agosto Eric Besson, Ministro francese dell'Economia digitale, ha diffuso un comunicato stampa (qui ripreso da Le Monde) nel quale dichiara che «il Governo non ha alcuna intenzione di applicare restrizioni all'accesso Internet e, al contrario, lavora sullo sviluppo di un rete a banda larga su tutto il territori nazionale e per tutti i francesi che riguardi sia la telefonia fissa che quella mobile». Ma, aggiunge il Ministro, «il Governo lavora per “inquadrare” l'uso del termine “illimitato” da parte degli operatori, per proteggere i consumatori contro alcuni abusi».
Sempre domenica Yves Le Mouël, questa volta interrogato da France Presse, ha dichiarato che «non è in discussione la fine dell'Internet illimitato sulle linee di telefonia fissa». Solo fissa, appunto. Intanto, come da tradizione, è nato un gruppo Facebook contro la fine dell'Internet illimitato.
Un video comico del catalano Aleix Saló spiega come gli spagnoli sono arrivati alla bancarotta economica e alla bolla immobiliare.
Il video è stato lanciato il 25 maggio scorso ed è già stato visto da milioni di persone: si tratta di un anticipo su un libro a fumetti, Españistán, che uscirà a fine giugno. «L'opera che presento è il frutto del mio interesse per la realtà di questo Paese negli ultimi dieci anni. Una decade, secondo me, che lascerà alla posterità un condensato della meschinità e della bassezza umana della nostra storia recente», ha dichiarato Saló. Il comico catalano ripercorre gli anni del governo Aznar, dello "Spanish Dream" e della corsa alla costruzione che ha portato la Spagna, dal 1999 al 2005, a costruire più case di Francia, Germania e Italia messe insieme.
Il video arriva tre giorni dopo la sconfitta dei socialisti del Partido Socialista Obrero Español (Psoe) alle elezioni amministrative: il Psoe ha perso Barcellona, Madrid, Siviglia e molte altre roccaforti socialiste e la presenza degli "indignados" nelle piazze che chiedevano un voto di protesta.
Da ottobre sono partite 400mila mail di avvertimento ma nessun internauta verrà segnalato ai giudici. Un sondaggio presentato del Ministero della Cultura francese afferma che il 50% di coloro che sono stati segnalati ha smesso di scaricare illegalmente.
Da quando è entrata ufficialmente in vigore, l'Hadopi, la legge che favorisce la diffusione e la protezione della creazione su Internet (Loi favorisant la diffusion et la protection de la création sur Internet), ha fatto partire già 400mila avvertimenti ad altrettanti internauti francesi, afferma il quotidiano francese Le Figaro. Le cifre non sono così altre, visto che lo scopo era inviare 10mila mail al giorno. Per chi non ricordasse come funziona l'Hadopi è spiegato qui. Per ora la legge non è applicata – cioè i nomi degli internauti in questione non verranno trasmessi al giudice – perché tra le persone (poche decine) trovate per la terza volta a reiterare il download illegale nessuna sapeva che stava condividendo file sui quali non aveva il diritto. Lo dice Mireille Imbert Quaretta, il magistrato in carica alla Commissione di protezione dei diritti. «La Commissione di protezione dei diritti si è resa conto che file illegali scaricati anni prima diventano disponibili per la condivisione del momento in cui si lancia un programma di Peer to Peer. La maggior parte di coloro che hanno ricevuto il terzo avvertimento l'hanno avuto perché proponevano senza saperlo file che avevano sul pc», riporta ancora Le Figaro.
Secondo Mireille Imbert Quaretta quello di Hadopi deve essere piuttosto un ruolo pedagogico. E quello sembra funzionare. Un rapporto presentato all'Hadopi a inizio maggio da Frédéric Mitterrand, Ministro della Cultura francese, sostiene che il 50% di coloro che hanno ricevuto un avvertimento da Hadopi (mail o raccomandata) hanno smesso di scaricare illegalmente, il 22% afferma di continuare moderatamente, mentre solo il 2% dice di farlo più di prima. Christine Albanel, Ministro della Cultura prima del voto di Hadopi, affermava che dopo l'entrata in vigore della legge, tra il 70 e l'80% di coloro che sarebbero stati segnalati avrebbero smesso completamente di scaricare. Secondo il sondaggio il 37% dei francesi interrogati dice di scaricare da Internet opere tutelate dal diritto d'autore, per cui si dicono “indifferenti ai controlli”, mentre il 41% degli internauti ha cambiato, dopo Hadopi, le sue abitudini di consumo. Manca la valutazione di quanti, tra questi, sono passati all'utilizzo di siti in streaming. Il 55% afferma di continuare a scaricare, mentre il 38% dice di aver smesso completamente.
