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foto: loungerie/Flickr
Il Free Enterprise Group, un gruppo di deputati conservatori, chiede al  governo inglese ad usare la crisi dell'euro per liberare la Gran Bretagna dalle leggi di Bruxelles sfruttando la situazione della Grecia. 

George Osborne, Cancelliere dello Scacchiere Britannico (o Ministro delle Finanze) secondo il sito conservatore  ConservativeHome.co.uk è più prossimo ad ascoltare i consigli del  Free Enterprise Group (Feg) rispetto a quelli del Fondo Monetario Internazionale. 

Chi è il Feg? Si tratta di un gruppo di 39 deputati inglesi che lo scorso 25 maggio hanno pubblicato un Piano “E” secondo il quale sta per arrivare  l’Eurogeddon, ovvero l'uscita della Grecia dall'Euro. Bisogna essere padroni del proprio destino, dicono dal Feg e, per questo, non aspettare Bruxelles e la sua lentezza. 
Il Feg si è formato lo scorso ottobre ed uno dei tanti gruppi conservatori che sono a  Westminster. Il gruppo si dice difensore del «vero capitalismo» e delle libertà economiche.Per fare uscire la Gran Bretagna dalla recessione il Feg ha delle soluzioni radicali e poco vicine a quelle di Bruxelles. Propone di congelare gli aiuti sociali per tre anni, ad esempio.
 
In un editoriale scritto per il Daily Mail, Kwasi Kwarteng, membro del Feg, racconta che in questo modo si potrebbero risparmiare 7 milioni di sterline. Per quanto riguarda il lavoro il Feg chiede anche più flessibilità con  i “low-paid flexi jobs”, ossia impieghi da 10 mila sterline l'anno con condizioni molto vantaggiose per quanto riguarda il licenziamento. Altra cosa che per Kwasi Kwarteng andrebbe eliminata? Le direttive europee sugli orari di lavoro, che costano 3,6 miliardi di sterline all'anno. 

In realtà la grande flessibilità che il Feg chiede non è nuova in Gran Bretagna, che da sempre scalpita rispetto alle direttive europee. Quello che oggi è cambiato è che la Grecia potrebbe cedere e così il 45% delle esportazioni inglesi. 

Per cui, secondo  Kwarteng, se la Grecia esce dell'euro l'Inghilterra avrebbe tutto il diritto di non ascoltare Bruxelles anzi: «Un crollo della zona euro sarebbe un'ottima opportunità per diventare più competitivi (…) per rimettere in sesto le finanze e per avere nuova prosperità», aggiunge Kwarteng. 

E comunque se il Primo Ministro inglese non smette di ripetere che il Regno Unito ha tutto l'interesse a restare nella zona euro, resta il fatto che la Gran Bretagna fa pressioni per cambiare le condizioni con le quali ci si sta dentro. Per Cameron le elezioni greche sono decisive: «C'è una scelta da fare. O si resta nell'euro e ci si impegna per rispettarne le condizioni, o se ne esce». 

Marie Billon
per Europa451

 
 
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Foto: .chiara.mente./Flick
L'artista spagnolo Javier Krahe è a processo per un film di 54 secondi realizzato nel 1978 dove cucina un Cristo al forno, sulla base di una legge del Codice Penale spagnolo che punisce i delitti contro il sentimento religioso. 

Javier Krahe è un artista spagnolo, cantautore e regista. Oggi è a processo per un video dove mostra come cucinare Cristo. Si tratta di un video ironico – della durata di 54 secondi –  che Krahe ha realizzato nel 1978 e che è stato trasmesso per la prima volta nel 2004. 

In questo video, realizzato in super8 con un tono da trasmissione da cucina, si vedono le mani di una donna che preparano un Cristo da cucinare al forno con burro e erbe aromatiche. Il Cristo deve cuocere per tre giorni, dopodiché esce da solo dal forno. 

Krahe è stato citato in giudizio dal Centro di Studi Giuridici Tommaso Moro, che si è appellato all'articolo 525  del Codice Penale Spagnolo, che punisce i delitti contro il sentimento religioso. Si tratta di una articolo che non è mai stato applicato in Spagna.