Anche il Parlamento belga ha votato il divieto dell'uso del burqa negli spazi pubblici. La legge era già passata un anno fa, ma l'iter non era mai giunto a termine a causa della caduta del Governo di Leterme. Si tratta del secondo Paese europeo, dopo la Francia, ad aver fatto questa scelta.
Il Parlamento belga ha votato, il 28 aprile scorso, il divieto dell'uso del burqa negli spazi pubblici. Solo un voto contrario e due astenuti, dalle file ecologiste. Già l'anno scorso – il 29 aprile 2010 – il Belgio aveva votato questa legge praticamente all'unanimità: la caduta del Governo di Yves Leterme e la lunga crisi che ha attraversato il Paese ha messo la cosa in stand by. Ora il testo è stato riproposto dagli stessi deputati e deve passare al Senato per essere approvato ed entrare in vigore.
Chi critica il provvedimento lo vede come troppo ristretto: contrariamente a quanto prevede la legge francese in Belgio non è prevista un'ammenda per chi obbliga la donna a portare il burqa (se esiste, ndr) e il principio della legge non è, come nel caso francese, l'ordine pubblico. «Il burqa non è un simbolo religioso, ma il simbolo della sottomissione della donna e dell'ineguaglianza di cui è vittima», ha detto André Frédéric (PS).
Ricordiamo che lo scorso 11 aprile in Francia è invece entrata in vigore la legge anti-burqa approvata lo scorso ottobre (e che ha dato una trentina di verbalizzazioni) e che il dibattito ha coinvolto anche la Spagna.
Dall'undici aprile scorso in Francia è entrata in vigore le legge anti-burqa approvata nello scorso ottobre. Al momento sono state verbalizzate 27 o 28 donne.
Claude Guéant, il Ministro degli Interni francese, sui canali di RTL si è felicitato, mercoledì 4 maggio, dell'efficacia della legge anti-burqa. La legge è entrata in vigore l'11 aprile scorso e fa della Francia il primo Paese europeo ad aver vietato questo capo in tutti gli spazi pubblici, pena una multa di 150 euro e/o uno stage di cittadinanza. «In molti avevano espresso dei timori in proposito (sulla legge, ndr). Ma ci sono state 27 o 28 verbalizzazioni e tutto è avvenuto senza alcun problema», ha dichiarato il Ministro. Le legge era stata votata nell'ottobre scorso, mentre nel Paese il contesto politico e culturale rispetto all'Islam si sta inasprendo.
Il settimanale francese Nouvel Observateur ha diffuso la circolare della polizia che spiega ai militari come comportarsi nell'applicazione della nuova legge. Prima di tutto si sconsigliano gli «eccessi di zelo», che significa utilizzare tatto e dialogo e non forzare la donna a togliersi il velo. Il testo mette in evidenza, secondo il settimanale, quanto per la polizia un testo del genere sia difficilmente applicabile.
Per quanto riguarda gli episodi di violenza, al momento il Ccif (Collectif contre l'Islamophobie en France) ha registrato un solo episodio. Il 16 aprile scorso una donna con il niqab – quindi un velo che lascia scoperto il volto – è stata aggredita nella periferia parigina da tre persone – due uomini e una donna – che hanno cercato di strapparle il copricapo.
Lunedì 11 aprile a grande maggioranza l'Alta istanza per la Realizzazione degli obiettivi della Rivoluzione in Tunisia ha adottato la parità-uomo donna nella composizione delle liste elettorali. Un altro primato della Tunisia nei confronti degli altri Paesi del Maghreb. Ma il decreto non passa senza polemiche.
Lunedì 11 aprile i membri della Haute Instance pour la réalisation des objectifs de la révolution, de la réforme politique et de la transition démocratique (Alta istanza per la realizzazione degli obiettivi della Rivoluzione, della Riforma politica e della transizione democratica), presieduta da Yadh Ben Achour, hanno adottato la parità uomo-donna per le elezioni dell'Assemblea Costituente del 24 luglio. L'emendamento all'articolo 16 del decreto legislativo sull'elezione della Costituente, benché dopo un lungo dibattito, è stato adottato a grande maggioranza e accolto dagli applausi. Cosa cambia? Nella presentazione delle candidatura si dovrà tener conto della parità uomo-donna e le liste stesse dovranno essere composte secondo il principio dell'alternanza, pena la cancellazione. Quella dell'11 aprile è anche una vittoria per il Groupe d’appui à la parité, coordinato da Faïza Zouaoui Skrandani, scrittrice e militante tunisina che ha pubblicato il Manifesto della Parità sulla sua pagina Facebook: «La società tunisina è composta al 50% di persone di sesso femminile. Oggi le donne sono la maggioranza in molti settori: magistratura, insegnamento, medicina... Benché esse siano eleggibili dal 1957 siamo di fronte a un paradosso tra le potenzialità reali delle donne e la loro rappresentanza nei luoghi dove si prendono le decisioni politiche, sociali, economiche e culturali. La percentuale di rappresentanza arriva appena al 10%».