Cosa rischia Krahe? Un anno di prigione e una multa di 192mila euro, 72mila, invece, per Montserrat Fernández Villa, produttrice del programma che ha diffuso il video. 

Europa451
 
 
Una pubblicità di Coca Cola Spagna dedicato al Campionato europeo Uefa Euro 2012 ha fatto molto parlare di sé in Polonia, perché riprende un cliché noto in Spagna e non solo: quello dell'idraulico polacco. 

In occasione del campionato europeo di calcio 2012, o UEFA EURO 2012 (che si terrà in Polonia e Ucraina), Coca Cola ha lanciato un concorso in Spagna: i vincitori avranno in premio un viaggio che permetterà loro di partire con la squadra spagnola per le gare che si terranno in Polonia. Questo concorso è sostenuto da un spot che ci mostra Jacek, operaio polacco che lavora in Spagna e che spera di vincere per poter tornare a casa dalla famiglia, che non vede da cinque anni.  
Qui sotto il video: Jacek tenta la sorte con la sua bottiglia, ma non vince. Gli avventori del bar, vista la sua delusione, gli offrono la loro bottiglia di Coca Cola per tentare la sorte. 
La pubblicità ha fatto molto discutere la comunità polacca in Spagna e i polacchi di Polonia: qualcuno dice che la pubblicità è patetica, che mostra un polacco che non è nemmeno capace di pagarsi un viaggio casa; altri lo definiscono “stupido”. 
In Polonia la discussione è sulla “Gazeta Wyborcza”, il più grande giornale del Paese: che dedica allo spot di Coca Cola un editoriale, accusando la pubblicità di dare una «rappresentazione primitiva» degli immigrati polacchi in Spagna. 

È seguita la reazione di Ryszard Schnepf, ambasciatore polacco a Madrid, che ha invece sostenuto che «lo spot non è un attacco all'immagine dei polacchi in Spagna» e, continua «all'ambasciata abbiamo fatto una valutazione dello spot e sì, siamo d'accordo sul fatto che contiene semplificazioni, ma il messaggio in generale è positivo». Secondo  Schnepf la pubblicità rappresenta un lavoratore curato, pulito, che parla molto bene lo spagnolo e che è rispettato dalle persone che gli stanno intorno. Inoltre, continua Schnepf alla radio polacca, «Jacek viene rappresentato come un uomo attaccato alla sua famiglia e al suo Paese, valori questi molto rispettati in Spagna». 


Anna Zelno si occupa di comunicazione interculturale. È polacca e ha vissuto per cinque anni a Valenzia. Contattata da Europa451 si è detta d'accordo con l'ambasciatore polacco: «Nello spot non c'è stereotipo negativo. Si tratta di un uomo gentile e simpatico che ama la famiglia». Al contrario Anna è critica nei confronti dei suoi compatrioti: «Quello che mi sembra di vedere in queste reazioni è una sorta di complesso di inferiorità, di “vittimismo polacco”. Credo che continuiamo a vedere quello che siamo abituati a vedere. Vero è che l'opinione pubblica polacca ha avuto, di recente, motivi per indignarsi, come nel caso delle dichiarazioni anti-polacche di Geert Wilders». 
Il leader del PVV (Partito per la Libertà) è infatti stato recentemente condannato da una risoluzione del Parlamento europeo per aver pubblicato dichiarazioni contro i polacchi (e i lavorati dell'Europa dell'Est) sul sito Internet del suo partito. 

Sergio Marx
Europa451

Ndt: “L'idraulico polacco” è una di stereotipo che in Spagna data dal fatto che per molti anni gli immigrati spagnoli si sono dedicati a questo lavoro; così come in Francia – e specialmente a Parigi – si parla del “portiere portoghese”, perché molti portoghesi hanno fatto questo mestiere una volta immigrati. 
 
 
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Foto: Birgerking/Flickr
Le foto pubblicate sul profilo Facebook di Melissa Bassi, 16 anni, morta durante l'esplosione di Brindisi, sono state riprese da quasi tutti i maggiori giornali italiani. Si tratta di un uso legittimo, sul piano giuridico? Intervista a Guido Scorza.