Questa norma non è da confondere con il diritto di voto alle donne, istituito nel Paese nel 1957 con il Code du statut personnel (Csp) che Bourguiba promulgò dopo l'indipendenza del Paese. Si trattò per l'epoca, e resta valido tutt'ora, di uno dei codici di famiglia più avanzati della regione: il Csp aboliva la poligamia, istituiva il divorzio legale e rendeva il matrimonio legale solo con il mutuo consenso dei due sposi. Negli anni Ottanta, tuttavia, il codice si è scontrato con la mentalità conservatrice e resta, per questo motivo, un tentativo non veramente arrivato a termine, soprattutto perché non tocca la questione dell'eredità, che è il grande problema non solo della Tunisia, ma di tutto il Maghreb, e il grande ostacolo all'emancipazione della donna. Perché? Perché il controllo dell'eredità significa, semplicemente, indipendenza.
Le polemiche sulla parità
Dopo il voto della Haute Instance pour la réalisation des objectifs de la révolution sono iniziate le polemiche. La parità è veramente un vantaggio? È già uscita la notizia secondo la quale in alcune regioni non ci saranno sufficienti donne per presentare le liste elettorali, che la legge è troppo avanti rispetto alla mentalità della Tunisia. Per questi motivi in molti, compreso il Primo Ministro, Béji Caïd Essebsi, hanno proposto di abbassare dal 50 al 30% la soglia della legge, cosa che da molti (e soprattutto molte) è considerato inaccettabile. «Dopo l'annuncio del voto del 11 aprile si è realizzata di nuovo una prima mondiale in questo piccolo Paese che è la Tunisia. E subito rieccoci tornare indietro. All'improvviso si sa che in alcune regioni le liste rischiano di essere annullate a causa di un numero insufficiente di donne. Vorrei che mi si chiarisse quali sono queste regioni. Le donne sono state consultate? Nessuno sa ora chi si presenterà, a meno che i partiti, avendo già contato il numero di donne che intendevano presentare, non si siano sentiti in pericolo. E già si parla di abbassare la percentuale dal 50 al 30%. Si tratta per caso di una manovra per confondere le acque? Si cerca di rivedere alcuni articoli del decreto legge quando, in realtà, lo scopo è rivedere l'articolo 15 che esclude le persone che avevano posti di responsabilità nel Rcd (il Partito di Ben Alì, ndr)?», dice Leila Baccouche, del gruppo di sostegno alla democrazia paritaria, Associazione Association Moussawat Wa Tanassof. Baccouche solleva questa polemica per un motivo preciso: lo stesso decreto contiene diverse disposizioni: il finanziamento ai partiti, la parità uomo-donna e l'esclusione, appunto, del personale politico che era parte del Governo di Ben Ali e i responsabili dell'ex- Rdc (Rassemblement Constitutionnel Démocratique).
Una prossima riunione del Consiglio dei Ministri discuterà di tutto questo venerdì 22 aprile prossimo.
A una donna di religione islamica è stato vietato l'ingresso in una scuola francese, basandosi sulla legge, non ancora in vigore, che vieta il burqa negli spazi pubblici. La donna indossava però un hijab, il velo che lascia scoperto il volto.
Lunedì 5 aprile al liceo di Poussan, nella Linguadoca-Rossiglione, nel Sud Est della Francia, la madre di uno degli allievi, Fatima Ouhamma, 38 anni, si è vista vietare l'entrata nello stabilimento per un incontro genitori-professori. La donna, che porta il velo – con il volto scoperto – aveva già partecipato, in passato, a riunioni di questo tipo. Il personale all'entrata ha motivato il divieto rifacendosi alle legge dell'11 ottobre 2010, che però entrerà in vigore solamente l'11 aprile 2011.
Si tratta della legge che vieta – primo Paese in Europa – l'uso del burqa in tutti i luoghi pubblici in Francia: trasporti, ristoranti, cinema, teatri, parchi, stazioni, musei, ospedali, biblioteche, stadi, palestre. Si potrà usare al volante, nelle camere d'hotel, in casa, negli stabilimenti privati, ad esclusione dei luoghi dove c'è contatto con il pubblico. Per la direzione del liceo si tratta di un incidente definito "banale". Il personale della scuola ha proposto alla donna di passare da una porta indipendente situata dietro il liceo, per evitare di attraversare la corte in modo, così, da non essere vista dagli studenti. La notizia è stata diffusa dall'Osservatorio contro l'Islamofobia in Francia. Di poche settimane prima la notizia di un problema "simile" in un liceo della periferia parigina.
Proprio martedì 6 aprile si è tenuto, a Parigi, il dibattito su "Islam e Laicità" voluto dal Governo Sarkozy che ha scatenato diverse polemiche.
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