Il terribile attentato che si è consumato a Brindisi sabato 19 maggio, davanti all'istituto professionale "Morvillo-Falcone" oltre a grandi questioni civili e politiche ha anche amplificato domande e dubbi che già da un pò in molti hanno rispetto all'uso di immagini pubblicate sui social-network da parte dei media.
I maggiori quotidiani italiani alla notizia della morte di Melissa Bassi, 16 anni, non hanno esitato a pubblicare gallery che riprendevano le foto della giovane dal suo profilo Facebook. È il caso di Repubblica che però ha scelto di oscurare gli occhi della giovane e delle amiche; è il caso de La Stampa, che ha usato una foto di Melissa così come appare sul suo profilo Facebook; è il caso anche del Corriere della Sera o di QN e, anche, di Globalist. In generale l'immagine di Melissa viene usata, anche solo per illustrare il pezzo. Altri esempi qui: Il Messaggero e il Mattino, il Giornale e Libero. Non lo fanno il Sole24Ore, l'Unità, il Post e Linkiesta. (L'elenco non vuole essere né esaustivo, né accusatorio).

La foto utilizzata più spesso è una "cover foto" della giovane. Il profilo di Melissa, infatti, è "chiuso": la ragazza aveva bloccato la diffusione dei suoi album ai non amici. Le "cover foto", invece, restano visibile nella nuova timeline di Facebook, diversamente da quanto avviene per gli album.

A questo proposito anche il Garante della Privacy ha fatto sapere, sabato 19 marzo in serata, che  occorre «il più rigoroso rispetto per le persone, tanto più se minori», invitando i media ad astenersi dal pubblicare immagini dei ragazzi coinvolti, soprattutto, «nell'utilizzare foto messe in rete dagli stessi ragazzi per condividere momenti della loro vita».

Sulla questione abbiamo fatto qualche domanda a Guido Scorza, avvocato e dottore di ricerca in Informatica giuridica e Diritto delle nuove tecnologie e docente in diversi atenei. Il suo blog è qui.

Un giornale o può prendere foto da Facebook e ripubblicarle?  
«Difficile dare una risposta valida per tutte le stagioni. In linea di principio no. Ogni immagine è coperta - o almeno può essere coperta - dai diritti d'autore che competono al fotografo o all'utente che l'ha scattata. Inoltre se la foto ritrae una o più persone, l'immagine contiene altresì dati personali dei soggetti che vi sono ritratti. Infine c'è da considerare il diritto all'immagine dei medesimi soggetti ritratti.
Un insieme di diritti, dunque, su ogni immagine pubblicata. I titolari dei diritto d'autore e di quello alla privacy sono, almeno di norma, in condizione di stabilire chi e per quali finalità può utilizzare le immagini, fornendo indicazioni in tal senso, direttamente online e/o eventualmente chiarendo uno speciale regime di licenza. La mera pubblicazione di immagini in un profilo non consente di presumere nessuna volontà di libero utilizzo. Tali principi di carattere generale soffrono, naturalmente, talune eccezioni tra le quali la libera utilizzazione delle immagini per ragioni di cronaca. A tal fine è, ovviamente, necessario che la finalità informativa sussista effettivamente».

Se si tratta di foto di minori cosa si può aggiungere?
«Vale quanto detto sopra salvo che si tratti di immagini di minori, ipotesi nelle quali le immagini non sono pubblicabili e se pubblicate devono contenere il mascheramento del loro volto».

Per la ripresa della foto non ci vuole il consenso dei genitori almeno?
« Siamo di fronte a scelte di opportunità. In linea di principio quelle immagini non dovevano essere diffuse salvo che la loro diffusione non risultasse indispensabile per finalità di cronaca il che, sfortunatamente, non mi sembra fosse sostenibile. Quella di prendere foto dai social network e sbatterle in copertina è purtroppo una tentazione alla quale in pochi sanno resistere».

Quindi ogni volta che pubblichiamo su Facebook delle foto, c’è il rischio che diventino di uso pubblico se scatta l'interesse giornalistico?
«Diventano utilizzabili per finalità giornalistiche qualora ricorrano finalità informative,  ma mai di dominio pubblico».

Francesca Barca
Europa451




 
 
Il sociologo francese Gilles Kepel e la sua equipe sono tornati in due banlieue difficili di Parigi – le stesse dei disordini del 2005 – per vedere che ruolo gioca qui l'Islam nella costruzione comunitaria e identitaria. Oggi la promessa della République non si realizza. 

L'Istituto Montaigne ha da poco pubblicato una ricerca, diretta dal sociologo Gilles Kepel, che mette in relazione il rapporto tra società, politica, religione in due banlieue parigine particolarmente significative, perché al cuore dei disordini del 2005: Clichy-sous-­Bois et Montfermeil.

L'inchiesta, a differenza della precedente (Les banlieues de l’islam, Seuil) fatta da Kepel e dalla sua equipe, si concentra su un agglomerato – considerato in tutti i sensi del termine – dove l'Islam gioca un ruolo importante, ma dove viene sovrapposto ad altri temi: la città, l'educazione, il lavoro, la sicurezza, la politica e la religione.

L'inchiesta si chiama “Banlieue de la République” (che è anche un sito Internet pieno di materiali) ed è stata realizzata da Kepel e da cinque ricercatori che sono stati nei quartieri in questione, passando tempo con la gente, nelle case, nei trasporti pubblici, nelle scuole e nelle cité. «La nostra scommessa è stata quella di contribuire a rendere comprensibile, osservando il quotidiano, come si realizza – o meno – la promessa repubblicana», dice Kepel nell'introduzione al rapporto. L'inchiesta è stata realizzata intervistando 100 persone (oltre mille pagine di trascrizione) sopratutto in francese, ma anche in arabo, turco, cambogiano, inglese, peulh e soninké. Due terzi degli intervistati hanno affermato di essere di religione mussulmana, un terzo si sono detti cristiani, buddisti, israeliti o atei.

«Clichy-Montfermeil è diventata famosa per gli eventi dell'autunno del 2005, le cui ragioni – nonostante i racconti della stampa – in parte restano misteriose. Questi moti, a parte la loro dimensione spettacolare, hanno colpito nelle fondamenta il racconto che fonda la Francia moderna, implicitamente condiviso, secondo il quel la nazione sarebbe stata sempre capace di integrare, qualunque fossero i problemi sociali, culturali o etnici, tutti coloro che arrivavano per rimanere e, ancora di più, i loro figli, nati sul suolo della nuova patria, educati nelle scuole della République e quindi imbevuti devi valori comuni loro inculcati», spiega Kepel.

La differenza con i moti del 2005-2006
I lavori che sono stati fatti dopo il 2005 hanno teso a dimostrare come questi giovani che bruciavano le automobili non stessero facendo altro che gridare la loro apparenza alla nazione francese che li rifiutava. I sondaggi pubblicati in seguito mostravano come la propensione di questi mussulmani, per esempio al matrimonio misto, o all'apertura verso gli ebrei, fossero un segno che il percorso di integrazione stava funzionando.
La nuova inchiesta a Clichy-Montfermeil invece mette in dubbio questo assunto. Si osserva infatti una logica di costruzione comunitaria intorno all'Islam che, se da un lato si allontanano dalla società francese, dall'altro va verso i suoi valori, ma sempre contrastati dalla avversità sociali.

Tra questi due poli, dice Kepel, si evidenzia una vasta gamma di attitudini di persone che cercano di negoziare la loro situazione, in funzione delle risorse culturali e materiali che hanno: alcuni formulano delle esigenze identitarie nel linguaggio dell'halal, altri sottolineando un'agenda politica “islamica”, altri si muovono in ambito laico e associativo per lavorare sul degrado ambientale, sull'accesso all'impiego e sulla formazione.

Queste due banlieue sono esplicative di una realtà ma, allo stesso tempo in controtendenza rispetto al resto della Francia: qui la maggioranza si dice contraria al matrimonio con un non-mussulmano, mentre nel resto della Francia è l'opposto; qui quasi tutti gli uomini intervistati dicono di andare regolarmente in moschea, mentre nel resto della Francia si arriva a un terzo.

Cos'hanno di particolare queste banlieue? La maggior parte della popolazione qui è mussulmana, il comune è chiuso da un quasi deserto di trasporti pubblici, la disoccupazione raggiunge dei tassi record e l'influenza dei predicatori è forte fin dagli anni Ottanta.

Un'altra cosa molto cambiata rispetto all'inchiesta del 1985, oltre al fatto che sono molti di più i cittadini francesi di confessione mussulmana, è l'ubiquità dell'halal presso questa popolazione. L'halal è diventato uno spettro molto più vasto che il solo cibo, arrivando a definire in maniera molto ampia cosa è lecito e cosa è illecito. Khadidja, una madre di origine marocchina, dice: «L'halal è non far entrare cose rubate in casa. L'halal è far capire ai propri figli che devono essere onesti. L'halal è non mettere insieme denaro guadagnato lavorando e danaro sporco. Questo è l'halal. L'halal è essere fedeli al proprio marito, ai propri figli, ai propri amici. È molto vasto...».

A scuola, per esempio, si è rilevato che la mensa, un momento che unisce insegnamento e socializzazione, oggi ha un tasso di frequenza molto basso. Viene addotto il motivo economico (è meno caro preparare un pasto in casa) ma spesso viene accompagnato da motivazioni culturali -la mensa non offre pasti halal- e che si traduce in ragazzini che mangiano “panini halal” negli androni delle cité. A questo si aggiunge il fatto che la legge sui segni religiosi nei luoghi pubblici– accettata ma non capita – non è accompagnata dalle altre norme previste, come il rispetto delle feste non cristiane o lo studio delle lingue di origine.

E se l'halal è una marca comunitaria, lo è sopratutto come specchio del Kasher. «Lungo l'inchiesta gli ebrei appaiono come una minoranza che ha saputo imporre la sua specificità, dalla quale ottiene la potenza, la paura e il rispetto che genera, nonostante il piccolo numero», dice Kepel.

Qualche cifra dal rapporto: 
tasso di disoccupazione: 

Clichy-sous-Bois: 22,7 % 

Montfermeil: 17,5 % 

Ile de France (regione parigina): 11 %


Percentuale di famiglie che non raggiungono il reddito minimo imponibile: 

Clichy-sous-Bois: 61,30 %

Montfermeil: 45,40 % 
Ile de France: 33,60 % 
Percentuale di popolazione di nazionalità straniera
:
Clichy-sous-Bois: 33 %

Montfermeil: 20 %   

Ile de France: 12,4 % 
Percentuale di minori con almeno un genitore nato all'estero: 

Clichy-sous-Bois: 76 %

Montfermeil: 50 %   

Ile de France: 16,9 %
(Qui è possibile scaricare tutta l'inchiesta in Pdf)

Francesca Barca
Europa451

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Opinione. Il movimento degli “indignati” si è fatto sentire in diversi Paesi europei (e non solo) in questo 2011 spaccato dalla crisi economica. In Germania non ci sono state proteste del genere ma un partito, quello Pirata, ha portato al Parlamento di Berlino – dove è arrivato con l'8,9 dei voti – istanze molto simili. 

Gli “indignati” si sono fatti sentire in diversi paesi europei, ma non in Germania. Qui però c'è un partito che porta avanti diverse rivendicazioni, e con successo. Si tratta del Partito Pirata, che è appena entrato nel Parlamento di Berlino con l'8,9% dei voti e 15 seggi. Il Partito Pirata è nato in Svezia nel 2006 dopo una battaglia sul diritto d'autore. Il Piratpartiet svedese ha poi prodotto, negli anni, “imitazioni” in una ventina di Paesi.

La Germania, prima potenza economica europea, ha un tasso di disoccupazione del 7%. In molti la guardano come un esempio da seguire o come una società che “funziona”, messa in antitesi rispetto ai paesi – come la Grecia, il Portogallo e ultimamente, l'Italia – coperti di debiti. Ma le disuguaglianze crescono, comunque, sull'altare della competitività. La principale ragione è legata alle esportazioni, che sono uno dei capisaldi del sistema tedesco, sostenute da una politica salariale regressiva dalla metà degli anni Novanta. Quindi i motivi per indignarsi ci sono. 

I Pirati lo hanno capito bene e si sono impegnati in una battaglia per lo stipendio minimo in tutti i settori, così come gli indignati greci hanno manifestato conto la disoccupazione. 

Come gli indignati spagnoli di “¡Democracia real YA!” i Pirati tedeschi vogliono una democrazia partecipativa e, soprattutto, trasparente, dove i cittadini possano essere informati, a tutti i livelli. Hanno già condotto, per esempio, a fianco della società civile, una campagna per un referendum di iniziative popolari sui contratti di privatizzazione della compagnia che gestisce l'acqua a Berlino. Grazie a questa campagna uscirono le informazioni sui dividenti – assolutamente sproporzionati – di questi contratti. 

Il Partito Pirata ha alzato la voce anche contro le collusioni tra economia e politica – quello che altrove chiamiamo “conflitto di interessi”, ndr – e contro la corruzione, che è un tema che ha cavalcato la protesta degli “indignati” in tutta Europa. E avanzano anche richieste dal suono “sociale” come trasporti pubblici gratuiti e il diritto alla casa per tutti. 

Praticano anche una forma di onestà intellettuale ormai sconosciuta nei “partiti tradizionali” e che gli “indignati” vorrebbero vedere invece nella politica. Durante la campagna elettorale a Berlino il candidato per il partito pirata ha dichiarato candidamente di non essere abbastanza informato su alcuni punti, cosa che normalmente i politici tradizionali non fanno. 

Al di là dei temi “fondanti” come il diritto d'autore e la Neutralità della Rete, il Partito Pirata si impegna, come gli “indignati”, per far emergere una vera democrazia, più partecipativa, più vicina ai cittadini. 
Questo fondo comune si ritrova difeso in diversi modi, a seconda dei paesi: in Grecia o in Spagna ha una forma, mentre in Germania, dove si è abituati all'istituzionalizzazione, un'altra. È da vedere, ovviamente, se i Pirati riusciranno a concretizzare, dal punto di vista parlamentare, le loro rivendicazioni. E se questo partito potrà emergere in maniera significativa anche in altri Paesi. 
 
Sergio Marx
Europa451

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Dall'Apple Store.
Un'applicazione che permette di risalire all'origine ebraica di oltre tremila personalità famose fa polemica in Francia. “Ebreo o non ebreo?” (“Juif ou pas juif?”) è in vendita nell'Apple Store a 79 centesimi. E c'è già chi parla di denunciare Apple. 

Il 9 agosto 2011 Apple ha messo in commercio un'applicazione sulla versione francese: “Ebreo o non ebreo?” (“Juif ou pas juif?”). L'app si trova nella sezione “style de vie” e propone, a chi la scarica, di poter rintracciare l'origine ebraica di personaggi famosi della cultura e dello spettacolo, a seconda se sono completamente (da parte di madre) o parzialmente (solo da parte di padre) ebrei. Si possono così scoprire le radici di oltre 3mila personalità pubbliche, al costo di 79 centesimi. 

«Lo scopo dell'applicazione è solo quello di divertire. Si prega di non vederci una dimostrazione di una qualche superiorità o, ancora meno, del dominio di una razza su un'altra», si dice nello presentazione. 

L'applicazione esiste anche in inglese (Jew or not jew) ma in Francia ha fatto molto più scalpore che altrove. Oltralpe le statistiche etniche sono vietate, così come  la schedatura di dati di carattere personale che fanno risalire alle origini etniche o religiose di una persona. Inoltre, il dibattito pubblico sull'antisemitismo e sulla Shoah resta, in Francia, motivo di grandi polemiche e discussioni. 

Pascal Riché, sulle colonne di Rue89, ricorda che Cupertino ha rifiutato, in passato, le applicazioni a carattere pornografico nell'Apple store, ma che non ha sollevato nessuna polemica per quanto riguarda "Juif ou pas juif ?". 
La polemica ricorda un pò quella che ha animato la stampa italiana a inizio 2010 con l'applicazione IMussolini, che è stata a lungo presente nel negozio on-line di Apple, addirittura come immagine di una categoria. 

Riché cita anche il famoso blogger e giurista francese, Maitre Eolas che dal suo conto Twitter ricorda che Apple potrebbe “rischiare” 5 anni di prigione per il fatto di aver proposto una sorta di schedatura di dati personali. 
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Foto: itunes.apple.com/fr/app/juif-ou-pas-juif/id446751873?mt=8
L'associazione Sos Racisme annuncia che denuncerà l'editore dell'applicazione, Johann Levy, e intima Apple di ritirarla subito dal commercio; l'Associazione degli studenti ebrei di Francia chiede di incontrare i dirigenti Apple per scrivere una nuova carta etica, mentre il presidente della Lega Internazionale contro il razzismo e l'antisemitismo (Licra) la definisce «pericolosa». Il Crif (Conseil représentatif des institutions juives de France), tramite il suo presidente, fa sapere che «non si può essere a favore della schedatura selvaggia delle appartenenze religiose»

Johann Levy, contattato da Afp, dice di aver creato l'applicazione «con uno scopo innocuo. Io sono sono ebreo. Lo scopo era solo quello di dare agli ebrei un sentimento di orgoglio nel vedere che un personaggio famoso o un uomo d'affari è ebreo». Levy aggiunge di aver usato solamente materiale reperibile anche in rete e che non pensa certo che la sua applicazione possa essere uno strumento per gli antisemiti. 

Sicuramente “Juif ou pas juif?” lascia molto a desiderare dal punto di vista del gusto, così come molte applicazioni nello store di Apple. Se viola una legge verrà chiarito in seguito. IMussolini, nonostante l'apologia del Fascismo sia un reato, fu solamente rimossa per un breve periodo, mentre ora si trova in vendita a 79 centesimi, insieme ad altre applicazioni dello stesso tipo che raccontano le gesta del duce o di Hitler. Inoltre, nei giorni successivi alla polemica che scatenò sulla stampa, toccò i mille download al giorno. 

Altro caso: nel giugno scorso, su richiesta del Governo israeliano, l'Apple Store ha rimosso un'applicazione, ThirdIntifada. Yuli Edelstei, Ministro dell'Informazione di Israele aveva contattato direttamente l'ex Ceo di Apple, Steve Jobs, lamentandosi del fatto che l'app in questione poteva essere usata per organizzare manifestazioni contro Israele. Apple ha acconsentito dicendo che ThirdIntifada era offensiva rispetto a un gruppo di persone. 

Francesca Barca
Europa451
 
 
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Foto: Itselea/Flickr
Un articolo di Owni ha diffuso un documento degli operatori della telefonia francese che parla di limitazioni all'uso dell'Internet illimitato, che è parte di praticamente tutti i contratti nel Paese. Il Ministro dell'economia digitale, Eric Besson, nega ogni progetto di restrizione. 

Un articolo di Owni ha svelato un documento di lavoro che coinvolge diversi operatori della telefonia francese appartenenti alla Fédération française des télécoms (Ftt) che suggerisce l'introduzione di tariffe con un “tetto al consumo” Internet. Tra gli operatori che fanno parte della Ftt ci sono molti dei “grandi” Internet provider francesi, come Orange, Sfr e Bouygues Télécom. Non ne fanno parte invece Free e Numericable. 

Il quotidiano Le Parisien ha intervistato, a questo proposito, Yves Le Moël, direttore della Ftt, che ha confermato che uno studio per differenziare le tariffe è stato realizzato, ma riguarderebbe solo i grossi consumatori, mentre l'Internet illimitato resterebbe accessibile a tutti. Il quotidiano Rue89 ha invece interrogato l'operatore Orange (che ha il 47% del mercato francese), che ha confermato che effettivamente è stata iniziata una «riflessione su una segmentazione dell'offerta (Internet), non su una limitazione».
 
Domenica 21 agosto Eric Besson, Ministro francese dell'Economia digitale, ha diffuso un comunicato stampa (qui ripreso da Le Monde) nel quale dichiara che «il Governo non ha alcuna intenzione di applicare restrizioni all'accesso Internet e, al contrario, lavora sullo sviluppo di un rete a banda larga su tutto il territori nazionale e per tutti i francesi che riguardi sia la telefonia fissa che quella mobile». Ma, aggiunge il Ministro, «il Governo lavora per “inquadrare” l'uso del termine “illimitato” da parte degli operatori, per proteggere i consumatori contro alcuni abusi». 

Sempre domenica Yves Le Mouël, questa volta interrogato da France Presse, ha dichiarato che «non è in discussione la fine dell'Internet illimitato sulle linee di telefonia fissa». Solo fissa, appunto. Intanto, come da tradizione, è nato un gruppo Facebook contro la fine dell'Internet illimitato. 

Francesca Barca
Europa451


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Foto: La copertina del libro (www.aleixsalo.com)
Un video comico del catalano Aleix Saló spiega come gli spagnoli sono arrivati alla bancarotta economica e alla bolla immobiliare. 

Il video è stato lanciato il 25 maggio scorso ed è già stato visto da milioni di persone: si tratta di un anticipo su un libro a fumetti, Españistán, che uscirà a fine giugno. 
«L'opera che presento è il frutto del mio interesse per la realtà di questo Paese negli ultimi dieci anni. Una decade, secondo me, che lascerà alla posterità un condensato della meschinità e della bassezza umana della nostra storia recente», ha dichiarato Saló. 
Il comico catalano ripercorre gli anni del governo Aznar, dello "Spanish Dream" e della corsa alla costruzione che ha portato la Spagna, dal 1999 al 2005, a costruire più case di Francia, Germania e Italia messe insieme. 

Il video arriva tre giorni dopo la sconfitta dei socialisti del Partido Socialista Obrero Español (Psoe) alle elezioni amministrative: il Psoe ha perso Barcellona, Madrid, Siviglia e molte altre roccaforti socialiste e la presenza degli "indignados" nelle piazze che chiedevano un voto di protesta. 

Qui il sito di Aleix Saló. 

Europa451

 
 
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Foto: azerothl/Flickr
Da ottobre sono partite 400mila mail di avvertimento ma nessun internauta verrà segnalato ai giudici. Un sondaggio presentato del Ministero della Cultura francese afferma che il 50% di coloro che sono stati segnalati ha smesso di scaricare illegalmente. 

Da quando è entrata ufficialmente in vigore, l'Hadopi, la legge che favorisce la diffusione e la protezione della creazione su Internet (Loi favorisant la diffusion et la protection de la création sur Internet), ha fatto partire già 400mila avvertimenti ad altrettanti internauti francesi, afferma il quotidiano francese Le Figaro. Le cifre non sono così altre, visto che lo scopo era inviare 10mila mail al giorno. Per chi non ricordasse come funziona l'Hadopi è spiegato qui
Per ora la legge non è applicata – cioè i nomi degli internauti in questione non verranno trasmessi al giudice –  perché tra le persone (poche decine) trovate per la terza volta a reiterare il download illegale nessuna sapeva che stava condividendo file sui quali non aveva il diritto. Lo dice Mireille Imbert Quaretta, il magistrato in carica alla Commissione di protezione dei diritti. «La Commissione di protezione dei diritti si è resa conto che file illegali scaricati anni prima diventano disponibili per la condivisione del momento in cui si lancia un programma di Peer to Peer. La maggior parte di coloro che hanno ricevuto il terzo avvertimento l'hanno avuto perché proponevano senza saperlo file che avevano sul pc», riporta ancora Le Figaro


Secondo Mireille Imbert Quaretta quello di Hadopi deve essere piuttosto un ruolo pedagogico. E quello sembra funzionare. Un rapporto presentato all'Hadopi a inizio maggio da Frédéric Mitterrand, Ministro della Cultura francese, sostiene che il 50% di coloro che hanno ricevuto un avvertimento da Hadopi (mail o raccomandata) hanno smesso di scaricare illegalmente, il 22% afferma di continuare moderatamente, mentre solo il 2% dice di farlo più di prima. Christine Albanel, Ministro della Cultura prima del voto di Hadopi, affermava che dopo l'entrata in vigore della legge, tra il 70 e l'80% di coloro che sarebbero stati segnalati avrebbero smesso completamente di scaricare. 
Secondo il sondaggio il 37% dei francesi interrogati dice di scaricare da Internet opere tutelate dal diritto d'autore, per cui si dicono “indifferenti ai controlli”, mentre il 41% degli internauti ha cambiato, dopo Hadopi, le sue abitudini di consumo. Manca la valutazione di quanti, tra questi, sono passati all'utilizzo di siti in streaming. Il 55% afferma di continuare a scaricare, mentre il 38% dice di aver smesso completamente. 

Francesca Barca
Europa451

 


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